il buio oltre la siepe

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Come tutti ho un armadio della vergogna, un luogo fisico dove nascondere i libri che sono troppo imbarazzato per confessare di non avere letto.

L’estate, con i suoi giorni di sotterfugio, è la stagione in cui riesco a recuperare quelle letture senza dovermi consegnare all’inquisitore sociale a cui confessare i miei reati – per esempio che, fino a due anni fa, non avevo letto Moby Dick. Non intendo rivelare quali libri abbia sapientemente nascosto tra gli scaffali, ma l’estate scorsa fu l’estate di To Kill a Mockingbird.

Leggere Il buio oltre la siepe, a distanza di ottomila chilometri e un’ottantina d’anni dai fatti narrati, è meno straniante di quanto uno si possa aspettare: la distanza tra la contea di Maycomb, Alabama, 1932, e Quinto di Treviso, Casale San Nicola, Idomeni è annullata. Nello spazio e nel tempo.

Il distacco che si dovrebbe provare, nell’Europa del XXI secolo, davanti alla rappresentazione della quotidianità di una società segregazionista della prima metà del ‘900 scompare dopo poche righe, e la rappresentazione di una cittadina americana, attraverso il racconto di una bambina e la storia di suo padre, Atticus Finch, un solido avvocato di provincia, su cui si sono formate almeno due generazioni di penalisti americani, è un rimando immediato a città, paesi, quartieri in cui la contemporaneità sono barricate, fiaccolate, proteste. 

Nel libro di Harper Lee la violenza segregazionista è esclusa dallo sguardo di Scout, ma si disegna la normalità di un pregiudizio precipitato come polvere sui soprammobili, le abitudini sociali che sedimentano la restrizione dei diritti e la separazione su base razziale, e così addormentano l’odio che riesplode ogni volta che questa abitudine viene disturbata. I linciaggi, gli omicidi, i roghi, le violenze a sfondo razziale restano fuori dall’inquadratura, così come i gruppi politici che si muovono come mantici.

Il libro racconta di come il migliore sistema del mondo possa piegarsi e stritolare un essere umano sulla base di un pregiudizio.

Tom Robinson è innocente. Non lo sappiamo con la certezza del narratore che tutto sa, nessuno ce lo dice espressamente, ma lo capiamo. Tom Robinson è innocente perché così emerge, in modo inconfutabile, dalla ricostruzione processuale dei fatti. È il processo, attraverso quel meccanismo quasi perfetto che è l’esame incrociato, a rivelare in tutta la sua crudezza come l’accusa di stupro sia un’invenzione per coprire una comune storia di miseria. I fatti sottoposti al lettore sono gli stessi che vengono consegnati alla giuria, ma il lettore – e la scrittrice – assolvono; la giuria, anche se dopo qualche ora di senso di colpa, condanna.

È il pregiudizio che, come una tempesta di grandine, infrange un sistema creato per essere cieco e non vedere niente, nemmeno il colore della pelle, e in cui tutti, bianchi e neri, ripongono una fiducia piena. I bianchi perché non possono che credere in una giuria di pari e uomini liberi che decide delle loro vite; i neri attraverso lo strumento che quel sistema gli fornisce a garanzia di un processo equo: Atticus Finch, un anti-eroe lontano anni luce da figure potenti come Thurgood Marshall, primo giudice afro-americano della Corte Suprema, che si batteva nelle aule giudiziarie per i diritti civili. Atticus è un’espressione di quella provincia segregazionista, ne è parte integrante, e ne tollera l’abitudine, proviene dalla stessa società che esprime gli Ewell e il loro mondo di miseria e pattume.

E davanti a quel pregiudizio, su cui gli stessi Ewell confidano – che la parola bianca prevalga sempre e comunque sulla parola nera, che i neri siano antropologicamente ladri, assassini, stupratori – il sistema implode, e non bastano tutti i contrappesi e i diritti che la legge prevede per la salvezza di un innocente. Non basta nemmeno Atticus Finch.

Una società xenofoba non è necessariamente una società violenta: non sono necessari atti di violenza incontrollata, quando la separazione è ormai abitudinaria e quando il pregiudizio è socialmente accettabile.

Una scena assume un ruolo centrale, nel libro e in questo parallelo che sto cercando di tenere in equilibrio: la sera precedente il processo, Tom Robinson viene condotto nella prigione di Maycomb. Una piccola folla si riunisce fuori dell’ufficio dello sceriffo con l’intenzione di farsi giustizia, ma lì trova Atticus Finch ad attenderli sul portico. La sua figura si frappone fisicamente tra il corpo da giudicare e la violenza della vendetta, trasformandosi in ciò che il sistema concede a chi rischia la condanna a morte.

Leggendo la descrizione di questa scena, uomini riuniti, armati di un pregiudizio sociale ormai istituzionalizzato, mi sono chiesto in cosa questa rappresentazione di una minaccia di violenza sia diversa da un gruppo di cittadini che prende i mobili da una casa in cui vivono degli stranieri, e ne fa un rogo in mezzo alla strada.

Alla fine di agosto, a Collio, un paese in provincia di Brescia, un centinaio di cittadini aveva inscenato una protesta, riunendosi nella notte sotto l’albergo che ospitava una ventina di migranti, ed è servita la polizia – come è servito Atticus Finch – per evitare che i manifestanti venissero a contatto con i profughi alloggiati nelle camere. L’opinione pubblica si è divisa tra chi accettava le ragioni della protesta, e chi le contrastava. Nessuno aveva letto Il buio oltre la siepe, evidentemente. In cosa è diverso un gruppo di cittadini che si riunisce davanti all’ufficio dello sceriffo per farsi giustizia di Tom Robinson da chi ha come unico obiettivo impedire ad altri uomini di dormire in una casa, per il colore della pelle e per la provenienza? E cosa sarebbe accaduto se non ci fossero state le forze dell’ordine a esercitare una force de frappe?

La risposta c’entra con Atticus Finch, c’entra con le rane e con il discorso che Tony D’Amato fa alla squadra prima della partita decisiva in Any given Sunday.

C’è una leggenda metropolitana sul bollire le rane, e dice più o meno così: se metti una rana in una pentola di acqua fredda, e molto lentamente aumenti il calore, la rana starà seduta placida nell’acqua finché non bollirà a morte.

La frase è rubata da un pezzo di Laury Perry sul New Statesman, sui rischi di fascistizzazione e su quanto sta accadendo in Europa. L’acqua ci bolle intorno, come intorno a noi stanno i centimetri di campo che separano la vittoria dalla sconfitta e per cui dovremmo lottare fino all’ultima goccia di sudore, come ci direbbe Tony D’Amato. Il problema nasce quando non ci rendiamo conto che qualcuno, per quei centimetri, sta lottando e l’acqua sta diventando bollente. Stiamo lasciando crescere la siepe, per dimenticarci del buio.

Non ci vuole un antropologo per capire quello che accade intorno a noi, lo vediamo ogni giorno aprendo un giornale, la televisione, la pagina Facebook di qualche nostro vecchio compagno di liceo. I centimetri di civiltà che stiamo perdendo si accumulano, e stiamo facendo uno di quei giri lunghissimi che ci sta portando a un’Europa unita di tante piccole Maycomb.

Sognavamo l’Europa dei popoli, guardavamo con superiorità alle derive populiste e xenofobe ungheresi, ma la crisi delle migrazioni, la minaccia del terrorismo ci stanno facendo diventare l’Alabama.

Se dovessimo ambientare Il buio oltre la siepe nell’Italia di oggi, probabilmente, cercheremmo i Tom Ewell dalle parti di Salvini, di Forza Nuova, ma il resto della popolazione della Contea di Maycomb, una popolazione mitridatizzata dall’abitudine razziale, la troveremmo uscendo per strada, tra tutti quelli secondo i quali non abbiamo soldi, spazio, tempo da dedicare a persone che, sì, scappano dalla guerra, vengono a occupare la nostra esistenza, forse sono terroristi.

I migranti a Calais, i migranti rinchiusi fuori dall’Europe a a Idomeni – “winter is coming” – i bambini ritrovati sulla spiaggia di Bodrum. Il sole che esplode polverizzando la nostra ipocrisia efficientista e razionalizzatrice con cui affrontiamo la questione. La politica europea che improvvisamente, sulle scogliere di Dover, viene colpita da un’agnizione, e capisce che deve cambiare. Ma tutto dura lo spazio di un’estate, poi ritornano la paura, le siepi e il buio in cui corriamo a piedi nudi, fuggendo da un nemico che dorme nel fango.

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