Quindici secondi di emotività

Ieri sera, quindici secondi dopo le prime notizie da Londra, era tutto un “rabbia”, “sgomento”, “frustrazione”, “preghiamo” che rimbalzavano dappertutto. È stato così per Manchester, e ormai è così per ogni evento cruento che si sospetta legato al terrorismo. Ma per cosa, di preciso? Per cosa questa rabbia, questa frustrazione, questo sgomento, quando ancora si avevano brandelli di notizie non confermate? Un furgone, un ponte. I fatti confermati erano questi. L’urgenza di comunicare al mondo il proprio stato d’animo non ha solo scavalcato l’analisi, ma anche il tempo necessario per capire cosa stia succedendo: non c’è tempo, e ci si getta di pancia con la tavola da surf sull’onda dell’emotività. La dittatura dell’attimo – di cui ha scritto Mattia Feltri, immagino ispirato dal libro che tutti dovrebbero leggere, e obbligare gli amici a leggere –  si manifesta anche nella reazione emotiva a un atto di terrorismo, rilanciando notizie non confermate, bufale, testimonianze dirette, e un fastidioso rumore di fondo di un’umanità già sgomenta, frustrata e in ginocchio, senza avere ancora capito per cosa. Ma che sente l’insopprimibile bisogno di mostrarsi perfettamente al centro dell’evento, anche solo dopo quindici secondi, con le fonti migliori, i sentimenti migliori e con addosso i segni del pericolo scampato, perché anche loro, una volta, erano stati lì. Come se non farlo immediatamente possa sancire la nostra esclusione dall’umanità, come se questo darsi di gomito di fronte a un attacco terroristico in corso sia l’unica prova della nostra esistenza in vita.

Intercettazione permanente

Roma. Interno notte. Un giovane impiegato della compagnia telefonica ha il compito di assicurarsi che le conversazioni sull’interurbana per Genova non siano disturbate, e così si inserisce in una telefonata in corso. Da un lato dell’apparecchio, a Genova, una donna; dall’altro lato, un uomo. Non è un uomo comune, è un ministro, il relatore di un decreto che sarebbe stato approvato il giorno seguente.

– Sei tu, cara?
– Sì (segue una conversazione di carattere familiare)
– Guarda che domani sarà approvato un provvedimento catenaccio di carattere finanziario che avrà enorme ripercussione in Borsa. Questi titoli (li enumera) perderanno tanti punti, e altri ne guadagneranno altrettanti, compresi i titoli di stato. Hai capito?
– Perfettamente.
– Tu domani mattina dovresti vendere i titoli del primo gruppo e comprare il maggior numero possibile degli altri. Avverti tuo padre, i miei familiari, tutti i parenti in modo che facciano la stessa operazione!
– Che bella cosa! Come sono contenta!

Il giovane telefonista, insospettito, trascrive la telefonata, ne annota numeri, provenienza e orari. La mattina seguente porta la trascrizione a Palazzo Braschi, sede del ministero dell’Interno, da dove finisce sul tavolo di Giolitti. Al giovane viene imposto il silenzio; nel pomeriggio Giolitti si reca personalmente alla Camera per smascherare l’incauto ministro, invitandolo a un comportamento più onesto e trasparente, e rinviando l’approvazione del provvedimento ad altra data. Fu così che il liberale Giolitti intuì l’enorme potenziale di quel genere di controllo – forse ancora scottato dallo scandalo della Banca Romana – e istituì un servizio di intercettazione telefonica presso il ministero dell’Industria. Era il 1903, e nasceva così il primo Servizio di Intercettazione telefonica in Italia. (1)

Nel nostro paese si fa un uso selvaggio delle intercettazioni sui media, si pubblica qualsiasi cosa senza alcuna selezione e non esiste una distinzione tra ciò che è penalmente rilevante e ciò che non lo è, mentre il segreto istruttorio ha smesso di esistere in una corsa dissennata al principio di precauzione applicato alla vita politica e al diritto di cronaca. La pubblicazione delle intercettazioni telefoniche si è trasformata in uno strumento di osservazione della morale pubblica e privata che confonde il pubblico interesse con l’interesse del pubblico.

Le intercettazioni sono il genere narrativo più venduto – ho un ricordo di spiagge invase da un allegato dell’Espresso “Tutte le intercettazioni di Calciopoli” – e l’intromissione nelle vite altrui è vissuta come un diritto assoluto a cui ogni politico deve sottostare. La violazione della legge, il reato che si commette ogni volta che si pubblicano atti di indagine coperti dal segreto sono ormai irrilevanti, vincono il diritto di cronaca e alla messinscena quando la pretesa di riservatezza – e di segretezza – è considerata ingiustificata: male non fare, paura non avere (cit.). Forse perché le cose più compromettenti delle nostre esistenze – quelle che non vorremmo mai vedere pubblicate sui giornali – oggi si trovano sugli hard disk, nelle chat di Whatsapp e Telegram, e non nelle telefonate che facciamo. E così ci opponiamo all’accesso indiscriminato ai nostri file per esigenze di sicurezza, ricordandoci che esiste un diritto costituzionale alla riservatezza, ma leggiamo volentieri tomi di intercettazioni altrui. Ma la pubblicazione delle intercettazioni ha anche un altro effetto.

Il processo penale ha sempre avuto l’ambizione di sottrarre i sospettati alla disumana mancanza di giudizio della piazza, affidandone la sorte a regole certe e individui che si distinguessero per intelligenza, saggezza, equilibrio. Il meccanismo, troppo spesso, non ha funzionato, e le pulsioni vendicative sono esplose nei supplizi e nello splendore degli squartamenti in pubblico. Le cronache degli ultimi anni sembrano riportarci a quel modello aspirazionale, anche se non serve più legare braccia e gambe del condannato a quattro cavalli e osservare l’effetto che fanno, bastano quattro battute in una telefonata. La piazza condanna. Si pubblicano atti in violazione del codice penale, ma una volta che sei stato smembrato, e le tue gambe viaggiano leggere a sud, mentre il torso è trascinato in direzione opposta, una condanna per violazione del segreto istruttorio non sarà una grande consolazione.

1Il fatto e la trascrizione letterale della telefonata sono tratti da un oscuro libro di Ugo Guspini, L’orecchio del regime (Mursia, 1973), che racconta l’uso delle intercettazioni telefoniche durante il ventennio, e fa risalire a Giolitti, e a questo episodio, la nascita di un sistema di intercettazioni in Italia.

[Una cosa scritta su Leftwing due anni fa, leggermente riveduta]

Diritto e favore

Il patto è un accordo tra due parti che trovano un punto in cui incontrarsi in un impegno reciproco. Si promettono vicendevolmente di fare – o non fare – qualcosa, generando un’intesa sulla fiducia che ognuno rispetti quell’accordo. Può essere amore, comprare un’automobile, o non invadere l’Unione Sovietica. Il patto dell’accoglienza – qualunque cosa si intenda dire – presupporrebbe che entrambi i contraenti rispettassero gli impegni. Il problema è che non c’è alcun patto legato all’accoglienza. Perché se ragioniamo in termini di patti, accordi, contratti, ospitalità, fiducia tradita, dovremmo dire che, se ti accolgo a casa mia, e ti tratto come vengono spesso trattati i richiedenti asilo – al netto della retorica hotel a cinque stelle, telefonino, fanno la bella vita – forse quel patto ho iniziato a violarlo anch’io. Per esempio lasciandoti per settimane aggrappato agli scogli come una tellina, al confine con la Francia, o costringendoti a dormire per strada.
L’accoglienza dei richiedenti asilo non è un atto di solidarietà, ma un obbligo costituzionale e internazionale.
Lo so che amiamo considerarci un popolo solidale, accogliente, e che siamo sinceramente convinti che accogliere chi approda in Italia dopo avere attraversato il Mediterraneo è un’altra tacca sul calcio del nostro “Italiani brava gente”, ma è tutto molto più freddo e privo di sentimenti: la protezione internazionale è un diritto – anche costituzionale, come spiega l’articolo 10 – valutarla secondo le convenzioni internazionali è un dovere. Se il sistema di accoglienza funzionasse, la solidarietà non servirebbe. E potremmo parlare di solidarietà se ce ne fosse, ma non ne vedo molta, se non da parte di uomini e associazioni che hanno ben chiara la differenza tra diritto e favore. Il resto sono manifestazioni contro la creazione di centri di accoglienza, fiaccolate, barriere, assalti, sindaci che si rifiutano di accogliere i migranti. E pensare che sono proprio gli amministratori locali – sindaci, presidenti di provincia e di regione  – a complicare le cose e a inceppare il sistema di accoglienza in Italia, rifiutando di partecipare a un sistema diffuso di ripartizione delle quote (solo 2.600 comuni su 8.000 accolgono migranti).
Non c’è nessun patto di solidarietà, o un favore da ripagare, se non l’obbligo di rispettare la legge: la condizione di “straniero”, “migrante”, “richiedente asilo” non comporta più doveri rispetto a quelli pretesi dal cittadino italiano.
La legge è uguale per tutti significa che l’unica condizione richiesta, quando si mette piede nel nostro paese, è rispettarne leggi e costituzione. Se non mantengo questo impegno verrò giudicato e condannato. E il reato sarà tanto più grave secondo le aggravanti del codice penale, non secondo il sentimento popolare.
Tutto il resto – tradimento, fiducia, delusione – riguarda la sfera morale. La confusione dei piani, tra diritto e favore, tra ciò che è dovuto e ciò che è concesso come “atto di solidarietà” è ormai ritenuta buonsenso, anche se quando arriva a Forza Nuova o a Diego Fusaro, uno dovrebbe fare il tagliando del proprio buonsenso. Perché grattando questo buonsenso, in fondo uno ci trova la solita paccottiglia sovranista, nazionalista confusa, fatta di confini e, insomma, prima gli italiani. Nessuno dice che sia facile distinguere tra un atto solidale e assicurare un diritto, soprattutto oggi, ma si dovrebbe almeno provare a spiegarlo.
Come ha scritto qualcuno, viviamo in una terra senza misura, che confonde la notte e il giorno, la partenza con il ritorno, la ricchezza con il rumore, e il diritto con il favore.

Sulle Ong forse abbiamo scherzato

Dopo avere confermato in audizione al Senato di non avere prove utilizzabili di legami tra Ong e trafficanti, ieri, davanti alla Commissione Migranti della Camera, il procuratore Zuccaro ha continuato nel suo percorso di aggiustamento delle accuse rivolte alle organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo: ha ribadito che si tratta di “ipotesi di lavoro”, che l’obiettivo delle indagini non sono le Ong in quanto tali, ma sono i trafficanti. Ha poi parlato di un interesse concreto delle organizzazioni criminali verso il denaro che coinvolge l’accoglienza, precisando però – ancora una volta – che nessuna evidenza investigativa dimostra accordi tra i trafficanti e le nostre mafie. Ringraziamo di non avere una terza camera, dove potremmo sentir parlare di cavallette.
Sono passate alcune settimane, e oggi possiamo dire che non una delle illazioni lanciate contro le Ong – perché così dobbiamo chiamare le affermazioni quando non sono supportate da alcuna prova – si è rivelata fondata. Siamo rimasti nel campo delle “ipotesi di lavoro”. Le smentite di servizi segreti – non c’è nessun rapporto – della Guardia Costiera, di altri magistrati non sono servite, e il danno provocato a questo punto non è ancora calcolabile, ma è soprattutto sospetto: non è un caso che già si avanzino proposte di controllo sui bilanci delle Ong, sulla presenza a bordo di ufficiali di polizia giudiziaria.
In questo pezzo di Open Migration viene spiegato accuratamente cosa c’è di falso nelle accuse alle Ong che operano nel Mediterraneo (spoiler: tutto).
Nel frattempo, un altro magistrato – il procuratore di Trapani – ha spiegato invece chiaramente alla Commissione il punto su cui da giorni ci stiamo avvitando: “Se una nave qualsiasi viene messa al corrente del fatto che c’è il rischio che un’imbarcazione possa naufragare ha il dovere di soccorrerla in qualsiasi punto, e questo principio travolge tutto. Insomma, per la legislazione italiana si potrebbe dire che viene commesso il reato di favoreggiamento di immigrazione clandestina ma non è punibile perché commesso per salvare una vita umana”.

Perché il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – che potrebbe essere astrattamente contestato in casi di recupero – è scriminato sia dall’adempimento di un dovere, sia dallo stato di necessità, cioè il fatto è commesso per esservi stati costretti dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona”. Così dicono il codice penale, e numerose sentenze che si sono occupate di questi casi. 
Il punto è che ogni salvataggio in mare può essere considerato in astratto un atto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma poiché è un salvataggio in mare di uomini in pericolo non è considerato reato. 
Ultima nota. Le cause di giustificazione che operano nei salvataggi in mare – adempimento di un dovere o stato di necessità – appartengono alla stessa categoria della legittima difesa, e non si capisce perché la legge si debba applicare a furore di popolo solo nel caso in cui un ladro entri in un’abitazione, e non per il salvataggio di vite umane nel Mediterraneo.

Senza fine vita

La Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di Marco Cappato per il reato di istigazione o aiuto al suicidio. Cappato è stato indagato dopo essersi autodenunciato per avere accompagnato Fabiano Antoniani (Dj Fabo) in una clinica svizzera, dove è stato sottoposto a una procedura di suicidio assistito. In quindici pagine i pubblici ministeri milanesi spiegano che la condotta di Cappato non è punibile, perché non costituisce un concorso in un reato, ma nell’esercizio di un diritto individuale.
La richiesta ricostruisce accuratamente la figura del diritto al fine-vita nel contesto costituzionale e della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, e fa un salto in avanti estremamente coraggioso quando afferma la necessità di un bilanciamento tra il diritto alla vita e il diritto alla dignità e all’autodeterminazione.
Il principio di indisponibilità del diritto alla vita – scrivono i p.m. – incontra un limite nella “persona” ossia in quell’insieme di valori che costituiscono l’individualità di ogni essere umano, e che ben si compendiano nel concetto di “dignità della figura umana”. Ci sono situazione limite in cui si può disporre liberamente della propria vita.
Partendo da questo presupposto, la Procura di Milano individua un diritto costituzionalmente garantito a ottenere una morte dignitosa, e alla luce dell’esistenza di questo diritto valuta il reato contestato a Cappato (l’articolo 580 del codice penale, Istigazione o aiuto al suicidio).
L’istigazione e l’aiuto al suicidio sono puniti anche in Svizzera se vengono commessi per “motivi egoistici”. In assenza di questi motivi l’istigatore non commette alcun reato.
L’eutanasia, invece, è sempre reato anche nella Confederazione Elvetica, ed ecco perché, per le società che offrono questi protocolli di “accompagnamento alla morte volontaria”, è fondamentale che sia lo stesso malato a compiere l’ultimo atto, per non sconfinare nell’eutanasia.
Fabiano Antoniani – scrivono i p.m. – ha scelto liberamente e autonomamente di morire, ha preso contatti con un’associazione tramite la sua compagna, e ha pianificato il viaggio in Svizzera.
Dopo avere ricostruito in modo articolato tutta la procedura di suicidio assistito – con la finalità di circoscrivere il ruolo avuto da Marco Cappato nella progressione che ha portato alla morte – i pubblici ministeri concludono per l’irrilevanza penale della condotta: il diritto alla vita è un diritto fondamentale, ma non è un diritto assolutamente indisponibile e incontra un limite  “(…) nella libertà di autodeterminazione terapeutica del soggetto, sulla base del diritto al rispetto della dignità della figura umana”. Il suicidio assistito, se connesso a “situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso”, non costituisce una violazione del diritto alla vita. In caso di patologie gravissime e irreversibili, ai malati che ritengano lesiva della propria dignità tanto la malattia, quanto il decorso mortale che deriverebbe dalla rinuncia ai trattamenti terapeutici, è riconosciuto un diritto al suicidio assistito. La condotta di chi concorre ad aiutare un uomo nell’esercizio di questo suo diritto non può essere punita.
Ora il Giudice per le indagini preliminari di Milano dovrà decidere se archiviare il procedimento a carico di Cappato, avallando l’interpretazione dei pubblici ministeri, o se invece imporre la formulazione di un’imputazione.
Ancora una volta, come nei casi di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby, è la magistratura a doversi confrontare con l’esistenza nel nostro ordinamento dei diritti legati al fine-vita, muovendosi in uno spazio legislativo desolatamente vuoto. I magistrati milanesi sono consapevoli di viaggiare al buio e di essere chiamati a riempire questo vuoto, contando sui pochissimi precedenti, e non perdono l’occasione per auspicare un intervento urgente del legislatore perché si faccia carico del problema, disciplinando in maniera rigorosa questo diritto.
In questi giorni è in discussione in Commissione al Senato il Ddl sul testamento biologico, “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari al fine di evitare l’accanimento terapeutico”, già approvato alla Camera in prima lettura. La legge non regola il suicidio assistito, ma sarebbe bene che il legislatore si assumesse una volta per tutte la responsabilità di approvarla, come un primo passo verso una legislazione organica del fine-vita. Perché se la politica non prende l’iniziativa su materie così delicate, riappropriandosi del suo ruolo, e lascia che siano i tribunali ad aprire la strada, poi non ci si può lamentare degli spazi che la magistratura occupa, trovandoli vuoti come una periferia svizzera.

L’ingratitudine e le unioni civili

Oggi su Repubblica, Liana Milella ci spiega che le unioni civili sono un flop. A un anno dall’entrata in vigore della legge sono state celebrate solo 2.800 unioni civili, meno di quanto ci si aspettasse. Le ragioni di questi numeri possono essere diverse, ma non si capisce sulla base di quali dati si fossero fatte delle previsioni. Come se l’affermazione di un diritto dipendesse dal numero di persone che scelgono di esercitarlo. Non c’è bisogno di spiegare che i diritti sono tali a prescindere dal ritorno contabile della loro applicazione concreta, non stiamo parlando di una legge sull’occupazione, o di una riforma degli appalti. Un diritto è davvero un diritto solo se ho la libertà di non esercitarlo, e oggi le coppie gay sono finalmente equiparate alle coppie eterosessuali che esercitano fieramente il proprio diritto a non sposarsi. “Nelle piazze – scrive Liana Milella – prima della legge, c’erano migliaia di manifestanti — uomini e donne gay che rivendicavano il loro diritto di unirsi in un “matrimonio” civile — ma ora le cifre forniscono un quadro decisamente sottodimensionato”, come a dire: tutto il casino che è stato messo in piedi, e non siete corsi in massa a unirvi civilmente? Ingrati.
Forse qualcuno avrebbe dovuto ricordarle che i decreti attuativi della legge sulle unioni civili sono entrati in vigore l’11 febbraio 2017, e hanno disciplinato aspetti tutt’altro che secondari della legge Cirinnà, come le norme dell’ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni; la modifica e riordino delle norme di diritto internazionale privato, l’introduzione nel codice penale e di procedura penale di alcune disposizioni di coordinamento per consentire l’equiparazione del partner dell’unione civile al coniuge. La legge Cirinnà è entrata in vigore un anno fa, ma è solo da tre mesi che la sua attuazione è stata definitivamente completata.
Parlare di “flop” delle unioni civili, dunque, oltre a essere senza senso, in questo caso è profondamente sbagliato.