suburra capitale

Le reazioni alla sentenza per Mafia Capitale sono due forze uguali e contrarie che rivelano la superficialità delle rispettive posizioni. Da una parte chi riduce i fatti accertati a una criminalità minima – dimenticandosi pene pesantissime per reati corruttivi – dall’altra chi sostiene che comunque è mafia, i giudici sono cecati come Carminati, la giustizia non ha capito quello che il giornalismo d’inchiesta ha rivelato. Le indagini e il processo per “Mafia Capitale” si sono mosse su due piani intrecciati. Sul piano processuale si voleva dimostrare una tesi secondo le articolate regole del processo: le norme sulle associazioni mafiose possono essere applicate anche a un’associazione a delinquere comune, quando si presentano certe caratteristiche di intimidazione, violenza, pervasività istituzionale. La conseguenza di questa tesi era l’estensione dello stato di eccezione della normativa antimafia anche a reati comuni, per i quali quello stato di eccezione non è previsto. Questo significa meno garanzie per gli indagati, poteri rafforzati agli investigatori e l’applicazione del cosiddetto “doppio binario” processuale e delle sue legislazioni speciali.
Su un piano diverso, c’era la questione del brand “Mafia Capitale”, e di tutto quello che ha rappresentato dal punto di vista politico e del racconto giornalistico e romanzato di Roma.
I due piani si sono intessuti sino a diventare spesso inestricabili, al punto da non riuscire a distinguere Suburra dai resoconti delle udienze, trasformando la tesi della Procura di Roma nell’unica rappresentazione possibile, processuale e sociologica, e preparando il terreno alle reazioni di questi giorni.
L’effetto della torsione del processo in un romanzo criminale è stata devastante: durante il processo, per i “mafiosi”, quindi non meritevoli del minimo riconosciuto di diritti, garanzie e presunzioni di innocenza, e adesso, dopo la pronuncia di una sentenza che ha fatto crollare quella tesi.
La sentenza non ha riconosciuto l’associazione a delinquere di stampo mafioso riqualificando i fatti come associazione a delinquere comune. Tra “non è successo niente” – come se l’associazione a delinquere non fosse un reato gravissimo, che infatti prevede pene pesantissime -e “la sentenza è sbagliata, la mafia a Roma esiste” esiste il mondo di mezzo rappresentato dalla sentenza, che non afferma l’inesistenza della mafia a Roma.
Perché il punto non è che a Roma non ci sia la mafia, ma che la mafia a Roma non è questa, almeno secondo questo Tribunale

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