e la chiamano Liberazione

Oggi è la festa della Liberazione, che è un’espressione bellissima.

Ma restando nel campo delle parole, è anche la giornata in cui si ha l’impressione che il linguaggio sia stato ripulito in nome di una Liberazione che accolga tutti, ma non nella forma di una riconciliazione, ma nella forma un po’ ipocrita di un racconto parziale che non urti le sensibilità, che non divida. E si usano con cautela le parole “insurrezione”, “patrioti”, addirittura “fascismo”. Oggi è la giornata delle perifrasi, delle ellissi, delle avversative, come se si potessero raccogliere sotto un unico ombrello semantico tutte le parti di una guerra di liberazione, e come se le parole potessero riuscire in una riconciliazione che non c’è mai veramente stata, soffocata dal tentativo di minimizzare la dittatura fascista e dalla pretesa di cancellare le ragioni e i torti. E per cosa? Per avere la libertà di rivendicare quel passato e costruire qualche mausoleo a qualche gerarca fascista.

È la giornata in cui si respinge la retorica, mentre forse un po’ di retorica è proprio quello che serve, per recuperare la verità storica che in questi anni è stata decolorata, consunta, e piegata.

Annunci

Stati Generali

[L’umanità e la rieducazione del condannato, un principio costituzionale davanti al quale l’obiezione più comune è che sia impopolare, che in Italia si debba pensare prima all’illegalità che al reinserimento sociale, come se le due cose fossero inconciliabili, come se non potessero mai incontrarsi, come Etienne Navarre e Isabeau D’Anjou. Siamo stati condannati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché nelle nostre carceri violavamo – violiamo – sistematicamente i diritti umani, e il nostro sistema penale e l’opinione pubblica sono ossessionati dalle manette. Gli Stati Generali sono un tentativo di uscire da queste quattro mura, uno scatto verso l’esterno, perché il treno ha la strada segnata, mentre il bufalo può scartare e in fondo non è detto che cada.]

[Ho scritto una cosa su Leftwing]

Tra i vincitori dei Premi Pulitzer assegnati ieri c’è Ken Armstrong (giornalista investigativo, al quarto Pulitzer) per un pezzo pubblicato su The Marshall Project, un progetto non profit sulla giustizia penale americana – ispirato al grande Thurgood Marshall, avvocato dei diritti civili e giudice costituzionale – che cerca di «creare e sostenere un senso di emergenza nazionale circa il sistema penale», per combatterne gli abusi e ricondurlo al rispetto pieno dei diritti dei cittadini. Anche in Italia esiste questo senso di emergenza nazionale per il sistema penale, e lo ritroviamo quotidianamente on-line, sui giornali e in televisione, solo che si manifesta sempre in direzione opposta, in un lamento continuo sull’insufficienza degli strumenti repressivi e la eccessiva mitezza delle pene.

Sono passati pochi giorni dal caso di Doina Matei, la giovane rumena condannata per l’omicidio preterintenzionale di Vanessa Russo, a cui è stata sospesa la semilibertà per la pubblicazione di alcune fotografie su un profilo Facebook e la sollevazione popolare che ne è seguita, e in un altrove non solo fisicamente separato dalla società – il carcere di Rebibbia – vengono presentati i risultati di una delle più interessanti iniziative politiche prese da un ministro della Giustizia negli ultimi anni: gli stati generali dell’esecuzione penale.

La condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per il sovraffollamento carcerario e lo stato drammatico delle carceri aveva costretto il governo italiano a un lavoro eccezionale per rimediare a una situazione inconcepibile per un paese democratico. Ma quella condanna ci aveva anche costretti a sollevare la pietra che avevamo messo per troppo tempo sulle quotidiane violazioni dei diritti umani nelle patrie galere. Alla dimensione strutturale di questa inadeguatezza si è affiancata nel tempo una dimensione quasi esclusivamente irrazionale, un’insicurezza sociale che vede nella punizione del colpevole con il carcere l’unica speranza di restaurazione della propria tranquillità, in questa forma di democrazia emotiva in cui ci stiamo trasformando. Si è capito che il problema non è solo legislativo, ma anche e soprattutto culturale: la pena ha una quota afflittiva a cui l’opinione pubblica non è disposta a rinunciare – e ciò è ragionevole, persino giusto – ma è anche l’unica parte di cui vuole sentire parlare.

continua…

come se la pena non dovesse bastare mai

Fate un esperimento: cercate su Google il nome di un condannato in un famoso caso di cronaca e “polemiche”. I risultati saranno quasi esclusivamente notizie sulla loro liberazione, sulla concessione di permessi premio o la possibilità di lavorare fuori dal carcere.
Scattone e Ferraro, Renato Vallanzasca, Elisabetta Ballarin e l’ultima in ordine di tempo: Doina Matei, la giovane rumena condannata a sedici anni per l’omicidio preterintenzionale di Vanessa Russo, e a cui è stata sospesa la semilibertà grazie alla campagna di indignazione che si è diffusa per la pubblicazione di alcune fotografie su un profilo Facebook creato con uno pseudonimo.
Non solo è uscita dal carcere dopo nove anni, ma addirittura – in alcune di queste – sorrideva.
La semilibertà è una misura alternativa alla detenzione che può essere concessa dopo che il condannato ha scontato almeno metà della pena. La semilibertà è uno spartiacque, è il momento in cui ti viene consentito di iniziare un percorso esterno per lavorare o per svolgere altre attività finalizzate al reinserimento sociale, perché la rieducazione in carcere ha funzionato. Nel caso di Doina perché si era comportata bene, perché si era pentita, perché aveva acquisito la piena consapevolezza della sua azione. La semilibertà è un passaggio importante, il momento in cui si mette in pratica il principio su cui è fondato tutto il nostro sistema penitenziario – e la nostra democrazia, visto che si tratta di un principio costituzionale – per cui la pena è retribuzione, ma anche reinserimento del reo nella società che lo ha giudicato, condannato e separato da sé in un carcere sovraffollato.
Ma la pena non è una vendetta dello Stato, né dovrebbe essere la vendetta delle vittime e dei loro familiari. Lo Stato esercita la propria autorità e si fa carico di giudicare, condannare ed eseguire la pena secondo le regole del nostro ordinamento, ma senza interferenze, tantomeno da parte dell’opinione pubblica. La pena e la sua esecuzione non spettano al popolo che, però, ha sempre cercato di influenzarli, per questo la sottrazione del reo all’opinione pubblica è un progresso a cui non sarebbe il caso di rinunciare.
Nove anni sono pochi per un omicidio, si legge. Doina Matei è stata condannata a sedici anni di carcere per un omicidio preterintenzionale e non per omicidio volontario, quasi il massimo per un reato che prevede una pena dai dieci ai diciotto anni.
L’indignazione, il desiderio di sostituirsi alla giustizia che non è giusta e che non fa il suo corso, che libera senza motivo i condannati, hanno riempito istantaneamente colonne e bacheche: i giudizi e le paure di chi non sa di cosa sta parlando, di chi pensa che la giustizia sia solo vendetta e la rimozione dei condannati dal consesso della brava gente indignata – questa entità morale dietro cui si nasconde il reazionario retrivo dalla faccia morbida – una cosa di sua competenza.
Se risulterà che Doina Matei ha violato prescrizioni che le impedivano di usare i social network – cosa di cui dubito – il provvedimento del tribunale di sorveglianza che le ha sospeso la semidetenzione sarà giustificato. Ma se anche così fosse, resta la sensazione vischiosa della bava alla bocca di chi ha immediatamente messo in piedi questi Hunger Games, in cui il giudizio dello Stato è sempre insufficiente rispetto alla nostra morale, ingigantita dall’ignoranza di non sapere nemmeno in base a quali leggi e a quali principi certe decisioni vengono prese. Senza conoscere l’effetto che la pena scontata ha avuto su quella persona, arrogandoci così il diritto disumano di giudicare anche il suo pentimento.
«Veniva a lavorare tutti i giorni, dal martedì al sabato, dalle 9,30 alle 18,30. Era molto riservato, gentile e felice di imparare il nuovo lavoro. Nulla da rimproverargli. Però non si poteva più andare avanti in mezzo alle polemiche. Molti sostenevano che con tutti i giovani disoccupati che ci sono non era giusto dare lavoro a lui. E i clienti non venivano più.»
Quando Renato Vallanzasca – condannato a quattro ergastoli – venne licenziato per la terza volta a causa delle polemiche sollevate dal fatto che potesse uscire dal carcere, il datore di lavoro che aveva scelto di assumerlo nell’ambito di un progetto di reinserimento sociale spiegò in questo modo la sua decisione.
Elisabetta Ballarin – condannata per gli omicidi delle Bestie di Satana – dovette resistere a un putiferio per uno stage che un giornale locale le aveva concesso.
La riabilitazione, invece di essere salutata con soddisfazione, viene rovesciata addosso ai condannati, come se la pena non dovesse bastare mai e come se chiunque avesse il diritto di giudicarne sufficienza e efficacia e questo anche perché il diritto, a differenza di altre scienze come l’ingegneria o l’astrofisica, ha una componente morale che illude le persone di potersene occupare in virtù di non si sa bene quale legittimazione superiore.
Personalmente, vorrei vivere in un paese in cui della mia sorte non decidono legioni di imbecilli, un’opinione pubblica incattivita o qualche editorialista dall’animo gentile, ma solo un giudice, soggetto alla legge.
Il Tribunale che deciderà sulla prosecuzione della semilibertà per la ragazza sarà il Tribunale di Sorveglianza. La speranza è che eserciti il suo compito secondo il significato migliore di quella parola, chiudendo fuori le grida scomposte di chi non ha alcun diritto di decidere della sorte e del corpo di chi è già stato giudicato, condannato e rinchiuso in un carcere.
C’è un passaggio molto bello nella Frantumaglia di Elena Ferrante che, parlando della parola sorveglianza, riassume in poche righe il senso della pena.
La parola sorveglianza è stata malamente segnata dai suoi usi polizieschi, ma non è una brutta parola. Ha dentro il contrario del corpo ottuso dal sonno, è metafora ostile all’opacità, alla morte. Esibisce invece la veglia, l’essere vigile, ma senza appellarsi allo sguardo, bensì al gusto di sentirsi in vita. I maschi hanno trasformato il sorvegliare in attività di sentinella, di secondino, di spia. La sorveglianza invece, se bene intesa, è piuttosto una disposizione affettiva di tutto il corpo, un suo distendersi e germogliare sopra e intorno.”

il buio oltre la siepe

atticus-finch

Come tutti ho un armadio della vergogna, un luogo fisico dove nascondere i libri che sono troppo imbarazzato per confessare di non avere letto.

L’estate, con i suoi giorni di sotterfugio, è la stagione in cui riesco a recuperare quelle letture senza dovermi consegnare all’inquisitore sociale a cui confessare i miei reati – per esempio che, fino a due anni fa, non avevo letto Moby Dick. Non intendo rivelare quali libri abbia sapientemente nascosto tra gli scaffali, ma l’estate scorsa fu l’estate di To Kill a Mockingbird.

Leggere Il buio oltre la siepe, a distanza di ottomila chilometri e un’ottantina d’anni dai fatti narrati, è meno straniante di quanto uno si possa aspettare: la distanza tra la contea di Maycomb, Alabama, 1932, e Quinto di Treviso, Casale San Nicola, Idomeni è annullata. Nello spazio e nel tempo.

Il distacco che si dovrebbe provare, nell’Europa del XXI secolo, davanti alla rappresentazione della quotidianità di una società segregazionista della prima metà del ‘900 scompare dopo poche righe, e la rappresentazione di una cittadina americana, attraverso il racconto di una bambina e la storia di suo padre, Atticus Finch, un solido avvocato di provincia, su cui si sono formate almeno due generazioni di penalisti americani, è un rimando immediato a città, paesi, quartieri in cui la contemporaneità sono barricate, fiaccolate, proteste. 

Nel libro di Harper Lee la violenza segregazionista è esclusa dallo sguardo di Scout, ma si disegna la normalità di un pregiudizio precipitato come polvere sui soprammobili, le abitudini sociali che sedimentano la restrizione dei diritti e la separazione su base razziale, e così addormentano l’odio che riesplode ogni volta che questa abitudine viene disturbata. I linciaggi, gli omicidi, i roghi, le violenze a sfondo razziale restano fuori dall’inquadratura, così come i gruppi politici che si muovono come mantici.

Il libro racconta di come il migliore sistema del mondo possa piegarsi e stritolare un essere umano sulla base di un pregiudizio.

Tom Robinson è innocente. Non lo sappiamo con la certezza del narratore che tutto sa, nessuno ce lo dice espressamente, ma lo capiamo. Tom Robinson è innocente perché così emerge, in modo inconfutabile, dalla ricostruzione processuale dei fatti. È il processo, attraverso quel meccanismo quasi perfetto che è l’esame incrociato, a rivelare in tutta la sua crudezza come l’accusa di stupro sia un’invenzione per coprire una comune storia di miseria. I fatti sottoposti al lettore sono gli stessi che vengono consegnati alla giuria, ma il lettore – e la scrittrice – assolvono; la giuria, anche se dopo qualche ora di senso di colpa, condanna.

È il pregiudizio che, come una tempesta di grandine, infrange un sistema creato per essere cieco e non vedere niente, nemmeno il colore della pelle, e in cui tutti, bianchi e neri, ripongono una fiducia piena. I bianchi perché non possono che credere in una giuria di pari e uomini liberi che decide delle loro vite; i neri attraverso lo strumento che quel sistema gli fornisce a garanzia di un processo equo: Atticus Finch, un anti-eroe lontano anni luce da figure potenti come Thurgood Marshall, primo giudice afro-americano della Corte Suprema, che si batteva nelle aule giudiziarie per i diritti civili. Atticus è un’espressione di quella provincia segregazionista, ne è parte integrante, e ne tollera l’abitudine, proviene dalla stessa società che esprime gli Ewell e il loro mondo di miseria e pattume.

E davanti a quel pregiudizio, su cui gli stessi Ewell confidano – che la parola bianca prevalga sempre e comunque sulla parola nera, che i neri siano antropologicamente ladri, assassini, stupratori – il sistema implode, e non bastano tutti i contrappesi e i diritti che la legge prevede per la salvezza di un innocente. Non basta nemmeno Atticus Finch.

Una società xenofoba non è necessariamente una società violenta: non sono necessari atti di violenza incontrollata, quando la separazione è ormai abitudinaria e quando il pregiudizio è socialmente accettabile.

Una scena assume un ruolo centrale, nel libro e in questo parallelo che sto cercando di tenere in equilibrio: la sera precedente il processo, Tom Robinson viene condotto nella prigione di Maycomb. Una piccola folla si riunisce fuori dell’ufficio dello sceriffo con l’intenzione di farsi giustizia, ma lì trova Atticus Finch ad attenderli sul portico. La sua figura si frappone fisicamente tra il corpo da giudicare e la violenza della vendetta, trasformandosi in ciò che il sistema concede a chi rischia la condanna a morte.

Leggendo la descrizione di questa scena, uomini riuniti, armati di un pregiudizio sociale ormai istituzionalizzato, mi sono chiesto in cosa questa rappresentazione di una minaccia di violenza sia diversa da un gruppo di cittadini che prende i mobili da una casa in cui vivono degli stranieri, e ne fa un rogo in mezzo alla strada.

Alla fine di agosto, a Collio, un paese in provincia di Brescia, un centinaio di cittadini aveva inscenato una protesta, riunendosi nella notte sotto l’albergo che ospitava una ventina di migranti, ed è servita la polizia – come è servito Atticus Finch – per evitare che i manifestanti venissero a contatto con i profughi alloggiati nelle camere. L’opinione pubblica si è divisa tra chi accettava le ragioni della protesta, e chi le contrastava. Nessuno aveva letto Il buio oltre la siepe, evidentemente. In cosa è diverso un gruppo di cittadini che si riunisce davanti all’ufficio dello sceriffo per farsi giustizia di Tom Robinson da chi ha come unico obiettivo impedire ad altri uomini di dormire in una casa, per il colore della pelle e per la provenienza? E cosa sarebbe accaduto se non ci fossero state le forze dell’ordine a esercitare una force de frappe?

La risposta c’entra con Atticus Finch, c’entra con le rane e con il discorso che Tony D’Amato fa alla squadra prima della partita decisiva in Any given Sunday.

C’è una leggenda metropolitana sul bollire le rane, e dice più o meno così: se metti una rana in una pentola di acqua fredda, e molto lentamente aumenti il calore, la rana starà seduta placida nell’acqua finché non bollirà a morte.

La frase è rubata da un pezzo di Laury Perry sul New Statesman, sui rischi di fascistizzazione e su quanto sta accadendo in Europa. L’acqua ci bolle intorno, come intorno a noi stanno i centimetri di campo che separano la vittoria dalla sconfitta e per cui dovremmo lottare fino all’ultima goccia di sudore, come ci direbbe Tony D’Amato. Il problema nasce quando non ci rendiamo conto che qualcuno, per quei centimetri, sta lottando e l’acqua sta diventando bollente. Stiamo lasciando crescere la siepe, per dimenticarci del buio.

Non ci vuole un antropologo per capire quello che accade intorno a noi, lo vediamo ogni giorno aprendo un giornale, la televisione, la pagina Facebook di qualche nostro vecchio compagno di liceo. I centimetri di civiltà che stiamo perdendo si accumulano, e stiamo facendo uno di quei giri lunghissimi che ci sta portando a un’Europa unita di tante piccole Maycomb.

Sognavamo l’Europa dei popoli, guardavamo con superiorità alle derive populiste e xenofobe ungheresi, ma la crisi delle migrazioni, la minaccia del terrorismo ci stanno facendo diventare l’Alabama.

Se dovessimo ambientare Il buio oltre la siepe nell’Italia di oggi, probabilmente, cercheremmo i Tom Ewell dalle parti di Salvini, di Forza Nuova, ma il resto della popolazione della Contea di Maycomb, una popolazione mitridatizzata dall’abitudine razziale, la troveremmo uscendo per strada, tra tutti quelli secondo i quali non abbiamo soldi, spazio, tempo da dedicare a persone che, sì, scappano dalla guerra, vengono a occupare la nostra esistenza, forse sono terroristi.

I migranti a Calais, i migranti rinchiusi fuori dall’Europe a a Idomeni – “winter is coming” – i bambini ritrovati sulla spiaggia di Bodrum. Il sole che esplode polverizzando la nostra ipocrisia efficientista e razionalizzatrice con cui affrontiamo la questione. La politica europea che improvvisamente, sulle scogliere di Dover, viene colpita da un’agnizione, e capisce che deve cambiare. Ma tutto dura lo spazio di un’estate, poi ritornano la paura, le siepi e il buio in cui corriamo a piedi nudi, fuggendo da un nemico che dorme nel fango.