la parola “clandestino”

La parola “clandestino”, come molte di quelle usate ogni giorno nel dibattito pubblico sulla sicurezza e sulle migrazioni, è uno strumento formidabile per orientare l’opinione pubblica e avvelenare la discussione, costruendo quella retorica dell’invasione e dell’insicurezza che non viene più nemmeno messa in dubbio. Clandestino è illegale, senza documenti, entrato illegalmente in Italia in violazione di una legge: una parola che attribuisce una connotazione criminale e pericolosa nel momento stesso in cui viene pronunciata. Se sono un clandestino significa che sono un illegale, e quindi un criminale ed è naturale che io venga sottoposto a un regime speciale, perché rappresento un pericolo per la comunità e i miei diritti possono subire una compressione giustificata dal senso comune prima, e dalla legge poi.
La parola “clandestino” è l’espediente su cui si regge la propaganda della destra populista e xenofoba, secondo cui “accogliamo tutti i clandestini”, “i clandestini ci invadono”, facendo credere alla gente che viviamo in uno stato di perenne illegalità, fingendo di non sapere che se clandestino è chi non ha diritto a restare sul territorio italiano, si diventa clandestini solo dopo che si è accertato questo diritto, secondo le leggi e le convezioni sulla protezione internazionale.
Ora un tribunale ha deciso che quella parola, e l’uso denigratorio che ne viene fatto, è discriminatorio.
Nei primi mesi del 2016, una Cooperativa di Saronno aveva messo a disposizione della Prefettura di Varese una struttura per accogliere 32 richiedenti asilo. Il governo leghista della città è subito intervenuto per bloccare l’arrivo dei richiedenti asilo (“Quella è una scuola e non può essere riconvertita in dormitorio”) organizzando una manifestazione e una campagna contro il loro arrivo, con l’affissione di volantini e cartelli – con il simbolo della Lega Nord – che strillavano “Saronno non vuole i clandestini”, “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni ed aumentano le tasse”, “Renzi e Alfano complici dell’invasione”.
Alcune associazioni hanno presentato un ricorso contro questi volantini e contro chi li ha ideati e ieri un tribunale, giudicando sul contenuto di queste affissioni, ha stabilito che la parola “clandestino” è discriminatoria.
“Con l’epiteto di clandestino si fa chiaramente riferimento ad un soggetto abusivamente presente sul territorio nazionale ed è idoneo a creare un clima intimidatorio (implicitamente avallando l’idea che i “clandestini”, non regolarmente soggiornanti in Italia, devono allontanarsi)”. Insomma, la parola clandestino è perfettamente strumentale alla propaganda politica ed è pericolosa, perché alimenta un clima intollerante e intimidatorio.
Indicare i richiedenti asilo come “clandestini” non è solo un errore terminologico, perché la parola ha una chiara valenza negativa, ma è una scelta strumentale e pericolosa: i clandestini sono persone irregolari alle quali paghiamo “vitto, alloggio e vizi”, mentre agli italiani vengono tagliate le pensioni e aumentate le tasse. La parola “clandestino”, scrive il Tribunale di Milano, “ha l’effetto non solo di violare la dignità degli stranieri, richiedenti asilo, appartenenti ad etnie diverse da quelle dei cittadini italiani, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti.”
Ora non è più questione di essere politicamente corretti, e nemmeno di libertà di espressione – che continua a essere tutelata dalla Costituzione – ma di distinguere quando le parole sono semplicemente sbagliate, quando sono espressione di un pensiero, e quando invece si avvicinano pericolosamente all’istigazione al reato.
(qui trovate l’ordinanza del Tribunale di Milano)
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