Il giorno dello sciacallo

Il mare è scosso da una tempesta perfetta, un attacco geometrico alle organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo, e non solo a quelle. Medici senza Frontiere, Emergency, persino Unicef si ritrovano a dover reagire ad allusioni e accuse sul loro ruolo, sui finanziamenti che ricevono, sulle complicità con il traffico di esseri umani che un paio di irresponsabili hanno lanciato nel dibattito politico.
Gli account di Unicef Italia, Cecilia Strada – Emergency peraltro non opera in mare – Medici senza frontiere sono da giorni sottoposti agli attacchi di chi li accusa di non salvare solo i bambini, ma anche gente sana e robusta – che probabilmente potrebbe arrivare a nuoto? – che non scappa davvero dalla guerra, di non essere trasparenti. Le posizioni xenofobe e una certa retorica conservatrice hanno trovato una sintesi presentabile nella richiesta di chiarezza sul ruolo delle ong presenti nel Mediterraneo; ma questo ha levato il tappo, e dallo scarico stanno fuoriuscendo i liquami del mondo di sotto, scatenando una crociata contro la cooperazione internazionale e le organizzazioni non governative.
Sono bastate le dichiarazioni di un esponente del Movimento 5 Stelle, e che un procuratore della Repubblica alimentasse i sospetti gettando ipotesi in un ventilatore, perché le ong ne venissero ricoperte, nonostante svolgano attività umanitarie inestimabili. Questa si chiama egemonia culturale, e ormai è troppo tardi per fermarla.
Ma cosa potranno mai scoprire le indagini? Che al mondo esiste un numero imprecisato di gente che dona volentieri i suoi soldi per aiutare i migranti nel Mediterraneo, ottenendo magari anche qualche vantaggio fiscale? Che le ong si sostituiscono agli stati, proteggendo i canali di passaggio dei migranti, visto che la politica è terrorizzata dal perdere consenso creando corridoi umanitari, e regolando umanamente i flussi migratori? Che le ong sono solidali?
Certo è che quando inizi a dubitare dell’Unicef o di Save the Children sulla base di un sospetto infondato che, amplificato esponenzialmente, si è già trasformato in una macchia, poi in uno stigma e quindi in una regola di cui tutti devono rendere conto,  significa che qualcosa nel tessuto che tiene insieme la società è saltato, e si stanno aprendo sotto i piedi i baratri dell’ignoto; se fossimo nel settecento ci prepareremmo a guerre e rivoluzioni imminenti, ma la nostra sfrontata fiducia nel presente ci impedisce di pensare a queste forme di stravolgimento, e quindi passerà.
Scolliniamo rapidamente verso una teocrazia del sospetto perché il vento che muove questi attacchi è ancora una volta un’ossessione patologica per la trasparenza e per l’onestà, i nuovi totem di uno stato sociale frustrato, alimentato da irresponsabili. La diffusione capillare di allusioni e sospetti crea una democrazia fondata su allusioni e sospetti, in cui il controllo sociale non è più affidato agli organi competenti, ma a una guardia diffusa, una ronda continua alla ricerca di delinquenti da stanare. La piramide sociale si sta rivoltando. L’onestà deve essere provata, come l’innocenza doveva essere provata nell’ordalia, lo iudicium dei basato sull’idea che Dio avrebbe aiutato l’innocente, se lo fosse stato davvero: cammina su queste sette barre di metallo ardente, e a seconda delle ferite giudicheremo della tua innocenza. Tutto questo calato in un clima in cui le parole solidarietà e accoglienza sono respinte in nome di un confine sicuro, un piatto di pasta, un abbonamento alla pay tv e uno smartphone.
In questo futuro prossimo, governato dal sospetto e dall’ossessione paranoica, si muovono solitari gli sciacalli, che hanno capito che attaccare le ong che operano nel Mediterraneo può avere lo stesso effetto di vietare per legge gli antibiotici: una significativa variazione statistica.

Le prove non esistono

Non è vero che un pubblico ministero dovrebbe evitare di dire di non avere prove, parlando di un’indagine di cui è incaricato. In una delle sue numerose dichiarazioni, il procuratore di Catania ha detto che ci sono ipotesi di comportamenti sospetti delle ong, ma di non averne le prove, scatenando gli accostamenti irridenti con Pierpaolo Pasolini e l’incipit di Cos’è questo golpe? Io so, pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974.
Al di là del fatto che un procuratore dovrebbe essere consapevole del valore del proprio silenzio nella fase delle indagini preliminari, di tutte le cose inquietanti che traspaiono dalle sue dichiarazioni (dall’eversione via barconi finanziata da Soros, alla probabile presenza di atti dei servizi, che non si capisce come siano arrivati nei fascicolo della procura), quella frase è tecnicamente impeccabile: nel processo accusatorio si distingue tra prova ed elementi di prova. Mentre questi ultimi sono quelli raccolti dal pubblico ministero durante le indagini preliminari, e non hanno forza di prova, le prove si formano – salvo alcune eccezioni – nel dibattimento e nel contraddittorio delle parti. È il cardine del nostro sistema processuale. Almeno così dice la Costituzione (art.111).
Il fatto è che siamo così abituati a sentire parlare impropriamente di prove nelle ricostruzioni giornalistiche delle indagini preliminari, in cui le prove ancora non ci sono, che una volta che un Procuratore – involontariamente – dice una cosa vera, non siamo neppure in grado di riconoscerlo.

Depistaggio eccellenza italiana

Le vicende dell’ufficiale del Noe accusato di avere manipolato alcuni atti dell’inchiesta Consip potrebbero essere le prime in cui viene contestato il reato di depistaggio, introdotto da una legge nel 2016, dopo che per decenni i pubblici ufficiali che sviavano o ostacolavano le indagini venivano condannati per reati minori – come i falsi materiali o quelli ideologici. Ma è anche l’occasione per ricordare come il depistaggio sia un’eccellenza italiana in cui abbiamo sviluppato capacità straordinarie, tanto che nell’Italia del ventesimo secolo ci sono state più condanne a pubblici ufficiali per i depistaggi che agli autori delle stragi che sono state depistate.

Islamofobia e effetto Kulesov

Nel 1918, il cineasta russo Lev Vladimirovic Kulesov voleva dimostrare la fondamentale importanza del montaggio. Prese un primo piano di un viso inespressivo tratto da un vecchio film e lo affiancò prima a una scodella di zuppa, poi a un cadavere e, infine, al piano di una donna. Gli spettatori dissero di riconoscere nell’espressione dell’attore rispettivamente fame, tristezza, eccitazione. Kulesov voleva dimostrare che ogni piano di un film ha senso solo in funzione di ciò che lo segue o lo precede, e che questo influenza la percezione degli spettatori. Esperimento riuscito.
Dopo l’attacco terroristico di Londra si è diffusa rapidamente una fotografia: una donna che indossa un hijab e che guarda il telefono, apparentemente indifferente, mentre cammina accanto a un ferito sul Westminster Bridge. L’immagine è diventata virale, e si è trasformata immediatamente in un’iconografia dei musulmani disinteressati a quello che è accaduto, prova che sono conniventi e forse complici. Noi attaccati e a terra feriti, mentre loro camminano indifferenti.
Poi qualcuno ha cercato l’intera sequenza ed è spuntata una seconda fotografia, in cui la donna appare visibilmente scossa e sta probabilmente scrivendo un messaggio, forse rassicurando qualcuno che sapeva che si trovava in quella zona, o forse raccontando quello che aveva appena visto.
In realtà, già nella prima fotografia si vedeva molto bene che la donna era scossa, quella mano sul viso era un gesto eloquente, ma la mancanza di espressività ha consentito di usare quella foto come iconografia della guerra musulmana in Europa.
È stato un effetto Kulesov, che ha rivelato che al posto della zuppa, della donna e del cadavere nel nostro montaggio c’è un unico piano, che si chiama islamofobia.

La parola “clandestino”

La parola “clandestino”, come molte di quelle usate ogni giorno nel dibattito pubblico sulla sicurezza e sulle migrazioni, è uno strumento formidabile per orientare l’opinione pubblica e avvelenare la discussione, costruendo quella retorica dell’invasione e dell’insicurezza che non viene più nemmeno messa in dubbio. Clandestino è illegale, senza documenti, entrato illegalmente in Italia in violazione di una legge: una parola che attribuisce una connotazione criminale e pericolosa nel momento stesso in cui viene pronunciata. Se sono un clandestino significa che sono un illegale, e quindi un criminale ed è naturale che io venga sottoposto a un regime speciale, perché rappresento un pericolo per la comunità e i miei diritti possono subire una compressione giustificata dal senso comune prima, e dalla legge poi.
La parola “clandestino” è l’espediente su cui si regge la propaganda della destra populista e xenofoba, secondo cui “accogliamo tutti i clandestini”, “i clandestini ci invadono”, facendo credere alla gente che viviamo in uno stato di perenne illegalità, fingendo di non sapere che se clandestino è chi non ha diritto a restare sul territorio italiano, si diventa clandestini solo dopo che si è accertato questo diritto, secondo le leggi e le convezioni sulla protezione internazionale.
Ora un tribunale ha deciso che quella parola, e l’uso denigratorio che ne viene fatto, è discriminatorio.
Nei primi mesi del 2016, una Cooperativa di Saronno aveva messo a disposizione della Prefettura di Varese una struttura per accogliere 32 richiedenti asilo. Il governo leghista della città è subito intervenuto per bloccare l’arrivo dei richiedenti asilo (“Quella è una scuola e non può essere riconvertita in dormitorio”) organizzando una manifestazione e una campagna contro il loro arrivo, con l’affissione di volantini e cartelli – con il simbolo della Lega Nord – che strillavano “Saronno non vuole i clandestini”, “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni ed aumentano le tasse”, “Renzi e Alfano complici dell’invasione”.
Alcune associazioni hanno presentato un ricorso contro questi volantini e contro chi li ha ideati e ieri un tribunale, giudicando sul contenuto di queste affissioni, ha stabilito che la parola “clandestino” è discriminatoria.
“Con l’epiteto di clandestino si fa chiaramente riferimento ad un soggetto abusivamente presente sul territorio nazionale ed è idoneo a creare un clima intimidatorio (implicitamente avallando l’idea che i “clandestini”, non regolarmente soggiornanti in Italia, devono allontanarsi)”. Insomma, la parola clandestino è perfettamente strumentale alla propaganda politica ed è pericolosa, perché alimenta un clima intollerante e intimidatorio.
Indicare i richiedenti asilo come “clandestini” non è solo un errore terminologico, perché la parola ha una chiara valenza negativa, ma è una scelta strumentale e pericolosa: i clandestini sono persone irregolari alle quali paghiamo “vitto, alloggio e vizi”, mentre agli italiani vengono tagliate le pensioni e aumentate le tasse. La parola “clandestino”, scrive il Tribunale di Milano, “ha l’effetto non solo di violare la dignità degli stranieri, richiedenti asilo, appartenenti ad etnie diverse da quelle dei cittadini italiani, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti.”
Ora non è più questione di essere politicamente corretti, e nemmeno di libertà di espressione – che continua a essere tutelata dalla Costituzione – ma di distinguere quando le parole sono semplicemente sbagliate, quando sono espressione di un pensiero, e quando invece si avvicinano pericolosamente all’istigazione al reato.
(qui trovate l’ordinanza del Tribunale di Milano)

largo all’avanguardia

Ieri sera a Di Martedì c’era Matteo Salvini.
Ero curioso di vedere come si sarebbe comportato Floris, davanti a un leader di destra di cui erano state riportate dichiarazioni come “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia”, “via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo”, per capire se gli avrebbe contestato quelle frasi.
Floris, dopo avere mandato in onda un’intervista scomodissima al padre di Renzi atteso fuori dall’uscio, ha introdotto Matteo Salvini e, sfornando i suoi sorrisi migliori, ha portato a casa il punto su Renzi, lasciando Salvini libero di fare l’autorevole leader dell’opposizione anti-euro e anti-casta.
Non una parola sulle pulizie di massa, sul significato politico di quelle frasi, non una richiesta di spiegazioni. Sorrisi, applausi e insomma, questo Renzi è proprio pericoloso.
Siccome il giornalismo si annida nei luoghi più impensati, c’è voluto Antonio Caprarica, uno che viene spesso trattato con la sufficienza riservata a chi si è occupato di cerimoniali di corte e di Royal Ascot, per rivolgere a Salvini l’unica domanda che gli andava fatta: “Ma si rende conto di quello che dice?”.
Solo a quel punto Floris ha dovuto insistere, il tutto mentre un pubblico inquietante, evidentemente coltivato a colpi di casta, vitalizi e asili svedesi, applaudiva con furore le dichiarazioni sulla necessità di una pulizia di massa in questo paese, perché guardate la stazione Termini com’è ridotta.
Sorrisi, applausi, e grazie a Matteo Salvini.

Quando lo Stato ha paura dei libri

Oggi la Corte Costituzionale deciderà sulla questione di legittimità costituzionale dell’articolo 41 bis della legge sull’ordinamento penitenziario, nella parte in cui consente all’Amministrazione Penitenziaria di adottare, tra le misure di elevata sicurezza volte a prevenire contatti del detenuto in regime detentivo con l’organizzazione criminale, il divieto di ricevere dall’esterno e spedire libri e riviste.
Per semplificare: può un mafioso avere il diritto di ricevere libri e riviste dall’esterno, nell’esercizio dei suoi diritti garantiti dalla Costituzione, anche se questo può astrattamente comportare il rischio di ricevere messaggi criptati o comunicazioni nascoste?
Il 41 bis è il regime di carcere duro previsto dall’Ordinamento Penitenziario, che consente di sospendere l’applicazione delle normali regole di trattamento nei confronti dei detenuti per reati di criminalità organizzata, terrorismo, eversione e altri tipi di reato.
Il conflitto tra sicurezza e diritto allo studio, libertà di informazione e rieducazione, arriva alla Corte Costituzionale dopo che un detenuto del carcere di Trani ha presentato ricorso contro il divieto di ricevere libri dai suoi familiari, divieto che il carcere gli imponeva in applicazione di una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
La circolare prevede, testualmente, l’eliminazione dalle biblioteche dei libri contenenti tecniche di comunicazione criptata, il divieto di acquisto di stampa autorizzata (quotidiani, riviste, libri) dall’esterno – “compresi abbonamenti, da sottoscriversi direttamente da parte della Direzione o dell’impresa di mantenimento per la successiva distribuzione ai detenuti richiedenti, per impedire che terze persone vengano a conoscenza dell’istituto di assegnazione dei detenuti”; che sia vietata la ricezione di libri e riviste da parte dei familiari, così come l’invio del predetto materiale ai familiari da parte del detenuto; è poi vietato l’accumulo di un numero eccessivo di testi, anche al fine di agevolare le operazioni di perquisizione ordinaria; è infine vietato lo scambio di libri e riviste tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità.
Il regime del 41 bis, il “carcere duro”, come sappiamo prevede una serie di misure draconiane finalizzate a interrompere ogni legame con l’organizzazione mafiosa, così dure che dovremmo interrogarci più spesso circa la loro legittimità, e tra queste vi è appunto il divieto di ricevere libri e stampa dall’esterno.
La ragione della “sicurezza pubblica” contro i diritti costituzionalmente garantiti all’individuo del diritto allo studio, all’informazione che rappresentano una parte consistente del trattamento rieducativo – anche questo costituzionalmente garantito. Il diritto di farsi regalare un libro da un familiare deve essere negato in forza della nostra pretesa di sicurezza?
Ci si potrebbe domandare perché non li comprino all’interno dell’istituto o attraverso le imprese autorizzate. Una domanda ingenua, da parte di chi non ha la minima idea di come funzioni un carcere, soprattutto il regime del 41 bis. Perché questo comporta una serie di conseguenze pratiche che, di fatto, impediscono l’esercizio del diritto: il divieto di ricevere significa non poter acquistare materiale di seconda mano, non poter ottenere libri in prestito dalle biblioteche – le biblioteche interne al carcere potete immaginarle – anche in considerazione dei limiti di spesa a cui i detenuti del 41 bis sono sottoposti.
Il giudice di Spoleto che ha rilevato la questione di legittimità costituzionale ha invece presenti queste difficoltà, quando parla della vita carceraria e del “coacervo inimmaginabile per una persona libera di domande che il detenuto deve porre all’amministrazione per risolvere anche la più semplice esigenza della vita quotidiana”, e degli ostacoli per entrare in possesso di una rivista o di un libro che concretizzano un pregiudizio concreto nell’esercizio del diritto.
Il carcere è un luogo in cui il tempo scompare, e non serve spiegare il significato che un libro assume in una dimensione di coercizione in cui l’orizzonte non esiste, esiste solo una serie di volumi di cemento e sbarre, serve invece interrogarci sulla debolezza di uno Stato che, per garantire la sicurezza, è costretto a privare un detenuto di un diritto così elementare.
La Corte oggi deciderà sul bilanciamento di diritti costituzionali garantiti e la sua decisione, inevitabilmente, investirà ancora una volta la nostra concezione della pena e l’idea di una giustizia vendicativa e totalizzante incardinata sul rinchiudere e gettare via la chiave; già riesco a sentire le grida scomposte di chi dirà che è uno scandalo, che sono mafiosi e assassini e non meritano alcun rispetto, che vogliono addirittura leggere libri e riviste. E poi, cosa ancora? La libertà?

Qui alcuni approfondimenti sulla questione di legittimità costituzionale, e l’ordinanza del Magistrato di Sorveglianza di Spoleto