Stati Generali

[L’umanità e la rieducazione del condannato, un principio costituzionale davanti al quale l’obiezione più comune è che sia impopolare, che in Italia si debba pensare prima all’illegalità che al reinserimento sociale, come se le due cose fossero inconciliabili, come se non potessero mai incontrarsi, come Etienne Navarre e Isabeau D’Anjou. Siamo stati condannati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché nelle nostre carceri violavamo – violiamo – sistematicamente i diritti umani, e il nostro sistema penale e l’opinione pubblica sono ossessionati dalle manette. Gli Stati Generali sono un tentativo di uscire da queste quattro mura, uno scatto verso l’esterno, perché il treno ha la strada segnata, mentre il bufalo può scartare e in fondo non è detto che cada.]

[Ho scritto una cosa su Leftwing]

Tra i vincitori dei Premi Pulitzer assegnati ieri c’è Ken Armstrong (giornalista investigativo, al quarto Pulitzer) per un pezzo pubblicato su The Marshall Project, un progetto non profit sulla giustizia penale americana – ispirato al grande Thurgood Marshall, avvocato dei diritti civili e giudice costituzionale – che cerca di «creare e sostenere un senso di emergenza nazionale circa il sistema penale», per combatterne gli abusi e ricondurlo al rispetto pieno dei diritti dei cittadini. Anche in Italia esiste questo senso di emergenza nazionale per il sistema penale, e lo ritroviamo quotidianamente on-line, sui giornali e in televisione, solo che si manifesta sempre in direzione opposta, in un lamento continuo sull’insufficienza degli strumenti repressivi e la eccessiva mitezza delle pene.

Sono passati pochi giorni dal caso di Doina Matei, la giovane rumena condannata per l’omicidio preterintenzionale di Vanessa Russo, a cui è stata sospesa la semilibertà per la pubblicazione di alcune fotografie su un profilo Facebook e la sollevazione popolare che ne è seguita, e in un altrove non solo fisicamente separato dalla società – il carcere di Rebibbia – vengono presentati i risultati di una delle più interessanti iniziative politiche prese da un ministro della Giustizia negli ultimi anni: gli stati generali dell’esecuzione penale.

La condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per il sovraffollamento carcerario e lo stato drammatico delle carceri aveva costretto il governo italiano a un lavoro eccezionale per rimediare a una situazione inconcepibile per un paese democratico. Ma quella condanna ci aveva anche costretti a sollevare la pietra che avevamo messo per troppo tempo sulle quotidiane violazioni dei diritti umani nelle patrie galere. Alla dimensione strutturale di questa inadeguatezza si è affiancata nel tempo una dimensione quasi esclusivamente irrazionale, un’insicurezza sociale che vede nella punizione del colpevole con il carcere l’unica speranza di restaurazione della propria tranquillità, in questa forma di democrazia emotiva in cui ci stiamo trasformando. Si è capito che il problema non è solo legislativo, ma anche e soprattutto culturale: la pena ha una quota afflittiva a cui l’opinione pubblica non è disposta a rinunciare – e ciò è ragionevole, persino giusto – ma è anche l’unica parte di cui vuole sentire parlare.

continua…

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