partita doppia

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Non mi stupisco del fatto che in un paese europeo possa chiudere una televisione pubblica come si chiuderebbe un negozio di alimentari. E non mi stupisco neppure del fatto che alle porte dell’Europa, in un paese come la Turchia, siano stati sospesi i diritti fondamentali dei cittadini, sia di quelli che protestano, sia di quelli che cercano di appoggiarli o di difenderli.
La Grecia non fa altro che mettere in pratica le istruzioni ricevute, smonta il proprio paese pezzo per pezzo, con la stessa meccanicità ottusa con cui si monta un mobile Ikea. In Turchia, invece, siamo al punto in cui si arrestano gli avvocati, colpevoli di avere difeso (o appoggiato) i manifestanti e i loro diritti.
Esistono le rivoluzioni organizzate, magari finanziate da paesi che le sostengono, ma esistono anche le sollevazioni popolari: la rabbia e la frustrazione trovano una valvola di sfogo nell’uscire di casa, nello scendere in piazza, nel camminare per le strade e ritrovarsi accanto altre decine di migliaia di persone, frustrate e incazzate come te. Non ci sono gruppi organizzati, almeno non all’inizio, ma in pochi giorni la protesta spontanea, il disordine rumoroso, danno vita ad un organismo più complesso, organizzato e consapevole, e così si arriva a un punto in cui si deve scegliere se è arrivato il momento di tornare a chiudersi in casa – e lasciare le cose come stanno – oppure continuare nella protesta, qualsiasi cosa accada.
In Turchia siamo arrivati a quel punto di svolta, la tolleranza zero, da cui si può solo scivolare lungo un piano inclinato che conduce a una repressione violenta e definitiva.
Sono quei momenti cruciali in cui la politica e la diplomazia di un continente come l’Europa dovrebbero entrare a gamba tesa, senza alcuno scrupolo politico, per non assecondare quell’idea populista di un’unione di burocrati ottusi che considera le libertà civili come una voce eventuale nascosta tra le pieghe di un bilancio, si chiamino libertà di espressione o diritto di manifestare liberamente il proprio dissenso.

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(roba vecchia) racconto di natale

[come altri hanno fatto, ho delle cose sul vecchio blog che mi dispiace perdere e quindi ho deciso di ripostarle qui, magari non tutte, ma quelle a cui sono piu’ affezionato. E questa e’ una]

Racconto di Natale

il vecchio b. se ne stava lungo e disteso sul letto, erano ormai le due passate.
se n’erano andati tutti, amici, collaboratori, figli, ed era rimasto da solo, in silenzio e con i suoi pensieri quando, ad un tratto, vide un bagliore provenire dal corridoio del secondo piano dell’ospedale. si alzò faticosamente, svuotò il pappagallo, e lentamente si avvicinò alla porta quando avvertì una vampata di calore improvviso che lo travolgeva, la luce si fece insopportabile e qualcosa lo urtò. cadde a terra e cercò di rialzarsi immediatamente. sentì freddo e si rese conto di non essere più in ospedale, ma in un prato dai contorni indistinti, circondato dalle luci deboli di una città immersa nel sonno.
“ciao silvio”

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cose da venticinque aprile

accade che lo storico portatore del labaro dell’anpi di brescia, il Rosso, uno che lo porta da quarant’anni, un’istituzione in città, venga sospeso dall’associazione dei partigiani per una foto compromettente. questa.

la foto dello scandalo, scattata dal corriere della sera, lo ritrae fuori dal tribunale di brescia a braccetto con valerio fioravanti dopo la sua deposizione nel processo per la strage di piazza della loggia.

i partigiani, quando hanno visto il portatore del loro vessillo affiancato a un terrorista condannato per omicidi e strage, lo hanno subito sospeso.

lui si è giustificato, dicendo che si era avvicinato a fioravanti dentro il tribunale chiedendogli come avesse potuto uccidere così tante persone. poi ha detto che voleva dargli un po’ di conforto, visto che si temevano le contestazioni dei centri sociali. fatto sta che, una volta fuori, fioravanti si sarebbe fatto avanti e l’avrebbe preso sotto braccio con l’inganno. la presenza non casuale di un fotografo avrebbe chiuso il cerchio.

la morale di questa storia?

ancora non l’ho capita, però ho imparato cosa sia un labaro.