I danni della cronaca giudiziaria

Schermata 2018-01-07 alle 15.00.25Il racconto della giustizia penale e la cronaca giudiziaria sono narrazioni molto delicate, perché coinvolgono la pretesa di sicurezza e di punizione dei reati da parte dell’opinione pubblica, il riconoscimento dei diritti delle vittime, l’efficacia della legge e della sanzione.
L’impressione che la giustizia penale non soddisfi i nostri ideali di sicurezza e giustizia e che il sistema delle pene soffra di una debolezza endemica produce inevitabilmente insoddisfazione, sfiducia nel sistema e la pretesa di reazioni dure e punizioni più severe, che vengono poi intercettate dalla politica, che le declina nell’introduzione di nuovi reati o nell’inasprimento delle sanzioni.
Il racconto della cronaca giudiziaria, però, si rivolge spesso a un pubblico che manca di cultura giuridica e processuale – e non gliene si può fare una colpa – e un’informazione giudiziaria poco accurata, e sbilanciata sulle posizioni della Pubblica Accusa, invece di fornire strumenti adeguati per leggere la realtà, la distorce, contribuendo a rafforzare nell’opinione pubblica l’idea di una giustizia penale inefficiente, che lascia proliferare l’impunità.
La cronaca del processo è diversa dalla sua comprensione, così come la cronaca di un’operazione chirurgica è diversa dal suo esito. Non dico che indagini e processi dovrebbero essere raccontati nelle pagine scientifiche – anche se i meccanismi che stanno dietro alla cronaca immediata di un processo sono inevitabilmente quelli di una scienza – ma una maggiore accuratezza nel racconto impedirebbe reazioni scomposte, generando quell’idea completamente scollegata dalla realtà per cui, nel nostro paese, nessuno finisce in carcere, nessuno viene punito, servono nuove leggi, pene più severe, certezza della pena.
Pochi giorni fa, su quasi tutti i principali quotidiani, è comparsa una notizia che rappresenta piuttosto bene i termini del problema.
Gli articoli comparsi su La Stampa, Corriere, Repubblica parlano di “sentenza-choc”, con titoli come «Se le aggressioni non sono frequenti, non sono maltrattamenti in famiglia», «Una donna magistrato assolve un disoccupato di 41 anni: la compagna si era presentata nove volte in otto anni al pronto soccorso», «Se il marito picchia la moglie ogni tanto, non si può parlare di maltrattamenti in famiglia», «Calci, pugni, insulti, lanci di oggetti contro la moglie: ma il giudice lo assolve».
In questa avversativa il pregiudizio di ogni cronaca sul processo penale: l’assoluzione è un incidente del processo, la verità è sempre dalla parte dell’accusa.
Il racconto è quello del processo a un uomo accusato di violenze nei confronti della moglie, che a causa di queste violenze sarebbe finita otto volte in nove anni al pronto soccorso, secondo i referti prodotti nel corso del giudizio. L’uomo sarebbe stato assolto perché – questa la sintesi di un titolo, e il senso degli articoli – “picchiare ogni tanto la moglie non è reato”.
Davanti a questo racconto dovremmo chiudere i tribunali, bruciare le toghe in piazza e ricostruire un sistema processuale completamente nuovo. Se solo fosse vero. Perché non lo è.
Ci troviamo di fronte a un esempio di come un racconto poco accurato della giustizia penale possa avere effetti devastanti. I titoli e gli articoli sulla vicenda, infatti, raccontano una storia che, se non viene spiegata come si deve, distorce la realtà proprio a partire da quei titoli.
Prima di tutto, un buon servizio sarebbe stato ricordare che nel nostro ordinamento il reato di maltrattamenti (punito dall’art.572 del codice penale) è un reato diverso rispetto ai reati di lesioni (art.582 del codice penale) e di percosse,  (art.581 del codice penale), con caratteristiche precise che devono essere tutte presenti perché possa essere riconosciuto.
La parola “maltrattamenti”, insomma, è usata in senso tecnico, in quanto autonoma figura di reato, e non in senso generico, di uomo che maltratta una donna. Ma questo non viene mai detto.
Si può essere condannati per il reato di “Maltrattamenti in famiglia” solo in caso di condotta abitualmente violenta ai danni del coniuge e dei figli minori: il reato di maltrattamenti è infatti per la Corte di Cassazionenecessariamente abituale”, ed è definito da una serie di fatti commessi lungo un determinato lasso di tempo, che assumono rilevanza penale proprio perché sono reiterati e sistematici. Potrebbe trattarsi anche di fatti che, isolatamente considerati, non sono punibili (infedeltà, umiliazioni), o non perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi, procedibili solo a querela), ma che acquistano rilevanza penale proprio per effetto della loro reiterazione nel tempo e del clima di vessazione che instaurano nei confronti della vittima. Il reato di maltrattamenti è un reato autonomo, e per la sua configurabilità deve essere raggiunta la prova di una serie di episodi, anche distanti nel tempo, che rientrino nel canone dell’abitualità necessaria – e saranno le prove portate nel processo, tra cui anche le dichiarazioni della presunta vittima, a convincere o meno il giudice dell’esistenza di questa abitualità.
In questo caso il giudice ha ritenuto che questa abitualità mancasse, e l’imputato dovesse essere assolto dal reato di maltrattamenti. Ma questo non significa impunità.
Infatti, in un caso simile, l’imputato può essere chiamato a rispondere dei singoli reati che ha commesso e che, seppure non soddisfino i requisiti richiesti per il reato di maltrattamenti, continuano a esistere come tali:le lesioni personali, le percosse, le minacce.
Nelle cronache di questo processo vengono riportati diversi passaggi virgolettati della sentenza, che era evidentemente nelle mani degli autori, che ci forniscono qualche indicazione sulle ragioni di un’assoluzione che a loro appare scandalosa. È leggendo questi stralci che si scopre che i titoli e il tenore degli articoli potrebbero essere fuorvianti.
Cosa è successo nel caso che ha scatenato tutta questa indignazione, interpretando con cognizione di causa gli stralci della motivazione?
Come detto, i titoli riportano in modo distorto un principio consolidato della Corte di Cassazione: se manca l’abitualità nelle condotte non si configura il reato di maltrattamenti; quello che non fanno è spiegare le ragioni dell’assoluzione. O meglio, quei titoli sostengono l’eccezionalità della sentenza perché assolve – ingiustamente, per loro – un marito violento, ma quello che si legge negli stralci della sentenza sembra invece essere una storia diversa: un processo in cui l’imputato è stato assolto perché il fatto non sussiste.
Nove certificati medici rilasciati dai pronto soccorso in otto anni non contano per far condannare un marito violento, è la tesi di alcuni degli articoli, che poi aggiungono – come fosse un inciso del tutto indifferente – che “in alcuni casi le lesioni non c’entrano nulla con le botte o con il comportamento dell’uomo: una caduta, l’urto accidentale su una mensola, persino un incidente stradale”, “Non tutti gli episodi sono riconducibili ad aggressioni da parte dell’imputato”, scrive infatti il giudice nelle motivazioni della sentenza, parlando di episodi che “la teste ha ricollegato genericamente a una lite ma non è stata in grado di fornire, a parte per l’ultimo, una descrizione dettagliata”.
Insomma, sembrerebbe che l’uomo non sia stato assolto grazie a un giudice particolarmente generoso, a un cavillo o a causa di una volontà di minimizzare la violenza, ma perché per molti dei casi di lesioni riportati in quei nove certificati medici l’imputato non era responsabile.
La sentenza assolve l’imputato perché non c’erano prove a suo carico in relazione al reato di maltrattamenti, ma i titoli e il contenuto delle cronache lasciando intendere che invece, in questo caso, siano stati il giudice e la legge a essere completamente insensati.
Si dovrebbe sempre ricordare che il processo penale non è il luogo di distruzione progressiva di una verità portata dalla pubblica accusa, grazie alla scaltrezza del difensore e all’insipienza di un giudice; il processo penale è un processo di tesi contrapposte, che si scontrano davanti a un giudice che deciderà quale delle due risulti provata – o non provata, visto che l’onere della prova spetta al pubblico ministero.
«Il pm – si legge nell’articolo di Repubblica– aveva chiesto più di tre anni portando in tribunale un faldone di certificati medici per documentare le aggressioni dell’uomo nei confronti della compagna costretta a subire “continue aggressioni fisiche e  umiliazioni morali” che le avrebbero causato “uno stato di prostrazione fisico e morale”. Proprio su questo punto la giudice contesta le motivazioni dell’accusa e accoglie le tesi della difesa.»
Se lo leggiamo sapendo di cosa stiamo parlando, questa è la cronaca di un normale processo penale in cui il pubblico ministero sostiene un’accusa, l’imputato si difende, il giudice decide liberamente.
Leggendo gli stralci della sentenza riportati sembrerebbe essere successo questo: la tesi della pubblica accusa è stata sconfessata nel corso del processo, non tutti gli episodi sono stati ritenuti commessi dall’uomo, e per i pochi per i quali la prova ci sarebbe, non è possibile ritenere configurata l’abitualità necessaria a condannare per i maltrattamenti – che, va ripetuto, sono intesi in senso tecnico, come figura autonoma di reato.
Quali siano state le ragioni per le quali l’imputato è stato assolto dagli episodi di lesioni che gli venivano contestate le cronache non lo spiegano, ma dai brani citati della motivazione sembra che sia stato assolto perché mancavano le prove che quelle lesioni fossero opera sua.
“Non c’è collegamento tra i referti medici portati dall’accusa e le liti o le presunte aggressioni” era la tesi difensiva, che il giudice sembra avere fatto propria.
Nessuna impunità per un uomo violento a causa di una falla nel sistema penale, ma un caso in cui un processo non ha confermato le tesi della pubblica accusa sulla qualificazione del reato e, probabilmente, sulle prove dei fatti contestati. Ma se si leggono i titoli e le valutazioni dei giornalisti si ha un’idea completamente diversa, quella di un’assoluzione incredibile.
Perché è un processo raccontato male, che provoca “sconcerto e preoccupazione” proprio per come viene raccontato. 

Una cronaca accurata, competente, equilibrata avrebbe tolto ogni dubbio sul fatto che la giustizia penale, in questo caso, non ha minimizzato la violenza contro le donne, la pretesa di giustizia, le istanze di tutela delle presunte vittime. Nessuno si è sognato di affermare che non sia reato picchiare una donna “una volta ogni tanto”, e il giudice ha applicato correttamente la legge, affermando un principio consolidato sul reato di maltrattamenti. Tutto questo, però, non viene raccontato, e così restano una sentenza, sintetizzata in un titolo approssimativo e in poche righe, che racconta l’impunità assicurata dal sistema penale a un uomo violento. 

 

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