istrioni

“sai fedele, avrei tanto voluto che finisse così.”

“come, silvio?”

“come questa sera. la brezza fresca che ti asciuga il sudore, la voce che risuona tra le guglie e incanta il pubblico, che non muove un dito per non mancare di rispetto al maestro. un amore incondizionato, grande e meraviglioso.”

“ma scusa silvio, di cosa ti lamenti? non è così che è andata?”

“non hai capito, fedele, come al solito. pensavo ad aznavour, quella sì che è vita, ipnotizzare la gente con la voce, lasciarli ammutoliti, appesi a quel silenzio teso che sei tu a decidere quando dovrà finire, nessuno che osa aprire bocca; tu canti, li guardi e quelli fanno quasi fatica a respirare per non disturbare il maestro; un sospiro in più, un sussulto, e fai bagnare tutte le signore in sala. quell’attesa spasmodica tra una canzone e l’altra, e gli applausi che esplodono, i “bravo” ripetuti senza tregua, nessuno fa volare una mosca quando canta aznavour, e per cosa? nient’altro che una canzone, ecco cosa pretendono in cambio della tua venerazione, una stupida canzone. dagliela, quella stupida canzone, e sarai il loro dio indiscutibile. bastano tre minuti per diventare un dio, ti rendi conto? quella è vita, fedele, non questa guerra continua per restare in piedi. i soldi li ha fatti anche lui, quanto basta per fare una bella vita, e quella è vita, fedele, il mio è solo lavoro, cristo, solo lavoro. sarebbe stato tutto più facile se fossi stato charles aznavour, fedele”

“tanti avrebbero voluto che tu lo fossi, silvio, tanti. sarebbe stato più facile per tutti”

“in una stanza di tre muri tengo il pubblico con me sull’orlo di un abisso scuro, col mio frac e con i miei tic”

charles aznavour – l’istrione, 1970

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invecchio

capisci che stai maturando [invecchiando] quando ti accorgi di preferire la sottrazione all’accumulo, la chiarezza alla banalità, la linearità alla complessità artefatta, il contemporaneo al barocco.

capisci che stai maturando [invecchiando] quando coltivi l’illusione di aver perso quell’istintiva attrazione verso l’epidermicità delle cose, che hai continuato a chiamare istinto e passione solo per giustificare certe scelte estetiche davanti alla tua coscienza, che ti osservava sbalordita invitandoti a farti vedere da uno bravo.

capisci che stai maturando [invecchiando] quando ti metti ostinatamente a cercare il senso delle cose, a domandarti se una superficie sia solo un piano omogeneo orizzontale o ci sia un sotto, qualcosa che la sostiene, e che la rende così perfettamente liscia, se ci sia una botola, una scala, qualcosa che giustifichi tutta quell’insensata armonia.

capisci che stai maturando [invecchiando] quando dai sempre una seconda possibilità a una canzone, e una terza, e alla quarta ti chiedi come sia stato possibile non accorgersi subito del fatto che ti piacesse davvero.

ma tutto questo passerà. verrà il giorno in cui tutto questo finirà, penserai che sei stato uno stupido a non aver preferito l’accumulo alla sottrazione,  la banalità a tutto il resto, e dedicherai l’intera vecchiaia a riempire la percezione di un vuoto con animaletti in vetro soffiato di murano, centrini di pizzo deformati e ingialliti, abbonamenti semestrali a famiglia cristiana.

non voglio farla troppo lunga, quindi riassumo dicendo che mi sono accorto che non mi piace più la musica del cazzo che ascoltavo una volta, e invece mi piacciono the national.

la sensazione di essere stati imbrogliati

raccattare quattro drogati che vengono a rubare vestiti nel tuo negozio per farci i sex pistols, riuscendo a ottenere il duplice effetto di creare uno degli album più famosi della storia del rock e di ridurre drasticamente le tue perdite a causa dei furti di capi d’abbigliamento, se non è fottuto genio, questo.