Quindici secondi di emotività

Ieri sera, quindici secondi dopo le prime notizie da Londra, era tutto un “rabbia”, “sgomento”, “frustrazione”, “preghiamo” che rimbalzavano dappertutto. È stato così per Manchester, e ormai è così per ogni evento cruento che si sospetta legato al terrorismo. Ma per cosa, di preciso? Per cosa questa rabbia, questa frustrazione, questo sgomento, quando ancora si avevano brandelli di notizie non confermate? Un furgone, un ponte. I fatti confermati erano questi. L’urgenza di comunicare al mondo il proprio stato d’animo non ha solo scavalcato l’analisi, ma anche il tempo necessario per capire cosa stia succedendo: non c’è tempo, e ci si getta di pancia con la tavola da surf sull’onda dell’emotività. La dittatura dell’attimo – di cui ha scritto Mattia Feltri, immagino ispirato dal libro che tutti dovrebbero leggere, e obbligare gli amici a leggere –  si manifesta anche nella reazione emotiva a un atto di terrorismo, rilanciando notizie non confermate, bufale, testimonianze dirette, e un fastidioso rumore di fondo di un’umanità già sgomenta, frustrata e in ginocchio, senza avere ancora capito per cosa. Ma che sente l’insopprimibile bisogno di mostrarsi perfettamente al centro dell’evento, anche solo dopo quindici secondi, con le fonti migliori, i sentimenti migliori e con addosso i segni del pericolo scampato, perché anche loro, una volta, erano stati lì. Come se non farlo immediatamente possa sancire la nostra esclusione dall’umanità, come se questo darsi di gomito di fronte a un attacco terroristico in corso sia l’unica prova della nostra esistenza in vita.

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