Islamofobia e effetto Kulesov

Nel 1918, il cineasta russo Lev Vladimirovic Kulesov voleva dimostrare la fondamentale importanza del montaggio. Prese un primo piano di un viso inespressivo tratto da un vecchio film e lo affiancò prima a una scodella di zuppa, poi a un cadavere e, infine, al piano di una donna. Gli spettatori dissero di riconoscere nell’espressione dell’attore rispettivamente fame, tristezza, eccitazione. Kulesov voleva dimostrare che ogni piano di un film ha senso solo in funzione di ciò che lo segue o lo precede, e che questo influenza la percezione degli spettatori. Esperimento riuscito.
Dopo l’attacco terroristico di Londra si è diffusa rapidamente una fotografia: una donna che indossa un hijab e che guarda il telefono, apparentemente indifferente, mentre cammina accanto a un ferito sul Westminster Bridge. L’immagine è diventata virale, e si è trasformata immediatamente in un’iconografia dei musulmani disinteressati a quello che è accaduto, prova che sono conniventi e forse complici. Noi attaccati e a terra feriti, mentre loro camminano indifferenti.
Poi qualcuno ha cercato l’intera sequenza ed è spuntata una seconda fotografia, in cui la donna appare visibilmente scossa e sta probabilmente scrivendo un messaggio, forse rassicurando qualcuno che sapeva che si trovava in quella zona, o forse raccontando quello che aveva appena visto.
In realtà, già nella prima fotografia si vedeva molto bene che la donna era scossa, quella mano sul viso era un gesto eloquente, ma la mancanza di espressività ha consentito di usare quella foto come iconografia della guerra musulmana in Europa.
È stato un effetto Kulesov, che ha rivelato che al posto della zuppa, della donna e del cadavere nel nostro montaggio c’è un unico piano, che si chiama islamofobia.