Archivi del mese: gennaio 2017

il rinculo

Preoccuparsi per gli atti di governo di un Presidente degli Stati Uniti – e nello specifico Donald Trump – non è una forma di esotismo provinciale o di fanatismo esterofilo. Al di là degli aspetti di politica estera o di politica economica, che arriveranno in Europa come un’onda lunga, oggi dobbiamo preoccuparci anche delle questioni interne quando hanno a che vedere con diritti civili, libertà di espressione, libertà di movimento.
“Ieri una nuova America, oggi Coblenza, domani una nuova Europa!” ha detto Geert Wilders a Coblenza, alla riunione dei populisti di destra nazionalisti dell’Illinois di tutta Europa, e ieri è stato un inseguirsi di applausi scomposti all’ordine esecutivo di Trump che impedisce l’ingresso negli U.s.a. a cittadini di sette paesi, ritenuti “pericolosi” – l’involucro in cui si è impacchettato un provvedimento discriminatorio contro i musulmani – anche da parte di esponenti politici italiani.
In questo momento, partiti che rappresentano quasi il 50% dell’elettorato italiano vedono in Trump e nella co-presidenza di Bannon e della destra americana il modello politico da imitare anche in Europa, una specie di franchising della nuova destra populista; e se dovessero mai arrivare a governare proveranno ad applicarlo: sarà una declinazione romanesca, lombarda o pentastellata del trumpismo, goffa e sciovinista, ma farà danni enormi, perché avverrà sull’onda di una tendenza europea generalizzata alla compressione dei diritti, alla discriminazione razziale e alla riduzione degli spazi di espressione.
Preoccuparsi di Trump, in questo momento, è preoccuparsi del rinculo che sta arrivando anche qui.

questione di fiducia

Nel mese di dicembre, in un sondaggio sulla fiducia degli italiani nei ministri del governo Renzi, il ministro dell’Interno Alfano aveva una fiducia pari al 22%.
Lo stesso sondaggio sul gradimento dei ministri del governo Gentiloni vede oggi al primo posto il ministro dell’Interno, Minniti, con una fiducia pari al 35%.
Gli è bastato parlare di sicurezza, di raddoppiare le espulsioni e dell’apertura di un CIE in ogni regione per diventare immediatamente il ministro più popolare del nuovo governo.
La sicurezza e la stretta sui migranti restano il contante più remunerativo in termini di consenso. La sicurezza è l’andiamo a comandare della politica.

il like ai giurati

12_angry_men_lee_j_cobb_bellowing.pngIl Tribunale Popolare per giudicare la Verità non è una provocazione, ma una proposta coerente con la perfetta realizzazione di una democrazia diretta.
In un saggio di Ernesto Laclau – La razón populista, Fondo de Cultura Economica – il filosofo argentino scrive che nel lavoro intellettuale esiste un imperativo etico, quello che Leonardo chiamò “ostinato rigore”: in termini pratici, specialmente quando si affrontano questioni politiche, che hanno sempre un’alta carica emozionale, si dovrebbe resistere alla tentazione di soccombere al “terrorismo della parola”, evitando di fare concessioni a quella che Freud chiamava la “pusillanimità”. Una delle principali forme che assume questa pusillanimità è sostituire l’analisi con la condanna etica. Ci sono temi che si prestano particolarmente a questo tipo di esercizio, scrive Laclau: è giusto condannare il fascismo, ma ciò che è sbagliato è che questa condanna sostituisce una spiegazione, che invece è quello che ci serve davanti a fenomeni che percepiamo come aberrazioni.
La proposta di un Tribunale Popolare per giudicare un concetto iperuranico come la verità delle notizie non la possiamo liquidare come una solenne cialtronata: la vittoria di Trump ci ha insegnato che siamo entrati nell’epoca in cui si può deragliare da un momento all’altro e dunque, se non vogliamo cedere alla pusillanimità freudiana, dobbiamo ammettere che è uno sviluppo assolutamente logico del modello di democrazia in cui uno vale uno.
Sottrarre la giustizia al popolo per affidarla alle corti che la amministrano in suo nome è un progresso della nostra civiltà, ma è naturale che un movimento populista che persegue un’idea di democrazia diretta ed egualitaria mediante un blog intenda affidare la giustizia direttamente ai cittadini e alla rete, sottraendola all’establishment che la esercita attraverso una casta di giudici professionali. In fondo le pulsioni verso i tribunali del popolo si sono sempre manifestate anche nelle democrazie rappresentative, e le giurie popolari sono concessioni controllate a queste spinte (l’ironia vuole che in Piemonte, in seguito all’approvazione dello Statuto Albertino nel 1849, la giuria – “l’opinione pubblica saggiamente rappresentata” – fosse inizialmente prevista solo per i reati di stampa).
E così il Tribunale della Verità sarà solo una delle articolazioni possibili del Tribunale dei Cittadini.
L’infrastruttura esiste già, i tribunali del popolo sono insediati e celebrano quotidianamente processi, pronunciando condanne alimentate dall’indignazione: il direttore d’orchestra licenziato per avere rivelato ai bambini l’inesistenza di Babbo Natale; il dipendente pubblico sospeso dal servizio e dallo stipendio perché un like su Facebook comporta un danno di immagine al datore di lavoro, i dipendenti licenziati per le reazioni provocate da un twit, un post o una foto inopportuna sono solo alcuni esempi di come la giustizia popolare sia largamente esercitata e tollerata nella nostra società.
Quello che potrebbe accadere in un futuro prossimo sarà solo l’istituzionalizzazione di questo metodo.
Avremo due processi: un processo celebrato davanti a un giudice tradizionale, in cui si giudicheranno le violazioni del codice penale; avremo poi un processo popolare: squadre di cittadini informatici cui sarà affidato il compito di raccogliere tutto quello che avremo scritto, condiviso, postato e abbandonato in ogni bit depositato su qualche server; selezioneranno il materiale rilevante per il giudizio – ogni forma espressiva considerata contraria all’ortodossia o che sia l’indizio di una condotta deviante – e posteranno tutto su un blog, dove saremo giudicati da una giuria di nostri pari, ovverosia tutti gli altri, senza distinguere tra ciò che è vero e ciò che è falso (a questa distinzione avrà già pensato il Tribunale della Verità in un’udienza preliminare).
Non serviranno spedizioni punitive, agguati nel buio, investigatori privati: basterà una capillare e legittima gogna on-line per metterci alla prova; sarà un’ordalia, come prendere un uomo, spogliarlo e abbandonarlo nella tundra in balia dei lupi.
La sopravvivenza sarà la prova dell’innocenza.
Lo vediamo accadere ogni giorno e hanno scritto libri per metterci in guardia, ma lo tolleriamo perché riguarda gli altri, qualcuno che ha violato una regola morale condivisa, una persona che disprezziamo o un personaggio pubblico; succede ogni volta che qualcuno devia in modo troppo fragoroso dal corso del politicamente corretto.
Nessuna delazione, perché sarà interesse primario della democrazia il controllo diffuso sulla moralità e sul rispetto delle regole etiche che ci saranno date.
Se uno vale uno, e chiunque può essere il mio giudice, sarà un diritto di ogni singolo cittadino che il vicino di casa, il collega, l’amico siano irreprensibili interpreti della volontà comune– o sarà mio interesse levarmeli di torno, perché lo sono troppo.
In fondo, cosa c’è di più democratico e rassicurante di una società in cui tutti sono controllori di tutti, nessuno può nascondere niente e tutti possono essere sottoposti in qualsiasi momento alla fonte battesimale del giudizio del popolo?
La parola ai giurati.