Boneschi, Giorgiana Masi e l’insostenibile abisso di Luigi di Maio

Giovedì 13 maggio 1982, seduta della Camera dei Deputati. Dopo avere discusso di proposte di legge sul riordino delle pensioni di guerra, sull’abolizione delle indennità di contingenza e di una delega per la ricostruzione in Irpinia, viene data lettura della lettera con cui il deputato radicale Luca Boneschi non intese prendere possesso della sua carica, che gli spettava come primo dei non eletti. Dopo avere riaffermato la sua fiducia nel Parlamento, “certamente il luogo più alto di espressione del dibattito politico, di confronto , di ricerca, di contributo recato da ciascun rappresentante eletto direttamente dal popolo” e nel Partito Radicale, Boneschi spiega così le ragioni della sua non accettazione, con parole che sono la dimostrazione che certi vitalizi sono soldi meglio spesi di certi stipendi.

«Esisterebbero dunque tutte le premesse perché questa lettera non venga scritta. Senonché, signora Presidente, da molti anni io assisto, insieme all’avvocato e deputato Franco De Cataldo, la famiglia di Giorgiana Masi, la ragazza uccisa durante e una carica della polizia sul ponte Garibaldi di Roma il 12 maggio 1977: una famiglia che ha creduto di potersi rivolgere alla magistratura per avere giustizia almeno morale di fronte alla morte atroce e assurda di una figlia e di una sorella amatissima. Ho messo le mie capacità professionali a loro disposizione . Ben quattro anni è durata l’indagine: troppe cose più urgenti assillavano il giudice. E, al termine dell’istruzione, il giudice ha archiviato: tecnicamente, ha dichiarato non doversi procedere per essere ignoti gli autori del fatto . Una decisione a mio giudizio altrettanto assurda dell’assassinio di Giorgiana, poiché le modalità della carica, della sparatoria e della morte sono purtroppo assai semplici: ma il giudice ha decretato che gli assassini sono senza volto, senza nome e anche senza appartenenza; sono «sciacalli ignoti» .

Oggi pende da molti mesi una istanza di riapertura di quel processo, sempre davanti ai giudici romani che hanno sempre troppe altre cose da fare . Ma, fuori dagli strumenti professionali veri e propri, io mi sono ribellato a quella decisione, e ho criticato pubblicamente il giudice e le altre autorità implicate nella vicenda . Il giudice si è offeso e mi ha querelato . Così, finalmente, nella vicenda giudiziari a per l’assassinio di Giorgiana Masi c’è almeno un imputato noto: l’avvocato della famiglia.

Questo processo è già iniziato, ma non concluso anche se la sentenza è vicina : e io non voglio in nessun modo ritardare a un giudice, e a me stesso, il diritto ad avere giustizia . Sapendo, per esperienza professionale, che i meccanismi delle autorizzazioni a procedere non sono né certi né rapidi, scelgo di non metterli neppure in moto.

Con una speranza: che questa mia non semplice né facile rinuncia serva a ricordare, ai radicali e ai non radicali, che per Giorgiana Masi giustizia non è stata fatta; che in qualche cassetto del Parlamento giace da tempo una proposta di legge per una Commissione d’inchiesta sui fatti del 12 maggio 1977 che sarebbe — a mio modestissimo parere — gravissimo se non venisse approvata e presto; che, di fronte alla bancarotta della giustizia e all’oblìo della politica, a me resta questo modo per dire — con amore per la giustizia e la politica — la mia solidarietà a Vittoria, Aurora e Angelo Masi. I miei più distinti saluti» .

Firmato: BONESCHI.

Qui il resoconto stenografico di quella seduta.

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