il mio voto

Siete voi che non capite: il voto non è un voto, troppo facile. Il voto è pedagogia, istinto, diplomazia, politica, intuizione, colpo d’occhio. Non si vota per votare un sindaco, questo lasciamolo fare ai non attrezzati, agli ingenui, a quelli che non capiscono cosa c’è sotto, che non sanno la posta in gioco. Non si vota per scegliere un amministratore, il migliore o quello che riteniamo per approssimazione il meno peggio, no, si vota per esprimere davvero se stessi, la propria personalità: il voto è il simbolo della propria individualità e della fede nella libertà personale, come la giacca di serpente in Cuore Selvaggio. E poi si vota per dare lezioni, per inviare un messaggio, per dare un segnale politico, per disegnare scenari, e noi siamo tanti piccoli Machiavelli, e quando entriamo in cabina elettorale lo facciamo con una cartina del Sud America per essere sicuri che non ci sfuggano tutte le implicazioni della nostra scelta. Votare è un’attività complessa che richiede settimane di riflessioni, di analisi, di confronti e di introspezioni, è importante e difficile e serve tutto il nostro impegno sociale e intellettuale.
Votare non è solo votare – viene da sorridere davanti a certe ingenuità, così naïve – perché se fosse così basterebbe leggere i programmi dei due candidati, i curriculum, e scegliere quello che ci convince maggiormente, o che si avvicina di più alle nostre sensibilità, alla nostra idea di civiltà.
Come se votare fosse un atto elementare, dotato di una sua meccanica primitiva che rifiuta la complessità, come scegliere il bianco e nero alla roulette. Rifiutiamo la violenza del voto che costringe a rinunciare alle nostre sfumature perché morale, giustizia, cittadinanza sono individuali, e ognuno di noi ha diritto ad avere un proprio partito: il partito di se stessi.
Se non fosse stato per noi, se non avessimo ogni volta riflettuto, soppesato, calibrato e con sofferenza scelto, se fosse stato per quelli che votano per votare, così, con leggerezza, chissà dove saremmo finiti.

i due miranda

Oggi è stato il giorno di due Miranda.
Ernesto Miranda veniva arrestato il 13 marzo del 1963 perché sospettato di rapimento. Due poliziotti lo interrogarono per ore, ottenendo una confessione scritta. Al processo la confessione venne usata come prova a suo carico e Miranda fu condannato. Nel giudizio di appello, la Corte Suprema dell’Arizona stabilì che i suoi diritti erano stati violati. Ne nacque il giudizio davanti alla Corte Suprema Americana che si concluse con una sentenza storica, la Miranda v. Arizona, che ha introdotto quelle formule che abbiamo imparato a memoria in ogni serie tv americana e che sono il totem delle garanzie previste dal Quinto Emendamento.
Era il 13 giugno del 1966 quando la Corte Suprema pronunciò la sentenza Miranda v. Arizona e dichiarò l’obbligo di avvertire ogni arrestato del suo diritto di restare in silenzio.

“You have the right to remain silent. Anything you say can and will be used against you.”

Lin-Manuel Miranda è un attore, compositore e autore di “Hamilton” il musical ispirato alla vita di Alexander Hamilton, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America che, dopo il Pulitzer, ha vinto undici Tony Awards. Miranda stanotte ha fatto un discorso di ringraziamento straordinario, trovando parole, per ricordare (in sonetto) le vittime di Orlando, che sono destinate a essere rilette, ascoltate, condivise per il prossimo milione di anni.

“And love is love is love is love is love is love is love is love cannot be killed or swept aside”

 

 

criminal intent

Non ci lasciamo più nemmeno il tempo di conoscere i fatti, che subito cerchiamo di definire ogni evento secondo gli schemi che ci sono più adatti. Abbiamo smesso di fare analisi per raccogliere pacchetti di figurine, e così, pochi minuti dopo la notizia del massacro del Pulse, era già una rincorsa a individuare il movente: terrorismo islamico, omofobia islamica, omofobia della supremazia bianca, terrorismo interno, spesso confondendo piani non sovrapponibili, perché dare un nome preciso alle ragioni della violenza consente il conforto della definizione e un racconto che può essere piegato alle proprie convinzioni politiche, o anche solo editoriali.
In questo momento sappiamo molto di Omar Mateen, ma non sappiamo – l’F.b.i. non lo sa – se abbia agito da solo, se abbia agito di propria iniziativa o se l’attacco fosse stato organizzato con supporto logistico interno o internazionale. Il suo legame con la radicalizzazione islamica sembra molto probabile, ma le indagini sul movente attraverseranno la sua vita privata, il suo computer e il suo telefonino, in cerca di una traccia che ne riveli il “criminal intent”.
Che il massacro di Orlando sia un atto terroristico non è però in discussione, anche se la definizione non è sempre così scontata, ed è la ragione per cui non tutti i mass shooting possono definirsi atti terroristici.
La legge federale americana definisce “terrorismo interno” ogni azione violenta o pericolosa che violi la legge federale o statale, e che sia finalizzata a intimidire o a esercitare pressioni sulla popolazione civile, influenzare le politiche del governo con intimidazione o coercizione, colpire l’azione del governo attraverso distruzioni, omicidi o rapimenti di massa.
Nessun dubbio sulla violenza dell’azione, ma è sulla finalità che si gioca la definizione di “atto terroristico”: non tutti gli omicidi di massa costituiscono necessariamente atti finalizzati a intimidire un intero gruppo di persone che possano essere identificati come “popolazione civile”. Quello che manca in molte di quelle stragi – che hanno come obiettivo provocare il numero di morti più grande possibile, indifferentemente dall’appartenenza delle vittime a un preciso gruppo etnico, sociale, politico – lo ritroviamo però a Orlando, perché non ci sono dubbi che il massacro di Orlando avesse l’obiettivo preciso di colpire e intimidire un intero gruppo: la comunità LGBT.
Le ragioni di questo massacro sono legate all’omofobia e a un odio legato all’orientamento sessuale, e quale che sia il detonatore di questo odio – la psicopatia, il fanatismo religioso, una vera e propria affiliazione all’Isis – questo non può offuscarne l’obiettivo, né spostare alcuni punti fermi di questa strage: ovunque nel mondo, che tu sia uno psicopatico violento o un radicalizzato americano, sono due le cose che ti servono per poter mettere in atto un piano, e queste cose sono un’arma e un obiettivo. Ma non sono gli obiettivi quelli che si trovano dietro i banconi dei supermercati.

ti devi vergognare

Ho cancellato un commento in una discussione su Facebook, e mi sono sentito strano.
Non era un commento ignobile, né troppo stupido, era solo un commento rilassato in una discussione tra amici, ma aveva a che fare con la morte di un personaggio pubblico, e dopo qualche minuto l’ho cancellato. Mi sono interrogato sul perché io l’abbia fatto, rimproverandomi di non avere il coraggio delle mie idee e di avere rinunciato alla mia libertà di espressione, e ho capito che non l’ho fatto perché mi sono sentito in colpa o perché davanti alla morte si debba essere comunque rispettosi, l’ho fatto perché, a un certo punto, ho pensato che fosse un commento pericoloso.
Da quando scrivo, condivido, partecipo a discussioni su social network, ho sviluppato una forma di prudente autocensura, cercando di seguire il principio per cui scrivo solo le cose che non avrei problemi a ripetere dal vivo. Ma è una regola completamente sbagliata. Quante battute idiote, quanto sarcasmo scorretto, quante stupidaggini riversiamo quotidianamente sui nostri interlocutori in carne ed ossa o anche solo nelle chat e nei nostri messaggi? La presunzione che i codici che utilizziamo siano sempre condivisi, che il nostro interlocutore ci conosca abbastanza bene da non avere dubbi sulla saldezza delle nostre posizioni su temi sensibili è, appunto, una presunzione, che si rivela un clamoroso errore di valutazione in una discussione pubblica.
Ogni giorno, migliaia di sconosciuti di cui ignoriamo gusti, sensibilità, standard etici e morali, equilibrio mentale, assistono alle nostre discussioni e l’unica cosa che ci è dato sapere è che sono pronti a esercitare con scrupolo e convinzione il ruolo che la rete gli ha assegnato, quello dei giustizieri.
Dopo avere scritto quel commento ho pensato che chiunque avrebbe potuto leggerlo, e chiunque avrebbe potuto replicarlo, condividerlo all’infinito. Senza nemmeno conoscermi, senza sapere chi fossi, oppure conoscendomi e facendolo solo per il gusto di farlo.
Ma quindi, queste forme di cautela sono una limitazione della nostra libertà di espressione, e la rete non è lo spazio libero che tutti avevamo sognato? Non lo è, se non abbiamo chiaro il significato di “libertà di espressione”: siamo liberi di concludere una discussione in un locale pubblico salendo in piedi sul bancone e insultando il resto dei presenti, esercitiamo la nostra libertà nella forma e nei contenuti, ma sappiamo benissimo che questa scelta potrebbe avere delle conseguenze. I social network sono spesso uno strumento con cui pretendiamo una libertà assoluta dai freni inibitori chiamandola libertà di espressione.
Ho letto un libro, pochi giorni prima di quella discussione, che ha agitato tutte le mie psicosi sui meccanismi sociali, e ha condizionato quella decisione, un libro che tutti dovremmo leggere per acquisire un minimo di consapevolezza degli effetti che le dita sulla tastiera possono provocare. Il libro è So you’ve been publicly shamed di Jon Ronson (in italiano I giustizieri della rete , edito da Codice) che analizza i meccanismi della gogna on-line, il rogo 3.0, attraverso le storie di chi è stato distrutto da questa forma di esposizione, che assume i tratti della violenza e della pubblica umiliazione.
Un tempo si finiva inchiavardati in piazza, oggi si finisce travolti da migliaia di account di provenienza non verificata che, attraverso il potere della condivisione, si attribuiscono il ruolo di giudice unico della correttezza politica, dell’etica e della morale. Un giudice che ha un mezzo potentissimo per condividere la propria indignazione con altre migliaia di persone, un accumulo di potenza esponenziale che conduce alla disintegrazione umana e sociale dell’accusato, senza alcuna possibilità di difesa. È la Giustizia Sommaria Sociale, e viene esercitata senza un regolare giudizio e senza alcuna regola, se non quella di parteciparvi e di essere dalla parte del Giusto.
Le esecuzioni capitali, i processi, sono sempre stati un momento di partecipazione pubblica, e il senso stesso di numerose pene consisteva nella loro esecuzione in luoghi aperti alla cittadinanza: esistevano pene che sfruttavano il potere di dissuasione della vergogna e del pubblico ludibrio. Sputi, insulti, lancio di feci, erano parte integrante della messa alla gogna. Ma una volta terminata quella esposizione, la pena era stata eseguita e la persistenza della memoria era consegnata a qualche registro e alla tradizione orale. Oggi invece siamo di fronte a un tribunale permanente e la sentenza di condanna resta scritta in perpetuo nei motori di ricerca.
Confondere le nostre pagine personali con un luogo privato, e la rete come il luogo in cui finalmente siamo liberi di esprimere ogni nostra opinione senza doverne subire le conseguenze è certamente un errore, ma è giusto venire completamente disintegrati per una stupidaggine? È giusto venire distrutti da un processo pubblico senza regole? Ma soprattutto, qual è la pena adeguata per la nostra leggerezza, per la nostra presunzione?Perché se è vero che si devono controllare i freni inibitori, e si devono scrivere solo cose di cui non ci si pentirebbe in pubblico – sempre per questa idea bizzarra che i social network non lo siano – è altrettanto vero che non conosciamo uno per uno i nostri giudici, e quando la GSS avvia il suo processo niente riesce a fermarla. Il meccanismo della rassicurazione reciproca, mediante la rappresentazione di sé come custode della giustizia e della morale, funziona come corrente elettrica e si trasmette istantaneamente a ogni latitudine e fuso orario. Sono testimone di un’ingiustizia, posso giudicarla insieme ai miei pari e ho i mezzi per punire, per determinare delle conseguenze sfavorevoli nella vita di chi ha sbagliato. Licenziamenti, dimissioni, allontanamenti sono pene che oggi possiamo far eseguire in poche ore.
Le persone più intelligenti che conosco usano Twitter in modo accorto, ma spesso siamo traditi dalla convinzione di essere particolarmente brillanti, provocatori e sarcastici, solo che non siamo Bill Hicks o Louis C.K., non abbiamo il contesto e la reputazione per essere liberi di scrivere qualsiasi cosa ci venga in mente. E così può capitare di essere semplicemente imprudenti.
Ma che cosa ci protegge dalla gogna? Cosa separa ognuno di noi dal rischio di essere colpiti dalla Giustizia Sommaria Sociale? In ogni sistema processuale i giudici vengono selezionati in base alle capacità o attraverso metodi elettivi che ne legittimino il potere, sono soggetti alla legge e la devono rispettare nell’esercizio delle loro funzioni, in processi in cui i diritti dell’accusato sono garantiti dalla legge. Che legittimazione hanno migliaia di account twitter? Che regole seguono nell’esercitare questo potere di vita o di morte sociale? Ovviamente nessuna, ma questo non toglie che esistano e sappiano essere implacabili.
Partecipiamo tutti all’amministrazione della giustizia sommaria, siamo i guardiani della correttezza e del rispetto dei diritti delle minoranze con il minimo sforzo.
La Giustizia Sommaria Sociale colpisce a sinistra, a destra, le celebrità e un impiegato comunale, è questo a renderla così terrificante: non ha regole che non siano quelle decise dalla suggestione del momento.
Forse dovremmo rifiutare una volta per tutte questo potere, sottraendoci alla logica perversa di essere giudici, ma come si può rinunciare alla sensazione confortevole di avere reso il mondo migliore con un twit?
Si potrebbe cominciare pensando a tutte le volte in cui abbiamo scritto una stupidaggine e l’abbiamo immediatamente cancellata, oppure nessuno se n’è accorto; insomma, pensiamo a tutte le volte in cui ci è andata bene. 
E ricordiamoci sempre che tutte le nostre vite on-line sono a portata di un motore di ricerca.