Senza fine vita

La Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di Marco Cappato per il reato di istigazione o aiuto al suicidio. Cappato è stato indagato dopo essersi autodenunciato per avere accompagnato Fabiano Antoniani (Dj Fabo) in una clinica svizzera, dove è stato sottoposto a una procedura di suicidio assistito. In quindici pagine i pubblici ministeri milanesi spiegano che la condotta di Cappato non è punibile, perché non costituisce un concorso in un reato, ma nell’esercizio di un diritto individuale.
La richiesta ricostruisce accuratamente la figura del diritto al fine-vita nel contesto costituzionale e della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, e fa un salto in avanti estremamente coraggioso quando afferma la necessità di un bilanciamento tra il diritto alla vita e il diritto alla dignità e all’autodeterminazione.
Il principio di indisponibilità del diritto alla vita – scrivono i p.m. – incontra un limite nella “persona” ossia in quell’insieme di valori che costituiscono l’individualità di ogni essere umano, e che ben si compendiano nel concetto di “dignità della figura umana”. Ci sono situazione limite in cui si può disporre liberamente della propria vita.
Partendo da questo presupposto, la Procura di Milano individua un diritto costituzionalmente garantito a ottenere una morte dignitosa, e alla luce dell’esistenza di questo diritto valuta il reato contestato a Cappato (l’articolo 580 del codice penale, Istigazione o aiuto al suicidio).
L’istigazione e l’aiuto al suicidio sono puniti anche in Svizzera se vengono commessi per “motivi egoistici”. In assenza di questi motivi l’istigatore non commette alcun reato.
L’eutanasia, invece, è sempre reato anche nella Confederazione Elvetica, ed ecco perché, per le società che offrono questi protocolli di “accompagnamento alla morte volontaria”, è fondamentale che sia lo stesso malato a compiere l’ultimo atto, per non sconfinare nell’eutanasia.
Fabiano Antoniani – scrivono i p.m. – ha scelto liberamente e autonomamente di morire, ha preso contatti con un’associazione tramite la sua compagna, e ha pianificato il viaggio in Svizzera.
Dopo avere ricostruito in modo articolato tutta la procedura di suicidio assistito – con la finalità di circoscrivere il ruolo avuto da Marco Cappato nella progressione che ha portato alla morte – i pubblici ministeri concludono per l’irrilevanza penale della condotta: il diritto alla vita è un diritto fondamentale, ma non è un diritto assolutamente indisponibile e incontra un limite  “(…) nella libertà di autodeterminazione terapeutica del soggetto, sulla base del diritto al rispetto della dignità della figura umana”. Il suicidio assistito, se connesso a “situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso”, non costituisce una violazione del diritto alla vita. In caso di patologie gravissime e irreversibili, ai malati che ritengano lesiva della propria dignità tanto la malattia, quanto il decorso mortale che deriverebbe dalla rinuncia ai trattamenti terapeutici, è riconosciuto un diritto al suicidio assistito. La condotta di chi concorre ad aiutare un uomo nell’esercizio di questo suo diritto non può essere punita.
Ora il Giudice per le indagini preliminari di Milano dovrà decidere se archiviare il procedimento a carico di Cappato, avallando l’interpretazione dei pubblici ministeri, o se invece imporre la formulazione di un’imputazione.
Ancora una volta, come nei casi di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby, è la magistratura a doversi confrontare con l’esistenza nel nostro ordinamento dei diritti legati al fine-vita, muovendosi in uno spazio legislativo desolatamente vuoto. I magistrati milanesi sono consapevoli di viaggiare al buio e di essere chiamati a riempire questo vuoto, contando sui pochissimi precedenti, e non perdono l’occasione per auspicare un intervento urgente del legislatore perché si faccia carico del problema, disciplinando in maniera rigorosa questo diritto.
In questi giorni è in discussione in Commissione al Senato il Ddl sul testamento biologico, “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari al fine di evitare l’accanimento terapeutico”, già approvato alla Camera in prima lettura. La legge non regola il suicidio assistito, ma sarebbe bene che il legislatore si assumesse una volta per tutte la responsabilità di approvarla, come un primo passo verso una legislazione organica del fine-vita. Perché se la politica non prende l’iniziativa su materie così delicate, riappropriandosi del suo ruolo, e lascia che siano i tribunali ad aprire la strada, poi non ci si può lamentare degli spazi che la magistratura occupa, trovandoli vuoti come una periferia svizzera.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...