suburra capitale

Le reazioni alla sentenza per Mafia Capitale sono due forze uguali e contrarie che rivelano la superficialità delle rispettive posizioni. Da una parte chi riduce i fatti accertati a una criminalità minima – dimenticandosi pene pesantissime per reati corruttivi – dall’altra chi sostiene che comunque è mafia, i giudici sono cecati come Carminati, la giustizia non ha capito quello che il giornalismo d’inchiesta ha rivelato. Le indagini e il processo per “Mafia Capitale” si sono mosse su due piani intrecciati. Sul piano processuale si voleva dimostrare una tesi secondo le articolate regole del processo: le norme sulle associazioni mafiose possono essere applicate anche a un’associazione a delinquere comune, quando si presentano certe caratteristiche di intimidazione, violenza, pervasività istituzionale. La conseguenza di questa tesi era l’estensione dello stato di eccezione della normativa antimafia anche a reati comuni, per i quali quello stato di eccezione non è previsto. Questo significa meno garanzie per gli indagati, poteri rafforzati agli investigatori e l’applicazione del cosiddetto “doppio binario” processuale e delle sue legislazioni speciali.
Su un piano diverso, c’era la questione del brand “Mafia Capitale”, e di tutto quello che ha rappresentato dal punto di vista politico e del racconto giornalistico e romanzato di Roma.
I due piani si sono intessuti sino a diventare spesso inestricabili, al punto da non riuscire a distinguere Suburra dai resoconti delle udienze, trasformando la tesi della Procura di Roma nell’unica rappresentazione possibile, processuale e sociologica, e preparando il terreno alle reazioni di questi giorni.
L’effetto della torsione del processo in un romanzo criminale è stata devastante: durante il processo, per i “mafiosi”, quindi non meritevoli del minimo riconosciuto di diritti, garanzie e presunzioni di innocenza, e adesso, dopo la pronuncia di una sentenza che ha fatto crollare quella tesi.
La sentenza non ha riconosciuto l’associazione a delinquere di stampo mafioso riqualificando i fatti come associazione a delinquere comune. Tra “non è successo niente” – come se l’associazione a delinquere non fosse un reato gravissimo, che infatti prevede pene pesantissime -e “la sentenza è sbagliata, la mafia a Roma esiste” esiste il mondo di mezzo rappresentato dalla sentenza, che non afferma l’inesistenza della mafia a Roma.
Perché il punto non è che a Roma non ci sia la mafia, ma che la mafia a Roma non è questa, almeno secondo questo Tribunale

Boneschi, Giorgiana Masi e l’insostenibile abisso di Luigi di Maio

Giovedì 13 maggio 1982, seduta della Camera dei Deputati. Dopo avere discusso di proposte di legge sul riordino delle pensioni di guerra, sull’abolizione delle indennità di contingenza e di una delega per la ricostruzione in Irpinia, viene data lettura della lettera con cui il deputato radicale Luca Boneschi non intese prendere possesso della sua carica, che gli spettava come primo dei non eletti. Dopo avere riaffermato la sua fiducia nel Parlamento, “certamente il luogo più alto di espressione del dibattito politico, di confronto , di ricerca, di contributo recato da ciascun rappresentante eletto direttamente dal popolo” e nel Partito Radicale, Boneschi spiega così le ragioni della sua non accettazione, con parole che sono la dimostrazione che certi vitalizi sono soldi meglio spesi di certi stipendi.

«Esisterebbero dunque tutte le premesse perché questa lettera non venga scritta. Senonché, signora Presidente, da molti anni io assisto, insieme all’avvocato e deputato Franco De Cataldo, la famiglia di Giorgiana Masi, la ragazza uccisa durante e una carica della polizia sul ponte Garibaldi di Roma il 12 maggio 1977: una famiglia che ha creduto di potersi rivolgere alla magistratura per avere giustizia almeno morale di fronte alla morte atroce e assurda di una figlia e di una sorella amatissima. Ho messo le mie capacità professionali a loro disposizione . Ben quattro anni è durata l’indagine: troppe cose più urgenti assillavano il giudice. E, al termine dell’istruzione, il giudice ha archiviato: tecnicamente, ha dichiarato non doversi procedere per essere ignoti gli autori del fatto . Una decisione a mio giudizio altrettanto assurda dell’assassinio di Giorgiana, poiché le modalità della carica, della sparatoria e della morte sono purtroppo assai semplici: ma il giudice ha decretato che gli assassini sono senza volto, senza nome e anche senza appartenenza; sono «sciacalli ignoti» .

Oggi pende da molti mesi una istanza di riapertura di quel processo, sempre davanti ai giudici romani che hanno sempre troppe altre cose da fare . Ma, fuori dagli strumenti professionali veri e propri, io mi sono ribellato a quella decisione, e ho criticato pubblicamente il giudice e le altre autorità implicate nella vicenda . Il giudice si è offeso e mi ha querelato . Così, finalmente, nella vicenda giudiziari a per l’assassinio di Giorgiana Masi c’è almeno un imputato noto: l’avvocato della famiglia.

Questo processo è già iniziato, ma non concluso anche se la sentenza è vicina : e io non voglio in nessun modo ritardare a un giudice, e a me stesso, il diritto ad avere giustizia . Sapendo, per esperienza professionale, che i meccanismi delle autorizzazioni a procedere non sono né certi né rapidi, scelgo di non metterli neppure in moto.

Con una speranza: che questa mia non semplice né facile rinuncia serva a ricordare, ai radicali e ai non radicali, che per Giorgiana Masi giustizia non è stata fatta; che in qualche cassetto del Parlamento giace da tempo una proposta di legge per una Commissione d’inchiesta sui fatti del 12 maggio 1977 che sarebbe — a mio modestissimo parere — gravissimo se non venisse approvata e presto; che, di fronte alla bancarotta della giustizia e all’oblìo della politica, a me resta questo modo per dire — con amore per la giustizia e la politica — la mia solidarietà a Vittoria, Aurora e Angelo Masi. I miei più distinti saluti» .

Firmato: BONESCHI.

Qui il resoconto stenografico di quella seduta.

sacrifici umani

Il rinvio della legge sullo ius soli è giustificato con il clima ostile che si respirerebbe nel paese. Lo ius soli, si legge, è una legge divisiva. Casa Pound rivendica con orgoglio di averlo creato, questo clima ostile. Nelle prossime settimane vedremo una rincorsa ad approvare a ogni costo una legge sui vitalizi dei parlamentari, perché quella invece è il segno di un nuovo spirito unitario, e il clima nel Paese verso la legge sarà certamente favorevole, ma la legge sullo ius soli invece no, quella dovrà aspettare. La nuova ondata populista imperversa, e nessuno la ferma.
La politica è diventata l’esecutore testamentario della società, e quindi di se stessa, immobile e terrorizzata da ogni sussulto dell’opinione pubblica: non prova nemmeno più ad assumere un ruolo di guida per superare resistenze e divisioni, cerca solo di addomesticare rabbia e frustrazione sacrificandosi alle divinità correnti – la casta, lo spreco, la paura.
Ogni giorno un sacrificio umano, sperando che il dio del Popolo torni a essere pietoso e la risparmi, almeno per oggi.