sacrifici umani

Il rinvio della legge sullo ius soli è giustificato con il clima ostile che si respirerebbe nel paese. Lo ius soli, si legge, è una legge divisiva. Casa Pound rivendica con orgoglio di averlo creato, questo clima ostile. Nelle prossime settimane vedremo una rincorsa ad approvare a ogni costo una legge sui vitalizi dei parlamentari, perché quella invece è il segno di un nuovo spirito unitario, e il clima nel Paese verso la legge sarà certamente favorevole, ma la legge sullo ius soli invece no, quella dovrà aspettare. La nuova ondata populista imperversa, e nessuno la ferma.
La politica è diventata l’esecutore testamentario della società, e quindi di se stessa, immobile e terrorizzata da ogni sussulto dell’opinione pubblica: non prova nemmeno più ad assumere un ruolo di guida per superare resistenze e divisioni, cerca solo di addomesticare rabbia e frustrazione sacrificandosi alle divinità correnti – la casta, lo spreco, la paura.
Ogni giorno un sacrificio umano, sperando che il dio del Popolo torni a essere pietoso e la risparmi, almeno per oggi.

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Intercettazione permanente

Roma. Interno notte. Un giovane impiegato della compagnia telefonica ha il compito di assicurarsi che le conversazioni sull’interurbana per Genova non siano disturbate, e così si inserisce in una telefonata in corso. Da un lato dell’apparecchio, a Genova, una donna; dall’altro lato, un uomo. Non è un uomo comune, è un ministro, il relatore di un decreto che sarebbe stato approvato il giorno seguente.

– Sei tu, cara?
– Sì (segue una conversazione di carattere familiare)
– Guarda che domani sarà approvato un provvedimento catenaccio di carattere finanziario che avrà enorme ripercussione in Borsa. Questi titoli (li enumera) perderanno tanti punti, e altri ne guadagneranno altrettanti, compresi i titoli di stato. Hai capito?
– Perfettamente.
– Tu domani mattina dovresti vendere i titoli del primo gruppo e comprare il maggior numero possibile degli altri. Avverti tuo padre, i miei familiari, tutti i parenti in modo che facciano la stessa operazione!
– Che bella cosa! Come sono contenta!

Il giovane telefonista, insospettito, trascrive la telefonata, ne annota numeri, provenienza e orari. La mattina seguente porta la trascrizione a Palazzo Braschi, sede del ministero dell’Interno, da dove finisce sul tavolo di Giolitti. Al giovane viene imposto il silenzio; nel pomeriggio Giolitti si reca personalmente alla Camera per smascherare l’incauto ministro, invitandolo a un comportamento più onesto e trasparente, e rinviando l’approvazione del provvedimento ad altra data. Fu così che il liberale Giolitti intuì l’enorme potenziale di quel genere di controllo – forse ancora scottato dallo scandalo della Banca Romana – e istituì un servizio di intercettazione telefonica presso il ministero dell’Industria. Era il 1903, e nasceva così il primo Servizio di Intercettazione telefonica in Italia. (1)

Nel nostro paese si fa un uso selvaggio delle intercettazioni sui media, si pubblica qualsiasi cosa senza alcuna selezione e non esiste una distinzione tra ciò che è penalmente rilevante e ciò che non lo è, mentre il segreto istruttorio ha smesso di esistere in una corsa dissennata al principio di precauzione applicato alla vita politica e al diritto di cronaca. La pubblicazione delle intercettazioni telefoniche si è trasformata in uno strumento di osservazione della morale pubblica e privata che confonde il pubblico interesse con l’interesse del pubblico.

Le intercettazioni sono il genere narrativo più venduto – ho un ricordo di spiagge invase da un allegato dell’Espresso “Tutte le intercettazioni di Calciopoli” – e l’intromissione nelle vite altrui è vissuta come un diritto assoluto a cui ogni politico deve sottostare. La violazione della legge, il reato che si commette ogni volta che si pubblicano atti di indagine coperti dal segreto sono ormai irrilevanti, vincono il diritto di cronaca e alla messinscena quando la pretesa di riservatezza – e di segretezza – è considerata ingiustificata: male non fare, paura non avere (cit.). Forse perché le cose più compromettenti delle nostre esistenze – quelle che non vorremmo mai vedere pubblicate sui giornali – oggi si trovano sugli hard disk, nelle chat di Whatsapp e Telegram, e non nelle telefonate che facciamo. E così ci opponiamo all’accesso indiscriminato ai nostri file per esigenze di sicurezza, ricordandoci che esiste un diritto costituzionale alla riservatezza, ma leggiamo volentieri tomi di intercettazioni altrui. Ma la pubblicazione delle intercettazioni ha anche un altro effetto.

Il processo penale ha sempre avuto l’ambizione di sottrarre i sospettati alla disumana mancanza di giudizio della piazza, affidandone la sorte a regole certe e individui che si distinguessero per intelligenza, saggezza, equilibrio. Il meccanismo, troppo spesso, non ha funzionato, e le pulsioni vendicative sono esplose nei supplizi e nello splendore degli squartamenti in pubblico. Le cronache degli ultimi anni sembrano riportarci a quel modello aspirazionale, anche se non serve più legare braccia e gambe del condannato a quattro cavalli e osservare l’effetto che fanno, bastano quattro battute in una telefonata. La piazza condanna. Si pubblicano atti in violazione del codice penale, ma una volta che sei stato smembrato, e le tue gambe viaggiano leggere a sud, mentre il torso è trascinato in direzione opposta, una condanna per violazione del segreto istruttorio non sarà una grande consolazione.

1Il fatto e la trascrizione letterale della telefonata sono tratti da un oscuro libro di Ugo Guspini, L’orecchio del regime (Mursia, 1973), che racconta l’uso delle intercettazioni telefoniche durante il ventennio, e fa risalire a Giolitti, e a questo episodio, la nascita di un sistema di intercettazioni in Italia.

[Una cosa scritta su Leftwing due anni fa, leggermente riveduta]

Senza fine vita

La Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di Marco Cappato per il reato di istigazione o aiuto al suicidio. Cappato è stato indagato dopo essersi autodenunciato per avere accompagnato Fabiano Antoniani (Dj Fabo) in una clinica svizzera, dove è stato sottoposto a una procedura di suicidio assistito. In quindici pagine i pubblici ministeri milanesi spiegano che la condotta di Cappato non è punibile, perché non costituisce un concorso in un reato, ma nell’esercizio di un diritto individuale.
La richiesta ricostruisce accuratamente la figura del diritto al fine-vita nel contesto costituzionale e della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, e fa un salto in avanti estremamente coraggioso quando afferma la necessità di un bilanciamento tra il diritto alla vita e il diritto alla dignità e all’autodeterminazione.
Il principio di indisponibilità del diritto alla vita – scrivono i p.m. – incontra un limite nella “persona” ossia in quell’insieme di valori che costituiscono l’individualità di ogni essere umano, e che ben si compendiano nel concetto di “dignità della figura umana”. Ci sono situazione limite in cui si può disporre liberamente della propria vita.
Partendo da questo presupposto, la Procura di Milano individua un diritto costituzionalmente garantito a ottenere una morte dignitosa, e alla luce dell’esistenza di questo diritto valuta il reato contestato a Cappato (l’articolo 580 del codice penale, Istigazione o aiuto al suicidio).
L’istigazione e l’aiuto al suicidio sono puniti anche in Svizzera se vengono commessi per “motivi egoistici”. In assenza di questi motivi l’istigatore non commette alcun reato.
L’eutanasia, invece, è sempre reato anche nella Confederazione Elvetica, ed ecco perché, per le società che offrono questi protocolli di “accompagnamento alla morte volontaria”, è fondamentale che sia lo stesso malato a compiere l’ultimo atto, per non sconfinare nell’eutanasia.
Fabiano Antoniani – scrivono i p.m. – ha scelto liberamente e autonomamente di morire, ha preso contatti con un’associazione tramite la sua compagna, e ha pianificato il viaggio in Svizzera.
Dopo avere ricostruito in modo articolato tutta la procedura di suicidio assistito – con la finalità di circoscrivere il ruolo avuto da Marco Cappato nella progressione che ha portato alla morte – i pubblici ministeri concludono per l’irrilevanza penale della condotta: il diritto alla vita è un diritto fondamentale, ma non è un diritto assolutamente indisponibile e incontra un limite  “(…) nella libertà di autodeterminazione terapeutica del soggetto, sulla base del diritto al rispetto della dignità della figura umana”. Il suicidio assistito, se connesso a “situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso”, non costituisce una violazione del diritto alla vita. In caso di patologie gravissime e irreversibili, ai malati che ritengano lesiva della propria dignità tanto la malattia, quanto il decorso mortale che deriverebbe dalla rinuncia ai trattamenti terapeutici, è riconosciuto un diritto al suicidio assistito. La condotta di chi concorre ad aiutare un uomo nell’esercizio di questo suo diritto non può essere punita.
Ora il Giudice per le indagini preliminari di Milano dovrà decidere se archiviare il procedimento a carico di Cappato, avallando l’interpretazione dei pubblici ministeri, o se invece imporre la formulazione di un’imputazione.
Ancora una volta, come nei casi di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby, è la magistratura a doversi confrontare con l’esistenza nel nostro ordinamento dei diritti legati al fine-vita, muovendosi in uno spazio legislativo desolatamente vuoto. I magistrati milanesi sono consapevoli di viaggiare al buio e di essere chiamati a riempire questo vuoto, contando sui pochissimi precedenti, e non perdono l’occasione per auspicare un intervento urgente del legislatore perché si faccia carico del problema, disciplinando in maniera rigorosa questo diritto.
In questi giorni è in discussione in Commissione al Senato il Ddl sul testamento biologico, “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari al fine di evitare l’accanimento terapeutico”, già approvato alla Camera in prima lettura. La legge non regola il suicidio assistito, ma sarebbe bene che il legislatore si assumesse una volta per tutte la responsabilità di approvarla, come un primo passo verso una legislazione organica del fine-vita. Perché se la politica non prende l’iniziativa su materie così delicate, riappropriandosi del suo ruolo, e lascia che siano i tribunali ad aprire la strada, poi non ci si può lamentare degli spazi che la magistratura occupa, trovandoli vuoti come una periferia svizzera.

Quando un uomo con la pistola

La legittima difesa è una legge posta a salvaguardia della vita umana. Dell’aggressore e dell’aggredito. Per la regola per cui, quando un uomo con il fucile incontra l’uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto, consentire per legge che aggressore e aggredito possano trovarsi sullo stesso piano mette inevitabilmente l’aggredito in una posizione di debolezza: non è abituato a essere aggressore, e si troverà spesso davanti qualcuno più rapido, con meno scrupoli, e più spaventato di lui. Le rapine in banca hanno cessato di provocare vittime una volta che si è smesso di reagire e di prendere iniziative: si lasciano i rapinatori liberi di fare, al resto penserà l’assicurazione. Personalmente, se dovessi sentire dei rumori in casa, di notte, mi fingerei morto prima che possano accorgersi di me, ma capisco che qualcuno abbia un senso più eroico della famiglia, della roba, della difesa della casa e dei confini; ma se il pericolo è reale – o lo percepiamo come tale –  la legge sulla legittima difesa esiste già, e funziona. Introdurre per legge la libertà di sparare nelle ore notturne, inducendo così in ogni possessore di arma il convincimento di un diritto di difesa assoluto e senza limiti, è una scelta pericolosa e incosciente, che accontenta i populismi e li fa regola morale invece di combatterli. La vita dell’uomo che si introduce in casa di notte in cambio della tua percezione di sicurezza.
È un gioco molto pericoloso, anche per uno Stato che vuole fingersi insicuro.
Uno Stato dovrebbe proteggere i propri cittadini dai pericoli esterni con azioni di prevenzione, con azioni di polizia, e non con una legge che li convinca di essere in grado di difendersi da soli, dichiarando la propria incapacità a garantire sicurezza ed esponendoli al rischio di scoprire che fare lo sceriffo in casa è un lavoro molto pericoloso, più pericoloso che fingersi addormentati.

nota:

A una prima lettura delle modifiche all’articolo 52 del codice penale, la norma che disciplina la legittima difesa, la distinzione notte – giorno sembra non esistere: vengono inserite le parole “aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone, alle cose o alle cose ovvero con minaccia o con inganno”. Questo significa che si considera legittima difesa non solo il caso in cui io mi difenda di notte, ma anche di giorno – quell’ovvero sembra configurare una situazione alternativa – e anche solo se la violenza è consistita nel forzare una finestra o un cancello, che è comunque considerata violenza sulle cose; ma si ritiene sufficiente anche il semplice “inganno”: stando alla norma, posso sparare anche a chi entra in casa fingendosi incaricato di leggermi il contatore dell’acqua.