questione di fiducia

Nel mese di dicembre, in un sondaggio sulla fiducia degli italiani nei ministri del governo Renzi, il ministro dell’Interno Alfano aveva una fiducia pari al 22%.
Lo stesso sondaggio sul gradimento dei ministri del governo Gentiloni vede oggi al primo posto il ministro dell’Interno, Minniti, con una fiducia pari al 35%.
Gli è bastato parlare di sicurezza, di raddoppiare le espulsioni e dell’apertura di un CIE in ogni regione per diventare immediatamente il ministro più popolare del nuovo governo.
La sicurezza e la stretta sui migranti restano il contante più remunerativo in termini di consenso. La sicurezza è l’andiamo a comandare della politica.

il like ai giurati

12_angry_men_lee_j_cobb_bellowing.pngIl Tribunale Popolare per giudicare la Verità non è una provocazione, ma una proposta coerente con la perfetta realizzazione di una democrazia diretta.
In un saggio di Ernesto Laclau – La razón populista, Fondo de Cultura Economica – il filosofo argentino scrive che nel lavoro intellettuale esiste un imperativo etico, quello che Leonardo chiamò “ostinato rigore”: in termini pratici, specialmente quando si affrontano questioni politiche, che hanno sempre un’alta carica emozionale, si dovrebbe resistere alla tentazione di soccombere al “terrorismo della parola”, evitando di fare concessioni a quella che Freud chiamava la “pusillanimità”. Una delle principali forme che assume questa pusillanimità è sostituire l’analisi con la condanna etica. Ci sono temi che si prestano particolarmente a questo tipo di esercizio, scrive Laclau: è giusto condannare il fascismo, ma ciò che è sbagliato è che questa condanna sostituisce una spiegazione, che invece è quello che ci serve davanti a fenomeni che percepiamo come aberrazioni.
La proposta di un Tribunale Popolare per giudicare un concetto iperuranico come la verità delle notizie non la possiamo liquidare come una solenne cialtronata: la vittoria di Trump ci ha insegnato che siamo entrati nell’epoca in cui si può deragliare da un momento all’altro e dunque, se non vogliamo cedere alla pusillanimità freudiana, dobbiamo ammettere che è uno sviluppo assolutamente logico del modello di democrazia in cui uno vale uno.
Sottrarre la giustizia al popolo per affidarla alle corti che la amministrano in suo nome è un progresso della nostra civiltà, ma è naturale che un movimento populista che persegue un’idea di democrazia diretta ed egualitaria mediante un blog intenda affidare la giustizia direttamente ai cittadini e alla rete, sottraendola all’establishment che la esercita attraverso una casta di giudici professionali. In fondo le pulsioni verso i tribunali del popolo si sono sempre manifestate anche nelle democrazie rappresentative, e le giurie popolari sono concessioni controllate a queste spinte (l’ironia vuole che in Piemonte, in seguito all’approvazione dello Statuto Albertino nel 1849, la giuria – “l’opinione pubblica saggiamente rappresentata” – fosse inizialmente prevista solo per i reati di stampa).
E così il Tribunale della Verità sarà solo una delle articolazioni possibili del Tribunale dei Cittadini.
L’infrastruttura esiste già, i tribunali del popolo sono insediati e celebrano quotidianamente processi, pronunciando condanne alimentate dall’indignazione: il direttore d’orchestra licenziato per avere rivelato ai bambini l’inesistenza di Babbo Natale; il dipendente pubblico sospeso dal servizio e dallo stipendio perché un like su Facebook comporta un danno di immagine al datore di lavoro, i dipendenti licenziati per le reazioni provocate da un twit, un post o una foto inopportuna sono solo alcuni esempi di come la giustizia popolare sia largamente esercitata e tollerata nella nostra società.
Quello che potrebbe accadere in un futuro prossimo sarà solo l’istituzionalizzazione di questo metodo.
Avremo due processi: un processo celebrato davanti a un giudice tradizionale, in cui si giudicheranno le violazioni del codice penale; avremo poi un processo popolare: squadre di cittadini informatici cui sarà affidato il compito di raccogliere tutto quello che avremo scritto, condiviso, postato e abbandonato in ogni bit depositato su qualche server; selezioneranno il materiale rilevante per il giudizio – ogni forma espressiva considerata contraria all’ortodossia o che sia l’indizio di una condotta deviante – e posteranno tutto su un blog, dove saremo giudicati da una giuria di nostri pari, ovverosia tutti gli altri, senza distinguere tra ciò che è vero e ciò che è falso (a questa distinzione avrà già pensato il Tribunale della Verità in un’udienza preliminare).
Non serviranno spedizioni punitive, agguati nel buio, investigatori privati: basterà una capillare e legittima gogna on-line per metterci alla prova; sarà un’ordalia, come prendere un uomo, spogliarlo e abbandonarlo nella tundra in balia dei lupi.
La sopravvivenza sarà la prova dell’innocenza.
Lo vediamo accadere ogni giorno e hanno scritto libri per metterci in guardia, ma lo tolleriamo perché riguarda gli altri, qualcuno che ha violato una regola morale condivisa, una persona che disprezziamo o un personaggio pubblico; succede ogni volta che qualcuno devia in modo troppo fragoroso dal corso del politicamente corretto.
Nessuna delazione, perché sarà interesse primario della democrazia il controllo diffuso sulla moralità e sul rispetto delle regole etiche che ci saranno date.
Se uno vale uno, e chiunque può essere il mio giudice, sarà un diritto di ogni singolo cittadino che il vicino di casa, il collega, l’amico siano irreprensibili interpreti della volontà comune– o sarà mio interesse levarmeli di torno, perché lo sono troppo.
In fondo, cosa c’è di più democratico e rassicurante di una società in cui tutti sono controllori di tutti, nessuno può nascondere niente e tutti possono essere sottoposti in qualsiasi momento alla fonte battesimale del giudizio del popolo?
La parola ai giurati.

La condanna e l’esecuzione di Ronald Smith Jr.

L’ultimo giorno di un condannato a morte negli Stati Uniti è una rincorsa alla Corte Suprema, tra appelli e sospensioni che si susseguono e si sovrappongono, rincorrendosi di ora in ora, per rispettare il mandato di esecuzione che scade alla mezzanotte del giorno fissato.
Ronald Smith Jr. è stato processato e condannato da una corte dell’Alabama per la rapina e l’omicidio di Casey Wilson, un giovane commesso di un minimarket di Huntsville, nella contea di Madison. Era il 1994, e la sua compagna era incinta di quattro mesi.
Ronald Smith Jr. era un ragazzo normale, figlio di un veterano del Vietnam con una madre problematica; era stato uno scout e membro della National Honour Society, un “quiet easy going young man” deragliato a causa dell’alcolismo, lo definisce il suo avvocato nell’ultimo ricorso presentato alla Corte Suprema per fermare l’esecuzione (qui, per chi volesse leggerlo).
La giuria chiamata a decidere la sua pena, dopo avere considerato aggravanti e attenuanti, aveva deciso di risparmiargli l’iniezione letale e condannarlo all’ergastolo senza possibilità di rilascio.
Il giudice, nonostante il verdetto della giuria, ha superato la decisione e lo ha condannato a morte.
Nell’intero sistema americano ci sono solo tre stati che consentono una procedura simile: Alabama, Delaware e Florida.
Nel 2016 la Corte Suprema Americana, nella sentenza Hurst v. Florida, ha dichiarato questa procedura incostituzionale: “il Sesto Emendamento richiede che sia una giuria, e non un singolo giudice, a ricercare ogni elemento necessario per imporre una sentenza di morte”, scrive il giudice Sotomayor. Le Corti Supreme di Delaware e Florida si sono immediatamente adeguate e hanno modificato le rispettive procedure e ora, per condannare a morte, la giuria deve essere unanime e un giudice non potrà più superare un verdetto che non lo sia.
La Corte Suprema dell’Alabama, invece, ha confermato la propria legge e per questa ragione Ronald Smith Jr. questa notte è stato ucciso con un’iniezione letale.
Un uomo condannato all’ergastolo da una giuria di suoi pari.
L’esecuzione di Ronald Smith Jr. era fissata per le 6 p.m. ora americana.
Alle 5,30 p.m. la Corte Suprema emana un ordine di sospensione provvisorio. Il Dipartimento correzionale dell’Alabama non cancella l’esecuzione, prevista per le 6,30 p.m.
L’avvocato di Smith presenta un ricorso urgente, chiedendo alla Corte di dichiarare l’incostituzionalità della procedura dell’Alabama sulla base del precedente Hurst vs. Florida.
Alle 7,25 p.m. la Corte Suprema emette un comunicato: la Corte è in stallo, i quattro giudici di nomina democratica – Ginsburg, Breyer, Sotomayor e Kagan – sarebbero favorevoli, ma servono cinque voti per sospendere l’esecuzione. E manca il quinto voto. La speranza che il giudice Thomas diventi il quinto voto – Thomas aveva condiviso la motivazione del giudice Sotomayor in Hurst vs. Florida –  svanisce.
Dopo la morte di Antonin Scalia la Corte Suprema siede in una composizione incompleta, in questa sua formazione incompleta certifica la propria incapacità di assicurare giustizia: ogni volta che non si riesce a raggiungere un verdetto a maggioranza resta efficace la sentenza del giudice inferiore.
In questo caso la sentenza di condanna a morte per Ronald Smith Jr.
Alla prigione di Holman, lungo la statale 21 della contea di Escambia, l’esecuzione viene così fissata per le 8,15 p.m., ma alle 7,40 p.m. il portavoce della prigione annuncia una nuova sospensione dell’esecuzione per un nuovo ricorso degli avvocati di Smith.
In attesa della decisione della Corte, Smith ha incontrato la madre, il padre e il figlio; ha rifiutato la colazione ma ha chiesto un ultimo pasto, consumato alle 2:34 p.m. (tre pezzi di pollo e patatine fritte).
Alle 3:30 p.m. ha chiesto la comunione.
Alle 10:00 p.m. la Corte Suprema rigetta il ricorso di Smith.
I suoi legali fanno un ultimo tentativo con la Corte, chiedendo una nuova sospensione per consentirgli di presentare un appello per contestare il metodo usato per eseguire la condanna a morte, ritenuto crudele e disumano perché non assicurerebbe l’incoscienza del detenuto durante la somministrazione dei farmaci letali
Sono le 10:20 p.m. quando il giudice Thomas rigetta anche l’ultimo ricorso.
L’esecuzione di Ronald Smith è durata trentaquattro minuti, in tredici dei quali – scrivono i testimoni – ha ansimato e tossito e ha stretto il pugno sinistro. Il suo occhio sinistro sembrava leggermente aperto. Gli sono stati somministrati due test di coscienza, per assicurarsi che non sentisse dolore. Al secondo test il braccio destro e la sua mano si sono mossi.
Le sue ultime parole sono state “no ma’am”.
Ronald Smith è stato dichiarato morto alle 11:05 p.m.
Lo stato dell’Alabama ha una legge sulla pena di morte probabilmente incostituzionale, ma la sua incostituzionalità non è stata dichiarata in ragione di uno stallo della Corte Suprema, stallo che si è verificato perché l’attuale parlamento non ha mai avviato la sostituzione di Antonin Scalia con Merrick Garland, il candidato proposto dal presidente Obama per completare la Corte, per ragioni che questa vicenda rende evidenti: la Corte Suprema incide sui destini del Paese su questioni come i diritti civili, i diritti costituzionali e la vita dei condannati a morte, pronunciandosi sui destini di singoli individui. Il quadro generale viene modificato da singole decisioni, richieste per ottenere un miglioramento della propria condizione personale o, come nel caso di Smith, la vita.
Qualcuno ha scritto che la pena di morte esiste ancora negli Stati Uniti grazie a un sistema di codardia istituzionalizzato: nel rimbalzo continuo di ricorsi, come una palla impazzita di un flipper, i giudici delle corti statali possono prendersela con i giudici federali, i procuratori distrettuali possono prendersela con gli avvocati; il governatore può prendersela con il pardons board, che a sua volta può accusare il governatore, le corti statali e i difensori; e quindi il procuratore se la prende con le corti statali, poi con quelle federali, le quali accusano il pardons board.
In questo schema impazzito, questa notte lo Stato dell’Alabama ha eseguito una condanna a morte, senza probabilmente avere l’autorità legittima di imporre questa sentenza.
Questa storia non ha una conclusione, non è una metafora di nulla, è solo la cronaca di un’insensatezza.

Mr.Trump va a Washington

Leggendo alcuni giornali, ascoltando alcuni commenti, ho avuto la solita sensazione di una contrapposizione pavloviana: da una parte chi grida al Mostro e non ha mai preso sul serio lui e i suo elettori “miserabili”, dall’altra chi si prende tutto Trump, riducendo a iperbole le parti più cruente del suo programma, e trattandolo come un qualsiasi presidente eletto del partito repubblicano, condizione che, fino a ieri, non gli veniva riconosciuta nemmeno da una parte del suo stesso partito. È il racconto di un miliardario eccentrico che ha vinto le elezioni sconfiggendo l’establishment, la Grande Finanza, uno che farà laccare le scale della Casa Bianca in oro, ma comunque sarà il presidente di tutti, come se il discorso ecumenico della notte elettorale fosse una secchiata d’acqua sul falò acceso in campagna elettorale.
L’idea diffusa è che il sistema lo detrumpizzerà, si troverà impigliato tra la Casa Bianca e Capitol Hill e non riuscirà a fare tutto quello che ha minacciato di fare. Buona fortuna.
Dalla nostra postazione privilegiata di europei bianchi scolarizzati, con un servizio sanitario gratuito, ci è persino concesso di guardare con ironia le reazioni drammatiche (isteriche, per qualcuno) che interi pezzi della società americana manifestano per la vittoria di Trump, noi che invece abbiamo capito tutto e che, forse, dovremmo smetterla di trattarlo come un bambino troppo cresciuto che si è divertito a fare scherzi tremendi e metterà la testa a posto.
Io credo che si debba trattare Trump seriamente, rispetto a quello che ha promesso di fare, rispetto a quello che ha scritto nel suo programma (sì, lo so, i programmi elettorali) e rispetto alla sua idea della società americana, anche per capire come evitare di venire travolti dalla sua onda lunga.
In molti hanno già iniziato a separare la carne dalle budella, ma non è sufficiente occuparsi delle grandi linee di politica internazionale – “pace attraverso la forza” è un’espressione che lascia poco spazio all’immaginazione su quale sarà la “dottrina Trump”, con buona pace di chi ne ha fatto un paladino pacifista per contrapposizione – e ridurre il resto del programma a iperboli e battute che non metterà in pratica: la costruzione del muro con il Messico, la deportazione di due milioni di immigrati irregolari, il blocco dell’immigrazione per i paesi sospettati di legami con il terrorismo sono scritti nel “contratto con gli americani” che ogni elettore poteva sottoscrivere sul suo sito. Non è la scaletta di The Apprentice, ma la piattaforma che l’ha fatto vincere. Trump è diventato Presidente non perché chiederà all’Europa maggiori contributi per la difesa atlantica – cosa di cui i colletti blu del Midwest erano preoccupatissimi – Trump ha vinto perché ha promesso di ripulire le strade, le città, e per la sua volontà punitiva verso il sistema. Faremo crollare tutto, tranne la Trump Tower.
I programmi – sì, lo so, i programmi – contano fino a un certo punto, ma sarebbe anche il caso di dire che il programma di Hillary Clinton era un programma liberal, e la sua sconfitta significherà un cambio radicale nei diritti di milioni di persone. Era un programma più liberal di quanto lei sia effettivamente, e leggere la serie di diritti che si impegnava a rafforzare, riconoscere, implementare e proteggere, in contrapposizione alla volontà di Trump di abolire, togliere e limitare, fa venire onestamente voglia di prendere a schiaffi chi oggi parla di grande vittoria contro il capitalismo, i poteri forti e le lobby. Sì, era Hillary, è una Clinton, era establishment allo stato puro e il candidato sbagliato al momento sbagliato, e forse Bernie Sanders avrebbe vinto rovesciando il paradigma della campagna elettorale, ma forse è stata raccontata peggio di quanto realmente fosse. Lo scandalo e-mail è stato un clamoroso pacco tirato da Fbi e media, al punto che ogni volta dovevi fartelo spiegare tre volte per capire quale fosse il problema, e ancora non si è capito: la capacità di una Clinton di garantire la sicurezza nazionale o la capacità di una donna di farlo?
Presto avremo complesse analisi della sconfitta elaborate sui flussi elettorali, per ora siamo passati attraverso un viaggio suggestivo e retorico nell’America profonda, la Rust Belt, trasformando Trump in una specie di paladino degli oppressi, senza distinguere tra sintomo e malattia, perché Trump non ha dato voce agli ultimi e agli oppressi, che restano ultimi e senza voce, ma ha sfruttato la loro rabbia. E credo che analizzando i dati elettorali scopriremo che chi ha votato Trump non sono solo tutti i miserabili americani che volevano abbattere il totem di Hillary Clinton, ma una grande parte della società bianca, che lo ha fatto per una ragione leggermente diversa. Il razzismo in America esiste e lotta ancora con tutte le sue forze e lo troviamo in ogni fibra del tessuto sociale. Questa è forse la parte più preoccupante della sua idea della società, quella che potrà attuare senza problemi, solo togliendo la naftalina dai gessati di Rudolph Giuliani, perché la sua promessa “make America great again” aveva una spiegazione chiara di come attuare il sogno americano nella sua piattaforma programmatica e nei suoi discorsi. L’idea che la componente più o meno apertamente razzista di Trump sia puro folklore, e non un modo per intercettare il voto di chi ha vissuto otto anni di presidenza Obama come un’aggressione nel proprio giardino è un’ingenuità. Ma da qui probabilmente è più difficile capire, del resto la segregazione razziale è finita formalmente nel 1965, quando in Italia usciva Italiani brava gente.

cose che succederanno se vince Trump

La frase “Trump e Clinton sono la stessa cosa”, “nessuno dei due mi entusiasma”, le provocazioni come “votare Trump per dare una scossa alla sinistra americana” sono tra le cose più fastidiose che si sono sentite in questi giorni. La provocazione, il voto come astrazione sono una caratteristica delle popolazioni europee colte e con un sistema sanitario nazionale eccellente. Per sprecare subito la reductio ad Hitlerum, vorrei tornare al 1933 e recuperare i giornali tedeschi su cui, immagino, sarà stato tutto un “Hitler mi fa schifo, ma è Otto Wels il vero pericolo”. Quando le hanno messe in pratica, anche gli elettori americani hanno consegnato al mondo George W. Bush.
L’idea di una presidenza Trump come una parentesi provocatoria, magari divertente, un voto simbolico contro l’establishment democratico compromesso con le corporation, guerrafondaio, per quanto la si voglia intellettualizzare, si scontra con la realtà delle conseguenze che questa parentesi avrà nel mondo reale.
La Corte Suprema Americana tornerà  a maggioranza repubblicana, dimentichiamoci passi in avanti su pena di morte, diritti civili, secondo emendamento. Una maggioranza repubblicana della Corte potrebbe persino mettere in discussione una serie di diritti, come il diritto all’aborto. La riforma del sistema sanitario americano può sembrare timida, debole e difettosa dalla posizione privilegiata di chi può andare in un pronto soccorso per un mal di stomaco e non pagare quasi nulla, ma a una vittoria di Trump ne seguirebbe lo smantellamento. Dimentichiamoci le energie alternative, dice che hanno barili di petrolio per resistere i prossimi 283 anni e il cambiamento climatico è un complotto cinese, e gli investimenti per solare e eolico saranno cancellati.
Ma soprattutto sono le parole di Trump contro le minoranze, la criminalizzazione degli afroamericani, dei latini, dei mussulmani che segnano la linea di demarcazione tra la realtà e la nostra percezione del mondo come un gigantesco formicaio osservato grazie a una lastra di vetro chiamata Atlantico, perché le parole non restano solo parole quando diventi il capo del potere esecutivo: pensare che siano solo provocazioni, che il muro con il Messico non verrà mai costruito, che le frontiere non verranno bloccate per impedire l’accesso ai mussulmani è un rischio che possiamo permetterci solo noi, dalla nostra posizione privilegiata di bianchi europei – più o meno – scolarizzati, e con un servizio sanitario nazionale funzionante. Tutti gli altri voteranno Hillary Clinton.

sedici anni dentro

Chiara Cazzaniga è il nome della giornalista a cui Omar Hashi Hassan deve la propria libertà, e a cui noi dobbiamo un frammento enorme di verità. È stata lei ad avere rintracciato Ahmed Ali Rage, il supertestimone nel processo per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e a intervistarlo per “Chi l’ha visto?”. L’ha cercato quando tutti avevano smesso di farlo, l’ha trovato e la sua intervista ha consentito la celebrazione di un processo di revisione per Hashi Hassan che si è concluso ieri, con la sua assoluzione per non avere commesso il fatto.
Ali Rage era il testimone che accusava Hashi di avere fatto parte del commando entrato in azione il 20 marzo 1994, e Hashi per questa testimonianza è stato condannato a 26 anni di carcere (in primo grado fu assolto, la condanna arrivò in appello). Chiara Cazzaniga è riuscita a trovare il supertestimone, e a lei ha confessato che la sua testimonianza era falsa e che gli erano stati offerti – o promessi, non sappiamo se gli furono anche dati – dei soldi per accusare un ragazzo che non conosceva, e che infatti indicò solo per nome, confermando quello che in molti denunciavano da tempo: Hashi era un capro espiatorio. Un capro espiatorio che ha trascorso sedici anni (16) in carcere. Sedici anni (16) in carcere da innocente. È possibile che nessuno se ne sia accorto prima? È possibile che nessuno – giudici, investigatori – abbia mai pensato di sottoporre a un vaglio ulteriore quelle dichiarazioni e quella versione dei fatti, che già nella sentenza di primo grado erano indicati come sospetti? Sì, è possibile: c’è stato un processo, una condanna in via definitiva, caso chiuso e chiavi buttate. Che senso ha mettersi a cercare?
Il senso di questa ricerca l’ha trovato Chiara Cazzaniga, e la risposta è in un cittadino somalo che per sedici (16) anni ha proclamato la propria innocenza e ieri è tornato libero. Sedici anni (16) scaraventato in un burrone, abbandonato e lasciato a compiacere il nostro senso di giustizia, perché se c’è un colpevole possiamo cominciare a dimenticare, mentre da sedici anni, fuori, c’è un depistatore. Che adesso va trovato.

euroretorica

Ieri sera mi sono martirizzato per mezz’ora e sono finito su Quinta Colonna, il programma di Paolo Del Debbio su Rete4.
Lo schema è sempre lo stesso: si introduce un argomento e si ascolta una persona ragionevole, poi la linea passa alla piazza indignata e incazzata; a questo punto interviene un incredulo Matteo Salvini (“io sono incredulo”) che inizia a ribollire come una pentola di brasato. Ci stanno prendendo in giro, prima gli italiani, diamo trentacinque euro al giorno a questi signori; e poi un espediente narrativo, sempre agghiacciante, con cui tenta di attribuire ai “buonisti” la responsabilità delle migliaia di morti in mare.
La persona ragionevole prova a riportare un minimo di ragionevolezza, ma viene sopraffatta dall’indignazione. Questo è il momento in cui la scaletta prevede Mario Giordano che con stridore di denti urla “terroristi dell’Isis”.
Le parole sono libere, ognuno può dire quello che vuole perché numeri e percentuali sono noiosi, e alla fine quello che conta è che siamo un paese in rovina.
Nella puntata di ieri, Salvini ha scritto alla lavagna una serie di dati approssimativi sulla gestione dei rifugiati in Italia: alcuni erano sbagliati, altri erano una sua libera interpretazione della realtà. Quando la povera Alessia Morani – del Pd – è andata alla lavagna con la penna rossa e la supponenza dell’adesso ti faccio vedere io, per correggere alcuni dei dati, ha dovuto soccombere davanti al continuo gorgoglìo leghista che la interrompeva e la provocava.
Si chiama post-truth politics adesso, ma ha sempre funzionato così: se vai in televisione a parlare di migrazioni con Matteo Salvini, in una trasmissione come Quinta Colonna, devi adeguarti al contesto, cercare di smentire i dati palesemente falsi trovando però un argomento inoppugnabile che metta davvero in difficoltà il tuo interlocutore.
Per esempio quanto ci costa al giorno Matteo Salvini.