Mr.Trump va a Washington

Leggendo alcuni giornali, ascoltando alcuni commenti, ho avuto la solita sensazione di una contrapposizione pavloviana: da una parte chi grida al Mostro e non ha mai preso sul serio lui e i suo elettori “miserabili”, dall’altra chi si prende tutto Trump, riducendo a iperbole le parti più cruente del suo programma, e trattandolo come un qualsiasi presidente eletto del partito repubblicano, condizione che, fino a ieri, non gli veniva riconosciuta nemmeno da una parte del suo stesso partito. È il racconto di un miliardario eccentrico che ha vinto le elezioni sconfiggendo l’establishment, la Grande Finanza, uno che farà laccare le scale della Casa Bianca in oro, ma comunque sarà il presidente di tutti, come se il discorso ecumenico della notte elettorale fosse una secchiata d’acqua sul falò acceso in campagna elettorale.
L’idea diffusa è che il sistema lo detrumpizzerà, si troverà impigliato tra la Casa Bianca e Capitol Hill e non riuscirà a fare tutto quello che ha minacciato di fare. Buona fortuna.
Dalla nostra postazione privilegiata di europei bianchi scolarizzati, con un servizio sanitario gratuito, ci è persino concesso di guardare con ironia le reazioni drammatiche (isteriche, per qualcuno) che interi pezzi della società americana manifestano per la vittoria di Trump, noi che invece abbiamo capito tutto e che, forse, dovremmo smetterla di trattarlo come un bambino troppo cresciuto che si è divertito a fare scherzi tremendi e metterà la testa a posto.
Io credo che si debba trattare Trump seriamente, rispetto a quello che ha promesso di fare, rispetto a quello che ha scritto nel suo programma (sì, lo so, i programmi elettorali) e rispetto alla sua idea della società americana, anche per capire come evitare di venire travolti dalla sua onda lunga.
In molti hanno già iniziato a separare la carne dalle budella, ma non è sufficiente occuparsi delle grandi linee di politica internazionale – “pace attraverso la forza” è un’espressione che lascia poco spazio all’immaginazione su quale sarà la “dottrina Trump”, con buona pace di chi ne ha fatto un paladino pacifista per contrapposizione – e ridurre il resto del programma a iperboli e battute che non metterà in pratica: la costruzione del muro con il Messico, la deportazione di due milioni di immigrati irregolari, il blocco dell’immigrazione per i paesi sospettati di legami con il terrorismo sono scritti nel “contratto con gli americani” che ogni elettore poteva sottoscrivere sul suo sito. Non è la scaletta di The Apprentice, ma la piattaforma che l’ha fatto vincere. Trump è diventato Presidente non perché chiederà all’Europa maggiori contributi per la difesa atlantica – cosa di cui i colletti blu del Midwest erano preoccupatissimi – Trump ha vinto perché ha promesso di ripulire le strade, le città, e per la sua volontà punitiva verso il sistema. Faremo crollare tutto, tranne la Trump Tower.
I programmi – sì, lo so, i programmi – contano fino a un certo punto, ma sarebbe anche il caso di dire che il programma di Hillary Clinton era un programma liberal, e la sua sconfitta significherà un cambio radicale nei diritti di milioni di persone. Era un programma più liberal di quanto lei sia effettivamente, e leggere la serie di diritti che si impegnava a rafforzare, riconoscere, implementare e proteggere, in contrapposizione alla volontà di Trump di abolire, togliere e limitare, fa venire onestamente voglia di prendere a schiaffi chi oggi parla di grande vittoria contro il capitalismo, i poteri forti e le lobby. Sì, era Hillary, è una Clinton, era establishment allo stato puro e il candidato sbagliato al momento sbagliato, e forse Bernie Sanders avrebbe vinto rovesciando il paradigma della campagna elettorale, ma forse è stata raccontata peggio di quanto realmente fosse. Lo scandalo e-mail è stato un clamoroso pacco tirato da Fbi e media, al punto che ogni volta dovevi fartelo spiegare tre volte per capire quale fosse il problema, e ancora non si è capito: la capacità di una Clinton di garantire la sicurezza nazionale o la capacità di una donna di farlo?
Presto avremo complesse analisi della sconfitta elaborate sui flussi elettorali, per ora siamo passati attraverso un viaggio suggestivo e retorico nell’America profonda, la Rust Belt, trasformando Trump in una specie di paladino degli oppressi, senza distinguere tra sintomo e malattia, perché Trump non ha dato voce agli ultimi e agli oppressi, che restano ultimi e senza voce, ma ha sfruttato la loro rabbia. E credo che analizzando i dati elettorali scopriremo che chi ha votato Trump non sono solo tutti i miserabili americani che volevano abbattere il totem di Hillary Clinton, ma una grande parte della società bianca, che lo ha fatto per una ragione leggermente diversa. Il razzismo in America esiste e lotta ancora con tutte le sue forze e lo troviamo in ogni fibra del tessuto sociale. Questa è forse la parte più preoccupante della sua idea della società, quella che potrà attuare senza problemi, solo togliendo la naftalina dai gessati di Rudolph Giuliani, perché la sua promessa “make America great again” aveva una spiegazione chiara di come attuare il sogno americano nella sua piattaforma programmatica e nei suoi discorsi. L’idea che la componente più o meno apertamente razzista di Trump sia puro folklore, e non un modo per intercettare il voto di chi ha vissuto otto anni di presidenza Obama come un’aggressione nel proprio giardino è un’ingenuità. Ma da qui probabilmente è più difficile capire, del resto la segregazione razziale è finita formalmente nel 1965, quando in Italia usciva Italiani brava gente.

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