come se la pena non dovesse bastare mai

Fate un esperimento: cercate su Google il nome di un condannato in un famoso caso di cronaca e “polemiche”. I risultati saranno quasi esclusivamente notizie sulla loro liberazione, sulla concessione di permessi premio o la possibilità di lavorare fuori dal carcere.
Scattone e Ferraro, Renato Vallanzasca, Elisabetta Ballarin e l’ultima in ordine di tempo: Doina Matei, la giovane rumena condannata a sedici anni per l’omicidio preterintenzionale di Vanessa Russo, e a cui è stata sospesa la semilibertà grazie alla campagna di indignazione che si è diffusa per la pubblicazione di alcune fotografie su un profilo Facebook creato con uno pseudonimo.
Non solo è uscita dal carcere dopo nove anni, ma addirittura – in alcune di queste – sorrideva.
La semilibertà è una misura alternativa alla detenzione che può essere concessa dopo che il condannato ha scontato almeno metà della pena. La semilibertà è uno spartiacque, è il momento in cui ti viene consentito di iniziare un percorso esterno per lavorare o per svolgere altre attività finalizzate al reinserimento sociale, perché la rieducazione in carcere ha funzionato. Nel caso di Doina perché si era comportata bene, perché si era pentita, perché aveva acquisito la piena consapevolezza della sua azione. La semilibertà è un passaggio importante, il momento in cui si mette in pratica il principio su cui è fondato tutto il nostro sistema penitenziario – e la nostra democrazia, visto che si tratta di un principio costituzionale – per cui la pena è retribuzione, ma anche reinserimento del reo nella società che lo ha giudicato, condannato e separato da sé in un carcere sovraffollato.
Ma la pena non è una vendetta dello Stato, né dovrebbe essere la vendetta delle vittime e dei loro familiari. Lo Stato esercita la propria autorità e si fa carico di giudicare, condannare ed eseguire la pena secondo le regole del nostro ordinamento, ma senza interferenze, tantomeno da parte dell’opinione pubblica. La pena e la sua esecuzione non spettano al popolo che, però, ha sempre cercato di influenzarli, per questo la sottrazione del reo all’opinione pubblica è un progresso a cui non sarebbe il caso di rinunciare.
Nove anni sono pochi per un omicidio, si legge. Doina Matei è stata condannata a sedici anni di carcere per un omicidio preterintenzionale e non per omicidio volontario, quasi il massimo per un reato che prevede una pena dai dieci ai diciotto anni.
L’indignazione, il desiderio di sostituirsi alla giustizia che non è giusta e che non fa il suo corso, che libera senza motivo i condannati, hanno riempito istantaneamente colonne e bacheche: i giudizi e le paure di chi non sa di cosa sta parlando, di chi pensa che la giustizia sia solo vendetta e la rimozione dei condannati dal consesso della brava gente indignata – questa entità morale dietro cui si nasconde il reazionario retrivo dalla faccia morbida – una cosa di sua competenza.
Se risulterà che Doina Matei ha violato prescrizioni che le impedivano di usare i social network – cosa di cui dubito – il provvedimento del tribunale di sorveglianza che le ha sospeso la semidetenzione sarà giustificato. Ma se anche così fosse, resta la sensazione vischiosa della bava alla bocca di chi ha immediatamente messo in piedi questi Hunger Games, in cui il giudizio dello Stato è sempre insufficiente rispetto alla nostra morale, ingigantita dall’ignoranza di non sapere nemmeno in base a quali leggi e a quali principi certe decisioni vengono prese. Senza conoscere l’effetto che la pena scontata ha avuto su quella persona, arrogandoci così il diritto disumano di giudicare anche il suo pentimento.
«Veniva a lavorare tutti i giorni, dal martedì al sabato, dalle 9,30 alle 18,30. Era molto riservato, gentile e felice di imparare il nuovo lavoro. Nulla da rimproverargli. Però non si poteva più andare avanti in mezzo alle polemiche. Molti sostenevano che con tutti i giovani disoccupati che ci sono non era giusto dare lavoro a lui. E i clienti non venivano più.»
Quando Renato Vallanzasca – condannato a quattro ergastoli – venne licenziato per la terza volta a causa delle polemiche sollevate dal fatto che potesse uscire dal carcere, il datore di lavoro che aveva scelto di assumerlo nell’ambito di un progetto di reinserimento sociale spiegò in questo modo la sua decisione.
Elisabetta Ballarin – condannata per gli omicidi delle Bestie di Satana – dovette resistere a un putiferio per uno stage che un giornale locale le aveva concesso.
La riabilitazione, invece di essere salutata con soddisfazione, viene rovesciata addosso ai condannati, come se la pena non dovesse bastare mai e come se chiunque avesse il diritto di giudicarne sufficienza e efficacia e questo anche perché il diritto, a differenza di altre scienze come l’ingegneria o l’astrofisica, ha una componente morale che illude le persone di potersene occupare in virtù di non si sa bene quale legittimazione superiore.
Personalmente, vorrei vivere in un paese in cui della mia sorte non decidono legioni di imbecilli, un’opinione pubblica incattivita o qualche editorialista dall’animo gentile, ma solo un giudice, soggetto alla legge.
Il Tribunale che deciderà sulla prosecuzione della semilibertà per la ragazza sarà il Tribunale di Sorveglianza. La speranza è che eserciti il suo compito secondo il significato migliore di quella parola, chiudendo fuori le grida scomposte di chi non ha alcun diritto di decidere della sorte e del corpo di chi è già stato giudicato, condannato e rinchiuso in un carcere.
C’è un passaggio molto bello nella Frantumaglia di Elena Ferrante che, parlando della parola sorveglianza, riassume in poche righe il senso della pena.
La parola sorveglianza è stata malamente segnata dai suoi usi polizieschi, ma non è una brutta parola. Ha dentro il contrario del corpo ottuso dal sonno, è metafora ostile all’opacità, alla morte. Esibisce invece la veglia, l’essere vigile, ma senza appellarsi allo sguardo, bensì al gusto di sentirsi in vita. I maschi hanno trasformato il sorvegliare in attività di sentinella, di secondino, di spia. La sorveglianza invece, se bene intesa, è piuttosto una disposizione affettiva di tutto il corpo, un suo distendersi e germogliare sopra e intorno.”

8 risposte a “come se la pena non dovesse bastare mai

  1. Va bene tutto, ma vista la situazione attuale vedere che degli omicidi e pluriomicidi lavorino al posto di giovani disoccupati veramente te le fa girare. Spesso ti domandi: ma per lavorare o fare un corso di formazione professionale gratuito devo prima ammazzare qualcuno?

  2. Ho due commenti:
    1- Bel post. Io penso tu abbia ragione su tutto, ma purtroppo molte volte non ce la faccio. Capisco la logica, il razionale e non trovo alcuna falla nel tuo ragionamento. Eppure probabilmente di fronte a certe cose mi si chiudono gli occhi. Non sarei uno di quelli che si lamenta dello scandalo o che partecipa ai moti di sdegno attivamente, ma nel profondo io quando penso a qualcuno che spezza una vita, volontariamente o semi-involontariamente (non è stato un incidente, si parla di un aggressione finita peggio del previsto o dell’auspicabile), non riesco mai ad accettare che ci possa essere redenzione. Quindi grazie per il post, che mi ha aiutato ad analizzare la cosa in maniera più logica e razionale, a differenza dei cento che ho trovato e che hanno provato in tutti i modi a far tracimare la mia rabbia istintiva e impulsiva.
    2- Cito: “come se chiunque avesse il diritto di giudicarne sufficienza e efficacia e questo anche perché il diritto, a differenza di altre scienze come la medicina o l’astrofisica, ha una componente morale che illude le persone di potersene occupare in virtù di non si sa bene quale legittimazione superiore.”
    Dai. Hai scritto davvero MEDICINA come paradigma di scienza inappellabile? Sul serio? Nei tempi degli antivaccinisti, degli omeopati e dell’animalismo estremo?

    • Il concetto di preterintenzionale è proprio quello: la conseguenza è più grave di quanto che tu potessi prevedere (es. percuoti per provocare una lesione e invece uccidi). Il tuo commento conferma l’opportunità dell’articolo.

  3. Che il magistrato di sorveglianza abbia agito con celerità in base al clamore suscitato dai giornali, pare vero. E questa cosa mi mette i brividi.

  4. L’ha ribloggato su e ha commentato:
    Ecco. Così.

  5. Richard chamberlain

    Articolo mediocre, perfettamente complementare ai tanti che, da posizioni opposte, vorrebbero la ghigliottina in piazza un giorno sì e l’altro pure.
    Con tanto di finale appiccicaticcio e ad minchiam.

  6. Pingback: Su pena e riabilitazione: i punti di vista sul “caso Matei” – hookii

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