criminal intent

Non ci lasciamo più nemmeno il tempo di conoscere i fatti, che subito cerchiamo di definire ogni evento secondo gli schemi che ci sono più adatti. Abbiamo smesso di fare analisi per raccogliere pacchetti di figurine, e così, pochi minuti dopo la notizia del massacro del Pulse, era già una rincorsa a individuare il movente: terrorismo islamico, omofobia islamica, omofobia della supremazia bianca, terrorismo interno, spesso confondendo piani non sovrapponibili, perché dare un nome preciso alle ragioni della violenza consente il conforto della definizione e un racconto che può essere piegato alle proprie convinzioni politiche, o anche solo editoriali.
In questo momento sappiamo molto di Omar Mateen, ma non sappiamo – l’F.b.i. non lo sa – se abbia agito da solo, se abbia agito di propria iniziativa o se l’attacco fosse stato organizzato con supporto logistico interno o internazionale. Il suo legame con la radicalizzazione islamica sembra molto probabile, ma le indagini sul movente attraverseranno la sua vita privata, il suo computer e il suo telefonino, in cerca di una traccia che ne riveli il “criminal intent”.
Che il massacro di Orlando sia un atto terroristico non è però in discussione, anche se la definizione non è sempre così scontata, ed è la ragione per cui non tutti i mass shooting possono definirsi atti terroristici.
La legge federale americana definisce “terrorismo interno” ogni azione violenta o pericolosa che violi la legge federale o statale, e che sia finalizzata a intimidire o a esercitare pressioni sulla popolazione civile, influenzare le politiche del governo con intimidazione o coercizione, colpire l’azione del governo attraverso distruzioni, omicidi o rapimenti di massa.
Nessun dubbio sulla violenza dell’azione, ma è sulla finalità che si gioca la definizione di “atto terroristico”: non tutti gli omicidi di massa costituiscono necessariamente atti finalizzati a intimidire un intero gruppo di persone che possano essere identificati come “popolazione civile”. Quello che manca in molte di quelle stragi – che hanno come obiettivo provocare il numero di morti più grande possibile, indifferentemente dall’appartenenza delle vittime a un preciso gruppo etnico, sociale, politico – lo ritroviamo però a Orlando, perché non ci sono dubbi che il massacro di Orlando avesse l’obiettivo preciso di colpire e intimidire un intero gruppo: la comunità LGBT.
Le ragioni di questo massacro sono legate all’omofobia e a un odio legato all’orientamento sessuale, e quale che sia il detonatore di questo odio – la psicopatia, il fanatismo religioso, una vera e propria affiliazione all’Isis – questo non può offuscarne l’obiettivo, né spostare alcuni punti fermi di questa strage: ovunque nel mondo, che tu sia uno psicopatico violento o un radicalizzato americano, sono due le cose che ti servono per poter mettere in atto un piano, e queste cose sono un’arma e un obiettivo. Ma non sono gli obiettivi quelli che si trovano dietro i banconi dei supermercati.

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