L’oltraggio

Il reato di oltraggio a pubblico ufficiale è punito dall’articolo 341 bis del codice penale: chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone, offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio, e a causa o nell’esercizio delle sue funzioni, è punito con la reclusione fino a tre anni. Insomma, se insulto un vigile che mi ha appena multato (ingiustamente, come sempre), dovrò rispondere di oltraggio. L’articolo 341 bis, però, prevede che se l’imputato, “prima del giudizio, ha riparato interamente il danno, mediante risarcimento, sia nei confronti della persona offesa, sia nei confronti dell’ente di appartenenza, il reato è estinto”. In questo caso non si celebrerà nessun processo, e la mia incensuratezza sarà salva.
In un’interpretazione completamente arbitraria della norma, la polizia municipale di Roma ha ritenuto – come si legge in questa circolare  – che l’unica forma di risarcimento accettabile per considerare riparato il danno fosse una confessione pubblica con pentimento e scuse alla Polizia Locale di Roma Capitale, da pubblicare on line, condividere, moltiplicare. Una prassi che il Tribunale di Roma deve avere ritenuto adeguata, spettando al giudice dichiarare l’estinzione del reato.
Al di là della legittimità di questa forma di risarcimento, che implica un obbligo di confessione del reato da parte dell’imputato, obbligo che nessuna norma del nostro ordinamento può imporre perché violerebbe la Costituzione, questa forma di contrizione pubblica alla orientale è perfettamente in sintonia con la società dell’esposizione della colpa che siamo diventati, in cui la ricomposizione è sottratta allo Stato e alle sue leggi, per essere sottoposta al giudizio dei nostri pari, considerati tali non più sulla base di diritti di cittadinanza, sociali e civili, ma solo per il fatto di avere un accesso a internet.

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Felici i sicuri

Ieri su Repubblica c’era una bella intervista al Ministro della Giustizia sulle carceri: da una parte il tema era il rischio di radicalizzazione negli istituti di pena, dall’altra i decreti attuativi della riforma dell’ordinamento penitenziario, che giacciono da settimane a Palazzo Chigi, e che puntano a rafforzare le misure alternative alla detenzione e superare l’idea di una detenzione passiva e disumanizzante, che fa di tutto per impedire il reinserimento dei detenuti e la loro rieducazione, scardinando la cultura del tutti dentro di cui siamo ormai impregnati. Una cosa che mi ha colpito, però, è stata un piccolo riquadro in fondo al pezzo, in cui si danno alcuni numeri sulle carceri italiane: 56.919 detenuti su 50.241 posti disponibili. 11.000 detenuti provenienti da paesi musulmani, di cui circa 8.000 praticanti. Di questi 8.000, 506 sono i detenuti sottoposti al monitoraggio per il rischio di radicalizzazione islamica, ma solo 240 sono considerati ad alto rischio. Nel rapporto squilibrato che oggi esiste tra sicurezza e diritti, il titolo erano i 240 detenuti monitorati per l’ipotetico rischio di radicalizzazione, e non il ritorno del sovraffollamento carcerario, non i 6.678 detenuti che, stando ai numeri, non si sa dove vengano messi.

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La lingua e la miniera

Il grisù è un gas incolore e inodore, caratteristico delle miniere di carbone e zolfo, dove si trova spesso in sacche isolate, e per questo è chiamato anche gas di miniera. Combinato con l’aria, dà luogo a miscele tossiche, infiammabili ed esplosive, ed è stato responsabile dei più grandi disastri minerari della storia.
Prima che venissero inventati i moderni sistemi di rilevazione della presenza del gas, i minatori portavano con sé dei canarini in gabbia. Ogni sintomo di affaticamento del canarino, ogni stranezza nel suo comportamento poteva indicare la presenza di grisù, e così i minatori uscivano dalla miniera.
Tra le varie funzioni della parola c’è anche quella di essere il canarino in gabbia: saper leggere il modo in cui le parole penetrano in una società, e si adagiano sul fondo del linguaggio, consente spesso di presagire la direzione in cui le società si muovono. Le parole anticipano le azioni. Ma non succede spesso, e non sta succedendo adesso, in un momento in cui le parole e le azioni muovono grandi cartelli luminosi con scritto “pericolo”, “neofascismo in vista”, “xenofobia”, ma fingiamo di non vederli, li ridimensioniamo,  assegnandogli un significato diverso.
Giovinezza, disagio, esasperazione, indignazione, “rabbia social”, sono le parole con cui definiamo una realtà che rifiutiamo: il terreno fertilizzato su cui crescono le ideologie xenofobe, neofasciste che in alcune zone d’Europa si sono fatte movimento politico e di governo.
Una (ri)lettura utile, in questo momento in cui ci scontriamo con il potere mimetico delle parole, e con la normalizzazione di linguaggi e ideologie, e su come le parole penetrino la società anticipando le azioni, è Viktor Klemperer, LTI – La lingua del Terzo Reich, un diario filologico accurato delle crepe che il linguaggio del nazionalsocialismo ha aperto nella società tedesca, e di come la distorsione del significato delle parole, la loro manipolazione abbiano contaminato la società tedesca, “come un fluido colato dall’alto che percola nel terreno sabbioso, aprendosi i primi rivoli inizialmente, bagnando solo alcune sacche superficiali, poi lentamente scendendo e improvvisamente iniziando a correre negli strati profondi come una reazione a catena, inondando e contaminando l’intero terreno.”
Leggendo i giornali, guardando certe trasmissioni televisive, in generale vedendo le reazioni alle manifestazioni concrete di questa ondata intollerante, e la capacità di mimetizzarsi di certe ideologie, l’impressione è che il canarino sia già agonizzante sul fondo della gabbia.

 

 

 

 

 

Non ci resta che carcere

Sulla Lettura di oggi trovate due pagine di visual data sulla situazione di sovraffollamento nelle carceri italiane, che sta rapidamente tornando ai livelli che si registravano al momento delle condanne subite dall’Italia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: capienza, numero di detenuti, presenza di donne e stranieri in tutti gli istituti penitenziari italiani. La capienza delle carceri italiane è di 50.511 unità, mentre oggi siamo  già tornati a 58.115 detenuti, con l’affollamento in salita dal 2015, dopo un breve periodo in cui era stato contenuto, mostrando ancora una volta – se fosse necessario – che l’Italia non ha un problema strutturale di criminalità, tale da giustificare una condizione di sovraffollamento cronico delle strutture di detenzione, ma una cronica incapacità – sociale, culturale, di politica penale – di considerare pena tutto ciò che non è carcere, detenzione, reclusione.

La Lettura

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