il like ai giurati

12_angry_men_lee_j_cobb_bellowing.pngIl Tribunale Popolare per giudicare la Verità non è una provocazione, ma una proposta coerente con la perfetta realizzazione di una democrazia diretta.
In un saggio di Ernesto Laclau – La razón populista, Fondo de Cultura Economica – il filosofo argentino scrive che nel lavoro intellettuale esiste un imperativo etico, quello che Leonardo chiamò “ostinato rigore”: in termini pratici, specialmente quando si affrontano questioni politiche, che hanno sempre un’alta carica emozionale, si dovrebbe resistere alla tentazione di soccombere al “terrorismo della parola”, evitando di fare concessioni a quella che Freud chiamava la “pusillanimità”. Una delle principali forme che assume questa pusillanimità è sostituire l’analisi con la condanna etica. Ci sono temi che si prestano particolarmente a questo tipo di esercizio, scrive Laclau: è giusto condannare il fascismo, ma ciò che è sbagliato è che questa condanna sostituisce una spiegazione, che invece è quello che ci serve davanti a fenomeni che percepiamo come aberrazioni.
La proposta di un Tribunale Popolare per giudicare un concetto iperuranico come la verità delle notizie non la possiamo liquidare come una solenne cialtronata: la vittoria di Trump ci ha insegnato che siamo entrati nell’epoca in cui si può deragliare da un momento all’altro e dunque, se non vogliamo cedere alla pusillanimità freudiana, dobbiamo ammettere che è uno sviluppo assolutamente logico del modello di democrazia in cui uno vale uno.
Sottrarre la giustizia al popolo per affidarla alle corti che la amministrano in suo nome è un progresso della nostra civiltà, ma è naturale che un movimento populista che persegue un’idea di democrazia diretta ed egualitaria mediante un blog intenda affidare la giustizia direttamente ai cittadini e alla rete, sottraendola all’establishment che la esercita attraverso una casta di giudici professionali. In fondo le pulsioni verso i tribunali del popolo si sono sempre manifestate anche nelle democrazie rappresentative, e le giurie popolari sono concessioni controllate a queste spinte (l’ironia vuole che in Piemonte, in seguito all’approvazione dello Statuto Albertino nel 1849, la giuria – “l’opinione pubblica saggiamente rappresentata” – fosse inizialmente prevista solo per i reati di stampa).
E così il Tribunale della Verità sarà solo una delle articolazioni possibili del Tribunale dei Cittadini.
L’infrastruttura esiste già, i tribunali del popolo sono insediati e celebrano quotidianamente processi, pronunciando condanne alimentate dall’indignazione: il direttore d’orchestra licenziato per avere rivelato ai bambini l’inesistenza di Babbo Natale; il dipendente pubblico sospeso dal servizio e dallo stipendio perché un like su Facebook comporta un danno di immagine al datore di lavoro, i dipendenti licenziati per le reazioni provocate da un twit, un post o una foto inopportuna sono solo alcuni esempi di come la giustizia popolare sia largamente esercitata e tollerata nella nostra società.
Quello che potrebbe accadere in un futuro prossimo sarà solo l’istituzionalizzazione di questo metodo.
Avremo due processi: un processo celebrato davanti a un giudice tradizionale, in cui si giudicheranno le violazioni del codice penale; avremo poi un processo popolare: squadre di cittadini informatici cui sarà affidato il compito di raccogliere tutto quello che avremo scritto, condiviso, postato e abbandonato in ogni bit depositato su qualche server; selezioneranno il materiale rilevante per il giudizio – ogni forma espressiva considerata contraria all’ortodossia o che sia l’indizio di una condotta deviante – e posteranno tutto su un blog, dove saremo giudicati da una giuria di nostri pari, ovverosia tutti gli altri, senza distinguere tra ciò che è vero e ciò che è falso (a questa distinzione avrà già pensato il Tribunale della Verità in un’udienza preliminare).
Non serviranno spedizioni punitive, agguati nel buio, investigatori privati: basterà una capillare e legittima gogna on-line per metterci alla prova; sarà un’ordalia, come prendere un uomo, spogliarlo e abbandonarlo nella tundra in balia dei lupi.
La sopravvivenza sarà la prova dell’innocenza.
Lo vediamo accadere ogni giorno e hanno scritto libri per metterci in guardia, ma lo tolleriamo perché riguarda gli altri, qualcuno che ha violato una regola morale condivisa, una persona che disprezziamo o un personaggio pubblico; succede ogni volta che qualcuno devia in modo troppo fragoroso dal corso del politicamente corretto.
Nessuna delazione, perché sarà interesse primario della democrazia il controllo diffuso sulla moralità e sul rispetto delle regole etiche che ci saranno date.
Se uno vale uno, e chiunque può essere il mio giudice, sarà un diritto di ogni singolo cittadino che il vicino di casa, il collega, l’amico siano irreprensibili interpreti della volontà comune– o sarà mio interesse levarmeli di torno, perché lo sono troppo.
In fondo, cosa c’è di più democratico e rassicurante di una società in cui tutti sono controllori di tutti, nessuno può nascondere niente e tutti possono essere sottoposti in qualsiasi momento alla fonte battesimale del giudizio del popolo?
La parola ai giurati.

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