e la chiamano Liberazione

Oggi è la festa della Liberazione, che è un’espressione bellissima.

Ma restando nel campo delle parole, è anche la giornata in cui si ha l’impressione che il linguaggio sia stato ripulito in nome di una Liberazione che accolga tutti, ma non nella forma di una riconciliazione, ma nella forma un po’ ipocrita di un racconto parziale che non urti le sensibilità, che non divida. E si usano con cautela le parole “insurrezione”, “patrioti”, addirittura “fascismo”. Oggi è la giornata delle perifrasi, delle ellissi, delle avversative, come se si potessero raccogliere sotto un unico ombrello semantico tutte le parti di una guerra di liberazione, e come se le parole potessero riuscire in una riconciliazione che non c’è mai veramente stata, soffocata dal tentativo di minimizzare la dittatura fascista e dalla pretesa di cancellare le ragioni e i torti. E per cosa? Per avere la libertà di rivendicare quel passato e costruire qualche mausoleo a qualche gerarca fascista.

È la giornata in cui si respinge la retorica, mentre forse un po’ di retorica è proprio quello che serve, per recuperare la verità storica che in questi anni è stata decolorata, consunta, e piegata.

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