streaming di coscienza

Immaginate di entrare nella biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, una delle biblioteche più grandi del mondo. Quattro edifici, 32 milioni di libri catalogati, più di 61 milioni di manoscritti, la più grande collezione di libri rari del Nord America, oltre 1 milione di pubblicazioni governative e poi film, documentari, documenti originali.

Immaginate di avere un accesso libero e incondizionato, giorno e notte, per un tempo illimitato, a qualsiasi materiale archiviato in quelle stanze. Il guardiano notturno vi lascia le chiavi, vi raccomanda di spegnere sempre le luci e vi dà il suo numero di telefono.

«Mi chiami a questo numero quando ha finito», vi dice.

Immaginate adesso che quel patrimonio sterminato sia completamente privo di una qualsiasi catalogazione. Niente classificazioni bibliografiche, niente archivi, niente nomi degli autori, dimenticatevi Dewey. Milioni di volumi e documenti ordinatamente riposti in meravigliosi scaffali cesellati in legno di noce. Lo scibile umano si staglia intorno a voi con tutta la sua opprimente grandezza, ma senza un minimo filo logico. Vi guardate intorno e vi accorgete di essere appena precipitati nel paradosso di avere a completa disposizione tutta la conoscenza del mondo senza sapere da dove cominciare. Dovrete affidarvi al caso, vagando per i corridoi di marmo, cercando di trovare una logica nella disposizione dei libri, ma la biblioteca è troppo grande, ci sono troppe stanze perché possiate davvero cogliere la logica di quella sistemazione. Potrete cominciare a pescare libri casualmente dagli scaffali, riconoscendone l’autore o il titolo. Potrete andare avanti così per ore, giorni, mesi. Ma non potrete mai fare quello che in una biblioteca si dovrebbe fare: una ricerca. Perché vi mancano gli strumenti per orientarvi. Avete accesso libero e completo a una conoscenza sterminata, ma non siete in grado di sfruttarla. Perché senza un ordine, senza un metodo di classificazione che ti consenta di accedere a quel materiale, è come se quei libri fossero chiusi dentro a un sommergibile a due chilometri di profondità.

La trasparenza democratica via streaming è la stessa cosa.

Potrete avere un accesso illimitato e incondizionato a discussioni politiche a cui prima non avevate accesso, e potrete vedere come discutono leader politici chiamati ad affrontare temi centrali per il paese, ma vi sarete persi tutto quello che è successo prima, che è quello che conta davvero. Non avrete alcun accesso alla preparazione degli incontri, a quello che gli interlocutori si sono detti con i propri consiglieri prima di arrivare davanti alla webcam o quello che possono avere pensato cinque minuti prima di sedersi davanti a voi. Non è solo una questione politica. Le decisioni sono procedimenti complessi e una diretta streaming di un incontro politico vi consente di avere accesso alla fase due del processo decisionale, quella della scelta, mentre non vi dirà nulla sulla fase uno, in cui si prendono in considerazione le varie opzioni e si valutano i pro e i contro di ciascuna di esse. Sono fasi delicate, in cui si deve avere il diritto del dubbio, dell’indecisione e dell’errore. Basta leggersi le memorie di un qualsiasi statista politico del novecento per ritrovarvi il resoconto dettagliato di riunioni che hanno preceduto una decisione storica. Ci sono persone riunite in una stanza che contrappongo opinioni diverse, litigano, si tirano telefoni in testa, trovano compromessi rispetto alle proprie ortodossie. Si valutano i pro e i contro di ogni opzione e alla fine si sceglie. Il problema è che le idee migliori possono venire dentro a un cesso, e le discussioni più proficue mentre si beve un caffè durante una pausa. E le decisioni migliori possono reggersi su motivazioni abiette. Se non si trasmette integralmente lo streaming di questa parte del processo decisionale, la possibilità di mettersi davanti a un pc per guardare leader politici che si confrontano sulla base di scelte di linee già decise non è altro che un’illusione ottica.

Un po’ come restare chiusi per due settimane nella Congress Library leggendo solo Guerra e Pace e Via col Vento.

l’aquila: lo stregone e le probabilità

La sentenza di condanna per omicidio colposo e lesioni personali inflitta ai membri della Commissione Grandi Rischi non è una sentenza che condanna quegli esperti per non avere previsto un terremoto, visto che i terremoti non si possono prevedere. Ovviamente, nonostante si siano scatenati i  critici del l’intero sistema giudiziario mondiale, e italiano in particolare, nessuno conosce ancora le motivazioni per cui si è arrivati a ritenere quegli imputati responsabili della morte e del ferimento  di alcune persone (non di tutte le vittime del terremoto).

Non avendo ancora le motivazioni della sentenza, si può tentare un’operazione probabilistica, fondata sull’ipotesi (abbastanza certa, vista la sentenza) che il giudice abbia sostanzialmente accolto la tesi del Pm, analizzando quindi per sommi capi la sua requisitoria.

Per capire se la stregoneria occuperà un posto di rilievo nel sistema giudiziario italiano dei prossimi anni (come sembra, leggendo le prime  pacate reazioni).

Innanzitutto i membri della Commissione Grandi Rischi non erano imputati per non avere previsto il terremoto, o per averlo previsto e non averlo comunicato alla popolazione, ma per qualcosa di più complicato, legato alle finalità per cui la Commissione Grandi Rischi è costituita: la violazione di regole di diligenza nell’adempimento delle proprie funzioni, e un presunto nesso di causalità con alcune delle morti e delle lesioni, provocate dal terremoto.

Secondo la requisitoria scritta del p.m. (la trascrizione della sua discussione nel processo, il documento in cui spiega in  modo articolato al giudice la tesi di cui chiede l’accoglimento, e le ragioni e le prove in forza delle quali avanza quella richiesta) il nucleo centrale dell’imputazione era questo:

Gli imputati (…), nella qualità rivestita, effettuavano, per colpa, una valutazione dei rischi connessi all’attività sismica in corso sul territorio aquilano approssimativa, generica ed inefficace in relazione agli scopi di prevenzione e previsione e in relazione alle finalità di tutela dell’integrità della vita dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità che determinino situazioni di grave rischio; e fornivano informazioni incomplete, imprecise, contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri prevedibili sviluppi dell’attività sismica in esame, venendo così meno ai doveri richiesti dalla legge.

Dunque pur essendosi attivati, quali componenti della Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi, per fronteggiare una situazione di emergenza, tenevano una condotta negligente, imprudente, imperita, in violazione delle norme che regolano l’organizzazione, il funzionamento, i compiti e le finalità della detta Commissione.

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sorridi a papà

«una mentina?»

«sì, grazie»

«posso mostrarle una fotografia?»

«sì, certo»

«mi dica, è lei questo?»

«…»

«è lei?»

«non so, è passato tanto tempo ma…sì, direi di sì, sono io»

«capisco»

«e mi dica invece, questo è sempre lei?»

«sì, qualche anno dopo, credo fosse una festa di un compagno di classe delle elementari»

«bene. abbiamo quasi finito. questo è ancora lei?»

«sì, qui era una festa di carnevale, non ricordo dove fossi, ma avrò avuto otto, nove anni»

«l’ha fatto ancora in seguito?»

«che cosa? andare a una festa di carnevale?»

«andare a feste di carnevale vestito da grande orsetto rosa con un lecca lecca a forma di cuore»

«…»

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perfezioni e pallonetti

non so se avete letto il racconto di edoardo nesi, ‘miracolo inevitabile’, quello sulla partitella di calcio tra ragazzini di periferia e il pallonetto.
ecco, ho passato tutte le ultime pagine del racconto a pensare “ma fallo restare su quel cazzo di pallone, perché diavolo devi farlo scendere”.
la perfezione del pallonetto è nel culmine, nel suo restare indeterminatamente sospeso nell’aria a minacciarti, nella sua interminabile, inesorabile possibilità di entrare in porta.
il pallonetto perfetto, semplicemente, incombe.

italiano immaginario

 «non abbiamo chiuso il gas.»

«tesoro, come sei anni settanta, ormai il gas non lo chiude più nessuno. »

le vacanze sono come uno schema delle parole crociate: una forma geometrica regolare dalla superficie piana, perfettamente ordinata all’interno da piccole celle identiche e da una presenza proporzionata di quadratini neri. un quadro perfetto, fino a quando non cominciamo a scriverci dentro. ci scontriamo con le definizioni, e allora facciamo passare tutte le parole più lunghe e ci concentriamo sulle iniziali dell’attore redford. i buchi, le cancellature, le caselle in cui far entrare a forza le definizioni che ci siamo inventati.

una forzatura continua per cercare di adattare la realtà della nostra fallibile esistenza a un modello idealizzato e irrealizzabile: quindici giorni senza di noi.

le vacanze dell’italiano immaginario sono come un quarantuno orizzontale, quattro lettere, famoso museo parigino: le vacanze sono la parola luvr.

ronzii

nell’arco di ventiquattro ore, quelle trascorse dal momento in cui si è scoperto che le stragi di oslo non erano opera di una cellula lappone di al qaeda, e quindi si dovevano trovare nuove spiegazioni che non fossero il fatto che è colpa loro se sono musulmani, è iniziata la ferma condanna delle perversioni scandinave che hanno causato questa violenza assurda. trattandosi di un paese lontano e misterioso come la norvegia – una volta scoperto che l’ikea è svedese – non si è fatto altro che cercare su wikipedia alla voce “norvegia – usi e costumi”.

così si è potuto sostenere che la follia omicida è stata scatenata, nell’ordine, da devianze come il culto del dio odino, gesù, i fiordi, il sole a mezzanotte, i romanzi di larsson, kafka, la musica rock metal, le alci, i videogames bellici. i soffitti troppo bassi, invece, hanno vinto contro la frustrazione sessuale e sono passati al turno successivo.

qui abbiamo avuto fortunatamente una variazione sul tema e vittorio feltri, in un mirabile editoriale, ha spiegato in sostanza che la colpa di quanto accaduto è la deboscia, la debolezza morale di quei ragazzi che, cinquecento contro uno, non sono riusciti nemmeno a disarmarlo (che in fondo è un po’ come dire che se tutti quelli che occupavano le torri l’undici settembre si fossero buttati di sotto, sarebbero morti lo stesso, ma almeno gli avremmo tolto tutta la soddisfazione).

il mio interesse per questo nazista, per il suo “perché”, le ragioni che lo hanno condotto dentro quella fattoria a costruire autobombe con del fertilizzante, è durato molto poco, dissolto nell’orrore provato per quella caccia allucinante sull’isola di utoya. è durato fino al momento in cui ho realizzato che ogni riga che leggevo di quel delirio, ogni volta che imparavo una sillaba del suo nome e lo scrivevo su un social network o nel campo di ricerca di google, lo stavo aiutando a raggiungere il suo scopo: il suo nome come primo risultato nei motori di ricerca, il parto scomposto del suo cervello, un delirio di millecinquecento pagine, discusso, analizzato e fatto rimbalzare su tutta la rete.

ognuno di noi dovrebbe leggerlo e poi buttarlo nel cesso, senza condividere una sola sillaba del suo contenuto.i morti, la strage, erano il mezzo attraverso cui raggiungere il proprio scopo, il “male necessario” perché il mondo si accorgesse delle ragioni del suo odio. l’oblio, l’indifferenza per il suo nome, per le sue parole, quello sarebbe come ucciderlo.

il male di uno psicopatico isolato come questo non è il male assoluto, è un male privo di qualunque fascino – niente organizzazione complessa, niente comunicazione – è il male di un pazzo che cerca di dare un significato a quel ronzio insopportabile che gli fa scoppiare la testa, un ronzio che potrà cessare solo con i colpi di una pistola, rivolti dalla parte sbagliata. ma è un male pericoloso e impalpabile, come spore tossiche trascinate dal vento, in attesa del prossimo che, seduto davanti al computer, si dirà che quel ronzio lo sta facendo impazzire, e che deve trovare il modo di spegnerlo. ad ogni costo.