partita doppia

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Non mi stupisco del fatto che in un paese europeo possa chiudere una televisione pubblica come si chiuderebbe un negozio di alimentari. E non mi stupisco neppure del fatto che alle porte dell’Europa, in un paese come la Turchia, siano stati sospesi i diritti fondamentali dei cittadini, sia di quelli che protestano, sia di quelli che cercano di appoggiarli o di difenderli.
La Grecia non fa altro che mettere in pratica le istruzioni ricevute, smonta il proprio paese pezzo per pezzo, con la stessa meccanicità ottusa con cui si monta un mobile Ikea. In Turchia, invece, siamo al punto in cui si arrestano gli avvocati, colpevoli di avere difeso (o appoggiato) i manifestanti e i loro diritti.
Esistono le rivoluzioni organizzate, magari finanziate da paesi che le sostengono, ma esistono anche le sollevazioni popolari: la rabbia e la frustrazione trovano una valvola di sfogo nell’uscire di casa, nello scendere in piazza, nel camminare per le strade e ritrovarsi accanto altre decine di migliaia di persone, frustrate e incazzate come te. Non ci sono gruppi organizzati, almeno non all’inizio, ma in pochi giorni la protesta spontanea, il disordine rumoroso, danno vita ad un organismo più complesso, organizzato e consapevole, e così si arriva a un punto in cui si deve scegliere se è arrivato il momento di tornare a chiudersi in casa – e lasciare le cose come stanno – oppure continuare nella protesta, qualsiasi cosa accada.
In Turchia siamo arrivati a quel punto di svolta, la tolleranza zero, da cui si può solo scivolare lungo un piano inclinato che conduce a una repressione violenta e definitiva.
Sono quei momenti cruciali in cui la politica e la diplomazia di un continente come l’Europa dovrebbero entrare a gamba tesa, senza alcuno scrupolo politico, per non assecondare quell’idea populista di un’unione di burocrati ottusi che considera le libertà civili come una voce eventuale nascosta tra le pieghe di un bilancio, si chiamino libertà di espressione o diritto di manifestare liberamente il proprio dissenso.

streaming di coscienza

Immaginate di entrare nella biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, una delle biblioteche più grandi del mondo. Quattro edifici, 32 milioni di libri catalogati, più di 61 milioni di manoscritti, la più grande collezione di libri rari del Nord America, oltre 1 milione di pubblicazioni governative e poi film, documentari, documenti originali.

Immaginate di avere un accesso libero e incondizionato, giorno e notte, per un tempo illimitato, a qualsiasi materiale archiviato in quelle stanze. Il guardiano notturno vi lascia le chiavi, vi raccomanda di spegnere sempre le luci e vi dà il suo numero di telefono.

«Mi chiami a questo numero quando ha finito», vi dice.

Immaginate adesso che quel patrimonio sterminato sia completamente privo di una qualsiasi catalogazione. Niente classificazioni bibliografiche, niente archivi, niente nomi degli autori, dimenticatevi Dewey. Milioni di volumi e documenti ordinatamente riposti in meravigliosi scaffali cesellati in legno di noce. Lo scibile umano si staglia intorno a voi con tutta la sua opprimente grandezza, ma senza un minimo filo logico. Vi guardate intorno e vi accorgete di essere appena precipitati nel paradosso di avere a completa disposizione tutta la conoscenza del mondo senza sapere da dove cominciare. Dovrete affidarvi al caso, vagando per i corridoi di marmo, cercando di trovare una logica nella disposizione dei libri, ma la biblioteca è troppo grande, ci sono troppe stanze perché possiate davvero cogliere la logica di quella sistemazione. Potrete cominciare a pescare libri casualmente dagli scaffali, riconoscendone l’autore o il titolo. Potrete andare avanti così per ore, giorni, mesi. Ma non potrete mai fare quello che in una biblioteca si dovrebbe fare: una ricerca. Perché vi mancano gli strumenti per orientarvi. Avete accesso libero e completo a una conoscenza sterminata, ma non siete in grado di sfruttarla. Perché senza un ordine, senza un metodo di classificazione che ti consenta di accedere a quel materiale, è come se quei libri fossero chiusi dentro a un sommergibile a due chilometri di profondità.

La trasparenza democratica via streaming è la stessa cosa.

Potrete avere un accesso illimitato e incondizionato a discussioni politiche a cui prima non avevate accesso, e potrete vedere come discutono leader politici chiamati ad affrontare temi centrali per il paese, ma vi sarete persi tutto quello che è successo prima, che è quello che conta davvero. Non avrete alcun accesso alla preparazione degli incontri, a quello che gli interlocutori si sono detti con i propri consiglieri prima di arrivare davanti alla webcam o quello che possono avere pensato cinque minuti prima di sedersi davanti a voi. Non è solo una questione politica. Le decisioni sono procedimenti complessi e una diretta streaming di un incontro politico vi consente di avere accesso alla fase due del processo decisionale, quella della scelta, mentre non vi dirà nulla sulla fase uno, in cui si prendono in considerazione le varie opzioni e si valutano i pro e i contro di ciascuna di esse. Sono fasi delicate, in cui si deve avere il diritto del dubbio, dell’indecisione e dell’errore. Basta leggersi le memorie di un qualsiasi statista politico del novecento per ritrovarvi il resoconto dettagliato di riunioni che hanno preceduto una decisione storica. Ci sono persone riunite in una stanza che contrappongo opinioni diverse, litigano, si tirano telefoni in testa, trovano compromessi rispetto alle proprie ortodossie. Si valutano i pro e i contro di ogni opzione e alla fine si sceglie. Il problema è che le idee migliori possono venire dentro a un cesso, e le discussioni più proficue mentre si beve un caffè durante una pausa. E le decisioni migliori possono reggersi su motivazioni abiette. Se non si trasmette integralmente lo streaming di questa parte del processo decisionale, la possibilità di mettersi davanti a un pc per guardare leader politici che si confrontano sulla base di scelte di linee già decise non è altro che un’illusione ottica.

Un po’ come restare chiusi per due settimane nella Congress Library leggendo solo Guerra e Pace e Via col Vento.

batti lei, renzi/2

Sulla mia bacheca di Facebook ormai è un susseguirsi di endorsement e attestazioni di stima per Matteo Renzi, che finiscono più o meno tutti con una dichiarazione di guerra alla casta e alla classe politica di questo paese.

Renzi sta diventando il collettore universale di quei movimenti peristaltici che vedrebbero nell’eliminazione dei politici, e degli orpelli burocratici di cui si nutre una democrazia parlamentare, la soluzione di ogni problema.

Il fatto che in questo momento le primarie siano sulle prime pagine dei giornali contribuisce poi a rafforzare questa immagine della classe dirigente del Pd come il simbolo della vecchia politica da rottamare. E la cosa è comprensibile, visto che il centrodestra è chiuso dentro una stanza, ben nascosto, a perseguire una precisa strategia politica, quella del “non mi faccio vedere in giro, lascio che si dimentichino come sono fatto, e poi mi ripresento con un paio di baffi finti”.

C’è da ringraziare il consigliere De Romanis allora, per quel bellissimo toga party. Grazie dei maiali, grazie delle toghe, grazie per quell’ostentazione di hýbris all’amatriciana, che rimette un po’ di ordine, e permette di dire che no, forse non sono proprio tutti uguali.

Io non so se Renzi lo faccia di proposito, ma dico che se il tuo manifesto elettorale prevede lo smantellamento del gruppo dirigente del tuo partito, tanto da doverlo collocare nello stesso campo in cui metti il tuo avversario politico (l’artista un tempo noto come centrodestra-Berlusconi), allora la tua vittoria passa necessariamente attraverso uno strappo, una faglia di Sant’Andrea che aspetta solo di deflagrare. Se vincesse Renzi, il giorno dopo le primarie di coalizione il segretario del partito sarebbe ancora Bersani, ma come potrebbero convivere rottamatori e rottamati? Renzi dice che se perderà si metterà a disposizione del partito. Ma di quale partito? Quello dei dirigenti e dei militanti  anagraficamente svantaggiati che fino a dieci minuti prima hai indicato come corresponsabili della fogna in cui ci siamo ficcati?

vent’anni

quanto tempo è passato eh, umberto? quanti anni? venti? venticinque? era il millenovecentonovanta quando hai organizzato il primo raduno di pontida, per accendere gli animi della tua gente riportando in vita il giuramento della lega lombarda dei comuni contro il barbarossa. resuscitare un pezzo di storia di quasi mille anni fa, fare di roma ladrona il nuovo barbarossa, e puntare tutto su una parola: secessione. hai seminato il terrore con quella cosa della padania, e tutti a domandarsi se pensavi veramente di spaccare l’italia in due, di dividere il nord dal sud. ma abbiamo scoperto che quella era una sparata. puntare al cuore per colpire le gambe. la gente si è così spaventata, pensando che volessi davvero dividere in due l’italia, che quando hai spiegato che ti interessava il federalismo ha annuito, fingendo di avere capito e tirando un bel sospiro. il pericolo è scampato. vent’anni di lotte, di gazebo, vent’anni di ampolle piene di acqua del po, di carri armati di cartone in piazza san marco, di coccoloni e parole biascicate. vent’anni di minacce, fucili nelle valli, rivolte. tre volte al governo, quasi sette anni con il sedere piantato sulle poltrone romane. avete fatto di tutto, ma il federalismo no. sono vent’anni che non parlate d’altro, vent’anni che riempite la bocca di mugugni e singulti; vent’anni che siete in parlamento e occupate posti di rilievo nel governo, nelle commissioni, vent’anni per dispiegare tutta la vostra potenza di fuoco e convincere tutti, cittadini, parlamentari, partiti, che il federalismo poteva diventare un percorso condiviso, un cambiamento che non conduce necessariamente alla disgregazione del paese. vent’anni, cristo. vent’anni per pareggiare. quindici a quindici. come all’oratorio. umberto, non sei stanco?

no, perché io mi sarei veramente fracassato le palle.

signori della corte

quando crei un sistema in cui tutti sono tuoi complici, servitori, beneficiari, è matematico: fino a quando sarai in grado di garantire a tutti qualcosa, sopravviverai.

potendo b. contare su una potenza (economica, politica, informativa) illimitata  non cadrà nemmeno stavolta. gli anticorpi che produce stanno già funzionando. il meccanismo è raffinato e ha un unico obiettivo: il dubbio.

b. gioca le sue partite sul dubbio, perché il dubbio gli consente di resistere, di sostenere il contrario di quello che sembra evidente, colmando qualunque insensatezza con la sua capacità di raccogliere intorno a sé un consenso acritico.

“ruby è una mignotta psicopatica che si è inventata una vita parallela” è un fatto provato tanto quanto “ruby era minorenne, b. lo sapeva ma se la scopava lo stesso”.

ma il solo fatto di poterlo affermare permette a b. di ottenere l’unico risultato che gli interessa.

la gente ci pensa, il dubbio cresce, tutto si ridimensiona, e noi ci siamo giocati la giuria nei primi dieci minuti.