ti devi vergognare

Ho cancellato un commento in una discussione su Facebook, e mi sono sentito strano.
Non era un commento ignobile, né troppo stupido, era solo un commento rilassato in una discussione tra amici, ma aveva a che fare con la morte di un personaggio pubblico, e dopo qualche minuto l’ho cancellato. Mi sono interrogato sul perché io l’abbia fatto, rimproverandomi di non avere il coraggio delle mie idee e di avere rinunciato alla mia libertà di espressione, e ho capito che non l’ho fatto perché mi sono sentito in colpa o perché davanti alla morte si debba essere comunque rispettosi, l’ho fatto perché, a un certo punto, ho pensato che fosse un commento pericoloso.
Da quando scrivo, condivido, partecipo a discussioni su social network, ho sviluppato una forma di prudente autocensura, cercando di seguire il principio per cui scrivo solo le cose che non avrei problemi a ripetere dal vivo. Ma è una regola completamente sbagliata. Quante battute idiote, quanto sarcasmo scorretto, quante stupidaggini riversiamo quotidianamente sui nostri interlocutori in carne ed ossa o anche solo nelle chat e nei nostri messaggi? La presunzione che i codici che utilizziamo siano sempre condivisi, che il nostro interlocutore ci conosca abbastanza bene da non avere dubbi sulla saldezza delle nostre posizioni su temi sensibili è, appunto, una presunzione, che si rivela un clamoroso errore di valutazione in una discussione pubblica.
Ogni giorno, migliaia di sconosciuti di cui ignoriamo gusti, sensibilità, standard etici e morali, equilibrio mentale, assistono alle nostre discussioni e l’unica cosa che ci è dato sapere è che sono pronti a esercitare con scrupolo e convinzione il ruolo che la rete gli ha assegnato, quello dei giustizieri.
Dopo avere scritto quel commento ho pensato che chiunque avrebbe potuto leggerlo, e chiunque avrebbe potuto replicarlo, condividerlo all’infinito. Senza nemmeno conoscermi, senza sapere chi fossi, oppure conoscendomi e facendolo solo per il gusto di farlo.
Ma quindi, queste forme di cautela sono una limitazione della nostra libertà di espressione, e la rete non è lo spazio libero che tutti avevamo sognato? Non lo è, se non abbiamo chiaro il significato di “libertà di espressione”: siamo liberi di concludere una discussione in un locale pubblico salendo in piedi sul bancone e insultando il resto dei presenti, esercitiamo la nostra libertà nella forma e nei contenuti, ma sappiamo benissimo che questa scelta potrebbe avere delle conseguenze. I social network sono spesso uno strumento con cui pretendiamo una libertà assoluta dai freni inibitori chiamandola libertà di espressione.
Ho letto un libro, pochi giorni prima di quella discussione, che ha agitato tutte le mie psicosi sui meccanismi sociali, e ha condizionato quella decisione, un libro che tutti dovremmo leggere per acquisire un minimo di consapevolezza degli effetti che le dita sulla tastiera possono provocare. Il libro è So you’ve been publicly shamed di Jon Ronson (in italiano I giustizieri della rete , edito da Codice) che analizza i meccanismi della gogna on-line, il rogo 3.0, attraverso le storie di chi è stato distrutto da questa forma di esposizione, che assume i tratti della violenza e della pubblica umiliazione.
Un tempo si finiva inchiavardati in piazza, oggi si finisce travolti da migliaia di account di provenienza non verificata che, attraverso il potere della condivisione, si attribuiscono il ruolo di giudice unico della correttezza politica, dell’etica e della morale. Un giudice che ha un mezzo potentissimo per condividere la propria indignazione con altre migliaia di persone, un accumulo di potenza esponenziale che conduce alla disintegrazione umana e sociale dell’accusato, senza alcuna possibilità di difesa. È la Giustizia Sommaria Sociale, e viene esercitata senza un regolare giudizio e senza alcuna regola, se non quella di parteciparvi e di essere dalla parte del Giusto.
Le esecuzioni capitali, i processi, sono sempre stati un momento di partecipazione pubblica, e il senso stesso di numerose pene consisteva nella loro esecuzione in luoghi aperti alla cittadinanza: esistevano pene che sfruttavano il potere di dissuasione della vergogna e del pubblico ludibrio. Sputi, insulti, lancio di feci, erano parte integrante della messa alla gogna. Ma una volta terminata quella esposizione, la pena era stata eseguita e la persistenza della memoria era consegnata a qualche registro e alla tradizione orale. Oggi invece siamo di fronte a un tribunale permanente e la sentenza di condanna resta scritta in perpetuo nei motori di ricerca.
Confondere le nostre pagine personali con un luogo privato, e la rete come il luogo in cui finalmente siamo liberi di esprimere ogni nostra opinione senza doverne subire le conseguenze è certamente un errore, ma è giusto venire completamente disintegrati per una stupidaggine? È giusto venire distrutti da un processo pubblico senza regole? Ma soprattutto, qual è la pena adeguata per la nostra leggerezza, per la nostra presunzione?Perché se è vero che si devono controllare i freni inibitori, e si devono scrivere solo cose di cui non ci si pentirebbe in pubblico – sempre per questa idea bizzarra che i social network non lo siano – è altrettanto vero che non conosciamo uno per uno i nostri giudici, e quando la GSS avvia il suo processo niente riesce a fermarla. Il meccanismo della rassicurazione reciproca, mediante la rappresentazione di sé come custode della giustizia e della morale, funziona come corrente elettrica e si trasmette istantaneamente a ogni latitudine e fuso orario. Sono testimone di un’ingiustizia, posso giudicarla insieme ai miei pari e ho i mezzi per punire, per determinare delle conseguenze sfavorevoli nella vita di chi ha sbagliato. Licenziamenti, dimissioni, allontanamenti sono pene che oggi possiamo far eseguire in poche ore.
Le persone più intelligenti che conosco usano Twitter in modo accorto, ma spesso siamo traditi dalla convinzione di essere particolarmente brillanti, provocatori e sarcastici, solo che non siamo Bill Hicks o Louis C.K., non abbiamo il contesto e la reputazione per essere liberi di scrivere qualsiasi cosa ci venga in mente. E così può capitare di essere semplicemente imprudenti.
Ma che cosa ci protegge dalla gogna? Cosa separa ognuno di noi dal rischio di essere colpiti dalla Giustizia Sommaria Sociale? In ogni sistema processuale i giudici vengono selezionati in base alle capacità o attraverso metodi elettivi che ne legittimino il potere, sono soggetti alla legge e la devono rispettare nell’esercizio delle loro funzioni, in processi in cui i diritti dell’accusato sono garantiti dalla legge. Che legittimazione hanno migliaia di account twitter? Che regole seguono nell’esercitare questo potere di vita o di morte sociale? Ovviamente nessuna, ma questo non toglie che esistano e sappiano essere implacabili.
Partecipiamo tutti all’amministrazione della giustizia sommaria, siamo i guardiani della correttezza e del rispetto dei diritti delle minoranze con il minimo sforzo.
La Giustizia Sommaria Sociale colpisce a sinistra, a destra, le celebrità e un impiegato comunale, è questo a renderla così terrificante: non ha regole che non siano quelle decise dalla suggestione del momento.
Forse dovremmo rifiutare una volta per tutte questo potere, sottraendoci alla logica perversa di essere giudici, ma come si può rinunciare alla sensazione confortevole di avere reso il mondo migliore con un twit?
Si potrebbe cominciare pensando a tutte le volte in cui abbiamo scritto una stupidaggine e l’abbiamo immediatamente cancellata, oppure nessuno se n’è accorto; insomma, pensiamo a tutte le volte in cui ci è andata bene. 
E ricordiamoci sempre che tutte le nostre vite on-line sono a portata di un motore di ricerca.

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