Quando lo Stato ha paura dei libri

Oggi la Corte Costituzionale deciderà sulla questione di legittimità costituzionale dell’articolo 41 bis della legge sull’ordinamento penitenziario, nella parte in cui consente all’Amministrazione Penitenziaria di adottare, tra le misure di elevata sicurezza volte a prevenire contatti del detenuto in regime detentivo con l’organizzazione criminale, il divieto di ricevere dall’esterno e spedire libri e riviste.
Per semplificare: può un mafioso avere il diritto di ricevere libri e riviste dall’esterno, nell’esercizio dei suoi diritti garantiti dalla Costituzione, anche se questo può astrattamente comportare il rischio di ricevere messaggi criptati o comunicazioni nascoste?
Il 41 bis è il regime di carcere duro previsto dall’Ordinamento Penitenziario, che consente di sospendere l’applicazione delle normali regole di trattamento nei confronti dei detenuti per reati di criminalità organizzata, terrorismo, eversione e altri tipi di reato.
Il conflitto tra sicurezza e diritto allo studio, libertà di informazione e rieducazione, arriva alla Corte Costituzionale dopo che un detenuto del carcere di Trani ha presentato ricorso contro il divieto di ricevere libri dai suoi familiari, divieto che il carcere gli imponeva in applicazione di una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
La circolare prevede, testualmente, l’eliminazione dalle biblioteche dei libri contenenti tecniche di comunicazione criptata, il divieto di acquisto di stampa autorizzata (quotidiani, riviste, libri) dall’esterno – “compresi abbonamenti, da sottoscriversi direttamente da parte della Direzione o dell’impresa di mantenimento per la successiva distribuzione ai detenuti richiedenti, per impedire che terze persone vengano a conoscenza dell’istituto di assegnazione dei detenuti”; che sia vietata la ricezione di libri e riviste da parte dei familiari, così come l’invio del predetto materiale ai familiari da parte del detenuto; è poi vietato l’accumulo di un numero eccessivo di testi, anche al fine di agevolare le operazioni di perquisizione ordinaria; è infine vietato lo scambio di libri e riviste tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità.
Il regime del 41 bis, il “carcere duro”, come sappiamo prevede una serie di misure draconiane finalizzate a interrompere ogni legame con l’organizzazione mafiosa, così dure che dovremmo interrogarci più spesso circa la loro legittimità, e tra queste vi è appunto il divieto di ricevere libri e stampa dall’esterno.
La ragione della “sicurezza pubblica” contro i diritti costituzionalmente garantiti all’individuo del diritto allo studio, all’informazione che rappresentano una parte consistente del trattamento rieducativo – anche questo costituzionalmente garantito. Il diritto di farsi regalare un libro da un familiare deve essere negato in forza della nostra pretesa di sicurezza?
Ci si potrebbe domandare perché non li comprino all’interno dell’istituto o attraverso le imprese autorizzate. Una domanda ingenua, da parte di chi non ha la minima idea di come funzioni un carcere, soprattutto il regime del 41 bis. Perché questo comporta una serie di conseguenze pratiche che, di fatto, impediscono l’esercizio del diritto: il divieto di ricevere significa non poter acquistare materiale di seconda mano, non poter ottenere libri in prestito dalle biblioteche – le biblioteche interne al carcere potete immaginarle – anche in considerazione dei limiti di spesa a cui i detenuti del 41 bis sono sottoposti.
Il giudice di Spoleto che ha rilevato la questione di legittimità costituzionale ha invece presenti queste difficoltà, quando parla della vita carceraria e del “coacervo inimmaginabile per una persona libera di domande che il detenuto deve porre all’amministrazione per risolvere anche la più semplice esigenza della vita quotidiana”, e degli ostacoli per entrare in possesso di una rivista o di un libro che concretizzano un pregiudizio concreto nell’esercizio del diritto.
Il carcere è un luogo in cui il tempo scompare, e non serve spiegare il significato che un libro assume in una dimensione di coercizione in cui l’orizzonte non esiste, esiste solo una serie di volumi di cemento e sbarre, serve invece interrogarci sulla debolezza di uno Stato che, per garantire la sicurezza, è costretto a privare un detenuto di un diritto così elementare.
La Corte oggi deciderà sul bilanciamento di diritti costituzionali garantiti e la sua decisione, inevitabilmente, investirà ancora una volta la nostra concezione della pena e l’idea di una giustizia vendicativa e totalizzante incardinata sul rinchiudere e gettare via la chiave; già riesco a sentire le grida scomposte di chi dirà che è uno scandalo, che sono mafiosi e assassini e non meritano alcun rispetto, che vogliono addirittura leggere libri e riviste. E poi, cosa ancora? La libertà?

Qui alcuni approfondimenti sulla questione di legittimità costituzionale, e l’ordinanza del Magistrato di Sorveglianza di Spoleto

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