Quando un uomo con la pistola

La legittima difesa è una legge posta a salvaguardia della vita umana. Dell’aggressore e dell’aggredito. Per la regola per cui, quando un uomo con il fucile incontra l’uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto, consentire per legge che aggressore e aggredito possano trovarsi sullo stesso piano mette inevitabilmente l’aggredito in una posizione di debolezza: non è abituato a essere aggressore, e si troverà spesso davanti qualcuno più rapido, con meno scrupoli, e più spaventato di lui. Le rapine in banca hanno cessato di provocare vittime una volta che si è smesso di reagire e di prendere iniziative: si lasciano i rapinatori liberi di fare, al resto penserà l’assicurazione. Personalmente, se dovessi sentire dei rumori in casa, di notte, mi fingerei morto prima che possano accorgersi di me, ma capisco che qualcuno abbia un senso più eroico della famiglia, della roba, della difesa della casa e dei confini; ma se il pericolo è reale – o lo percepiamo come tale –  la legge sulla legittima difesa esiste già, e funziona. Introdurre per legge la libertà di sparare nelle ore notturne, inducendo così in ogni possessore di arma il convincimento di un diritto di difesa assoluto e senza limiti, è una scelta pericolosa e incosciente, che accontenta i populismi e li fa regola morale invece di combatterli. La vita dell’uomo che si introduce in casa di notte in cambio della tua percezione di sicurezza.
È un gioco molto pericoloso, anche per uno Stato che vuole fingersi insicuro.
Uno Stato dovrebbe proteggere i propri cittadini dai pericoli esterni con azioni di prevenzione, con azioni di polizia, e non con una legge che li convinca di essere in grado di difendersi da soli, dichiarando la propria incapacità a garantire sicurezza ed esponendoli al rischio di scoprire che fare lo sceriffo in casa è un lavoro molto pericoloso, più pericoloso che fingersi addormentati.

nota:

A una prima lettura delle modifiche all’articolo 52 del codice penale, la norma che disciplina la legittima difesa, la distinzione notte – giorno sembra non esistere: vengono inserite le parole “aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone, alle cose o alle cose ovvero con minaccia o con inganno”. Questo significa che si considera legittima difesa non solo il caso in cui io mi difenda di notte, ma anche di giorno – quell’ovvero sembra configurare una situazione alternativa – e anche solo se la violenza è consistita nel forzare una finestra o un cancello, che è comunque considerata violenza sulle cose; ma si ritiene sufficiente anche il semplice “inganno”: stando alla norma, posso sparare anche a chi entra in casa fingendosi incaricato di leggermi il contatore dell’acqua.

Il giorno dello sciacallo

Il mare è scosso da una tempesta perfetta, un attacco geometrico alle organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo, e non solo a quelle. Medici senza Frontiere, Emergency, persino Unicef si ritrovano a dover reagire ad allusioni e accuse sul loro ruolo, sui finanziamenti che ricevono, sulle complicità con il traffico di esseri umani che un paio di irresponsabili hanno lanciato nel dibattito politico.
Gli account di Unicef Italia, Cecilia Strada – Emergency peraltro non opera in mare – Medici senza frontiere sono da giorni sottoposti agli attacchi di chi li accusa di non salvare solo i bambini, ma anche gente sana e robusta – che probabilmente potrebbe arrivare a nuoto? – che non scappa davvero dalla guerra, di non essere trasparenti. Le posizioni xenofobe e una certa retorica conservatrice hanno trovato una sintesi presentabile nella richiesta di chiarezza sul ruolo delle ong presenti nel Mediterraneo; ma questo ha levato il tappo, e dallo scarico stanno fuoriuscendo i liquami del mondo di sotto, scatenando una crociata contro la cooperazione internazionale e le organizzazioni non governative.
Sono bastate le dichiarazioni di un esponente del Movimento 5 Stelle, e che un procuratore della Repubblica alimentasse i sospetti gettando ipotesi in un ventilatore, perché le ong ne venissero ricoperte, nonostante svolgano attività umanitarie inestimabili. Questa si chiama egemonia culturale, e ormai è troppo tardi per fermarla.
Ma cosa potranno mai scoprire le indagini? Che al mondo esiste un numero imprecisato di gente che dona volentieri i suoi soldi per aiutare i migranti nel Mediterraneo, ottenendo magari anche qualche vantaggio fiscale? Che le ong si sostituiscono agli stati, proteggendo i canali di passaggio dei migranti, visto che la politica è terrorizzata dal perdere consenso creando corridoi umanitari, e regolando umanamente i flussi migratori? Che le ong sono solidali?
Certo è che quando inizi a dubitare dell’Unicef o di Save the Children sulla base di un sospetto infondato che, amplificato esponenzialmente, si è già trasformato in una macchia, poi in uno stigma e quindi in una regola di cui tutti devono rendere conto,  significa che qualcosa nel tessuto che tiene insieme la società è saltato, e si stanno aprendo sotto i piedi i baratri dell’ignoto; se fossimo nel settecento ci prepareremmo a guerre e rivoluzioni imminenti, ma la nostra sfrontata fiducia nel presente ci impedisce di pensare a queste forme di stravolgimento, e quindi passerà.
Scolliniamo rapidamente verso una teocrazia del sospetto perché il vento che muove questi attacchi è ancora una volta un’ossessione patologica per la trasparenza e per l’onestà, i nuovi totem di uno stato sociale frustrato, alimentato da irresponsabili. La diffusione capillare di allusioni e sospetti crea una democrazia fondata su allusioni e sospetti, in cui il controllo sociale non è più affidato agli organi competenti, ma a una guardia diffusa, una ronda continua alla ricerca di delinquenti da stanare. La piramide sociale si sta rivoltando. L’onestà deve essere provata, come l’innocenza doveva essere provata nell’ordalia, lo iudicium dei basato sull’idea che Dio avrebbe aiutato l’innocente, se lo fosse stato davvero: cammina su queste sette barre di metallo ardente, e a seconda delle ferite giudicheremo della tua innocenza. Tutto questo calato in un clima in cui le parole solidarietà e accoglienza sono respinte in nome di un confine sicuro, un piatto di pasta, un abbonamento alla pay tv e uno smartphone.
In questo futuro prossimo, governato dal sospetto e dall’ossessione paranoica, si muovono solitari gli sciacalli, che hanno capito che attaccare le ong che operano nel Mediterraneo può avere lo stesso effetto di vietare per legge gli antibiotici: una significativa variazione statistica.

Le prove non esistono

Non è vero che un pubblico ministero dovrebbe evitare di dire di non avere prove, parlando di un’indagine di cui è incaricato. In una delle sue numerose dichiarazioni, il procuratore di Catania ha detto che ci sono ipotesi di comportamenti sospetti delle ong, ma di non averne le prove, scatenando gli accostamenti irridenti con Pierpaolo Pasolini e l’incipit di Cos’è questo golpe? Io so, pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974.
Al di là del fatto che un procuratore dovrebbe essere consapevole del valore del proprio silenzio nella fase delle indagini preliminari, di tutte le cose inquietanti che traspaiono dalle sue dichiarazioni (dall’eversione via barconi finanziata da Soros, alla probabile presenza di atti dei servizi, che non si capisce come siano arrivati nei fascicolo della procura), quella frase è tecnicamente impeccabile: nel processo accusatorio si distingue tra prova ed elementi di prova. Mentre questi ultimi sono quelli raccolti dal pubblico ministero durante le indagini preliminari, e non hanno forza di prova, le prove si formano – salvo alcune eccezioni – nel dibattimento e nel contraddittorio delle parti. È il cardine del nostro sistema processuale. Almeno così dice la Costituzione (art.111).
Il fatto è che siamo così abituati a sentire parlare impropriamente di prove nelle ricostruzioni giornalistiche delle indagini preliminari, in cui le prove ancora non ci sono, che una volta che un Procuratore – involontariamente – dice una cosa vera, non siamo neppure in grado di riconoscerlo.

Depistaggio eccellenza italiana

Le vicende dell’ufficiale del Noe accusato di avere manipolato alcuni atti dell’inchiesta Consip potrebbero essere le prime in cui viene contestato il reato di depistaggio, introdotto da una legge nel 2016, dopo che per decenni i pubblici ufficiali che sviavano o ostacolavano le indagini venivano condannati per reati minori – come i falsi materiali o quelli ideologici. Ma è anche l’occasione per ricordare come il depistaggio sia un’eccellenza italiana in cui abbiamo sviluppato capacità straordinarie, tanto che nell’Italia del ventesimo secolo ci sono state più condanne a pubblici ufficiali per i depistaggi che agli autori delle stragi che sono state depistate.

Islamofobia e effetto Kulesov

Nel 1918, il cineasta russo Lev Vladimirovic Kulesov voleva dimostrare la fondamentale importanza del montaggio. Prese un primo piano di un viso inespressivo tratto da un vecchio film e lo affiancò prima a una scodella di zuppa, poi a un cadavere e, infine, al piano di una donna. Gli spettatori dissero di riconoscere nell’espressione dell’attore rispettivamente fame, tristezza, eccitazione. Kulesov voleva dimostrare che ogni piano di un film ha senso solo in funzione di ciò che lo segue o lo precede, e che questo influenza la percezione degli spettatori. Esperimento riuscito.
Dopo l’attacco terroristico di Londra si è diffusa rapidamente una fotografia: una donna che indossa un hijab e che guarda il telefono, apparentemente indifferente, mentre cammina accanto a un ferito sul Westminster Bridge. L’immagine è diventata virale, e si è trasformata immediatamente in un’iconografia dei musulmani disinteressati a quello che è accaduto, prova che sono conniventi e forse complici. Noi attaccati e a terra feriti, mentre loro camminano indifferenti.
Poi qualcuno ha cercato l’intera sequenza ed è spuntata una seconda fotografia, in cui la donna appare visibilmente scossa e sta probabilmente scrivendo un messaggio, forse rassicurando qualcuno che sapeva che si trovava in quella zona, o forse raccontando quello che aveva appena visto.
In realtà, già nella prima fotografia si vedeva molto bene che la donna era scossa, quella mano sul viso era un gesto eloquente, ma la mancanza di espressività ha consentito di usare quella foto come iconografia della guerra musulmana in Europa.
È stato un effetto Kulesov, che ha rivelato che al posto della zuppa, della donna e del cadavere nel nostro montaggio c’è un unico piano, che si chiama islamofobia.

La parola “clandestino”

La parola “clandestino”, come molte di quelle usate ogni giorno nel dibattito pubblico sulla sicurezza e sulle migrazioni, è uno strumento formidabile per orientare l’opinione pubblica e avvelenare la discussione, costruendo quella retorica dell’invasione e dell’insicurezza che non viene più nemmeno messa in dubbio. Clandestino è illegale, senza documenti, entrato illegalmente in Italia in violazione di una legge: una parola che attribuisce una connotazione criminale e pericolosa nel momento stesso in cui viene pronunciata. Se sono un clandestino significa che sono un illegale, e quindi un criminale ed è naturale che io venga sottoposto a un regime speciale, perché rappresento un pericolo per la comunità e i miei diritti possono subire una compressione giustificata dal senso comune prima, e dalla legge poi.
La parola “clandestino” è l’espediente su cui si regge la propaganda della destra populista e xenofoba, secondo cui “accogliamo tutti i clandestini”, “i clandestini ci invadono”, facendo credere alla gente che viviamo in uno stato di perenne illegalità, fingendo di non sapere che se clandestino è chi non ha diritto a restare sul territorio italiano, si diventa clandestini solo dopo che si è accertato questo diritto, secondo le leggi e le convezioni sulla protezione internazionale.
Ora un tribunale ha deciso che quella parola, e l’uso denigratorio che ne viene fatto, è discriminatorio.
Nei primi mesi del 2016, una Cooperativa di Saronno aveva messo a disposizione della Prefettura di Varese una struttura per accogliere 32 richiedenti asilo. Il governo leghista della città è subito intervenuto per bloccare l’arrivo dei richiedenti asilo (“Quella è una scuola e non può essere riconvertita in dormitorio”) organizzando una manifestazione e una campagna contro il loro arrivo, con l’affissione di volantini e cartelli – con il simbolo della Lega Nord – che strillavano “Saronno non vuole i clandestini”, “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni ed aumentano le tasse”, “Renzi e Alfano complici dell’invasione”.
Alcune associazioni hanno presentato un ricorso contro questi volantini e contro chi li ha ideati e ieri un tribunale, giudicando sul contenuto di queste affissioni, ha stabilito che la parola “clandestino” è discriminatoria.
“Con l’epiteto di clandestino si fa chiaramente riferimento ad un soggetto abusivamente presente sul territorio nazionale ed è idoneo a creare un clima intimidatorio (implicitamente avallando l’idea che i “clandestini”, non regolarmente soggiornanti in Italia, devono allontanarsi)”. Insomma, la parola clandestino è perfettamente strumentale alla propaganda politica ed è pericolosa, perché alimenta un clima intollerante e intimidatorio.
Indicare i richiedenti asilo come “clandestini” non è solo un errore terminologico, perché la parola ha una chiara valenza negativa, ma è una scelta strumentale e pericolosa: i clandestini sono persone irregolari alle quali paghiamo “vitto, alloggio e vizi”, mentre agli italiani vengono tagliate le pensioni e aumentate le tasse. La parola “clandestino”, scrive il Tribunale di Milano, “ha l’effetto non solo di violare la dignità degli stranieri, richiedenti asilo, appartenenti ad etnie diverse da quelle dei cittadini italiani, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti.”
Ora non è più questione di essere politicamente corretti, e nemmeno di libertà di espressione – che continua a essere tutelata dalla Costituzione – ma di distinguere quando le parole sono semplicemente sbagliate, quando sono espressione di un pensiero, e quando invece si avvicinano pericolosamente all’istigazione al reato.
(qui trovate l’ordinanza del Tribunale di Milano)

largo all’avanguardia

Ieri sera a Di Martedì c’era Matteo Salvini.
Ero curioso di vedere come si sarebbe comportato Floris, davanti a un leader di destra di cui erano state riportate dichiarazioni come “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia”, “via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo”, per capire se gli avrebbe contestato quelle frasi.
Floris, dopo avere mandato in onda un’intervista scomodissima al padre di Renzi atteso fuori dall’uscio, ha introdotto Matteo Salvini e, sfornando i suoi sorrisi migliori, ha portato a casa il punto su Renzi, lasciando Salvini libero di fare l’autorevole leader dell’opposizione anti-euro e anti-casta.
Non una parola sulle pulizie di massa, sul significato politico di quelle frasi, non una richiesta di spiegazioni. Sorrisi, applausi e insomma, questo Renzi è proprio pericoloso.
Siccome il giornalismo si annida nei luoghi più impensati, c’è voluto Antonio Caprarica, uno che viene spesso trattato con la sufficienza riservata a chi si è occupato di cerimoniali di corte e di Royal Ascot, per rivolgere a Salvini l’unica domanda che gli andava fatta: “Ma si rende conto di quello che dice?”.
Solo a quel punto Floris ha dovuto insistere, il tutto mentre un pubblico inquietante, evidentemente coltivato a colpi di casta, vitalizi e asili svedesi, applaudiva con furore le dichiarazioni sulla necessità di una pulizia di massa in questo paese, perché guardate la stazione Termini com’è ridotta.
Sorrisi, applausi, e grazie a Matteo Salvini.