Diritto e favore

Il patto è un accordo tra due parti che trovano un punto in cui incontrarsi in un impegno reciproco. Si promettono vicendevolmente di fare – o non fare – qualcosa, generando un’intesa sulla fiducia che ognuno rispetti quell’accordo. Può essere amore, comprare un’automobile, o non invadere l’Unione Sovietica. Il patto dell’accoglienza – qualunque cosa si intenda dire – presupporrebbe che entrambi i contraenti rispettassero gli impegni. Il problema è che non c’è alcun patto legato all’accoglienza. Perché se ragioniamo in termini di patti, accordi, contratti, ospitalità, fiducia tradita, dovremmo dire che, se ti accolgo a casa mia, e ti tratto come vengono spesso trattati i richiedenti asilo – al netto della retorica hotel a cinque stelle, telefonino, fanno la bella vita – forse quel patto ho iniziato a violarlo anch’io. Per esempio lasciandoti per settimane aggrappato agli scogli come una tellina, al confine con la Francia, o costringendoti a dormire per strada.
L’accoglienza dei richiedenti asilo non è un atto di solidarietà, ma un obbligo costituzionale e internazionale.
Lo so che amiamo considerarci un popolo solidale, accogliente, e che siamo sinceramente convinti che accogliere chi approda in Italia dopo avere attraversato il Mediterraneo è un’altra tacca sul calcio del nostro “Italiani brava gente”, ma è tutto molto più freddo e privo di sentimenti: la protezione internazionale è un diritto – anche costituzionale, come spiega l’articolo 10 – valutarla secondo le convenzioni internazionali è un dovere. Se il sistema di accoglienza funzionasse, la solidarietà non servirebbe. E potremmo parlare di solidarietà se ce ne fosse, ma non ne vedo molta, se non da parte di uomini e associazioni che hanno ben chiara la differenza tra diritto e favore. Il resto sono manifestazioni contro la creazione di centri di accoglienza, fiaccolate, barriere, assalti, sindaci che si rifiutano di accogliere i migranti. E pensare che sono proprio gli amministratori locali – sindaci, presidenti di provincia e di regione  – a complicare le cose e a inceppare il sistema di accoglienza in Italia, rifiutando di partecipare a un sistema diffuso di ripartizione delle quote (solo 2.600 comuni su 8.000 accolgono migranti).
Non c’è nessun patto di solidarietà, o un favore da ripagare, se non l’obbligo di rispettare la legge: la condizione di “straniero”, “migrante”, “richiedente asilo” non comporta più doveri rispetto a quelli pretesi dal cittadino italiano.
La legge è uguale per tutti significa che l’unica condizione richiesta, quando si mette piede nel nostro paese, è rispettarne leggi e costituzione. Se non mantengo questo impegno verrò giudicato e condannato. E il reato sarà tanto più grave secondo le aggravanti del codice penale, non secondo il sentimento popolare.
Tutto il resto – tradimento, fiducia, delusione – riguarda la sfera morale. La confusione dei piani, tra diritto e favore, tra ciò che è dovuto e ciò che è concesso come “atto di solidarietà” è ormai ritenuta buonsenso, anche se quando arriva a Forza Nuova o a Diego Fusaro, uno dovrebbe fare il tagliando del proprio buonsenso. Perché grattando questo buonsenso, in fondo uno ci trova la solita paccottiglia sovranista, nazionalista confusa, fatta di confini e, insomma, prima gli italiani. Nessuno dice che sia facile distinguere tra un atto solidale e assicurare un diritto, soprattutto oggi, ma si dovrebbe almeno provare a spiegarlo.
Come ha scritto qualcuno, viviamo in una terra senza misura, che confonde la notte e il giorno, la partenza con il ritorno, la ricchezza con il rumore, e il diritto con il favore.

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