Stato di ridicolo

bananasLa sicurezza è una pretesa legittima da parte di ogni cittadino, e lo Stato deve assicurare incolumità e libertà, in quel reciproco scambio di favori che contraddistingue le democrazie moderne. Ma qualunque cosa accada, qualunque evento arrivi a squadernare la realtà, la caratteristica dei fondamenti della democrazia è la loro irretrattabilità. Perché quando inizi a cedere alla tentazione di meno libertà di espressione, meno libertà di movimento; quando ammetti restrizioni alla libertà personale con controlli meno stringenti, significa che hai già iniziato a scavare la fossa in cui seppellirla, la tua democrazia.

In questi giorni si avverte una tensione palpabile tra l’ansia di sicurezza e la pretesa di continuare a vivere secondo il canone occidentale – libertà assoluta di espressione e movimento, alto standard di diritti – con cui dovremo convivere nei prossimi mesi e che sta già cambiando il nostro modo di pensare. Chi vorrebbe metal detector dappertutto, chi vorrebbe chiudere le frontiere, chi si compiace per arresti o espulsioni sulla base di un legame sospetto. Sono i primi segnali di una mutazione genetica, ma non vanno sottovalutati, perché saranno l’acqua in cui nuoteranno i pesci – per citare Mao – e sulla cui superficie affiorano già i primi slittamenti del nostro concetto di Stato di diritto.

Questa mattina a Roma ci sarebbe stata un’operazione antiterrorismo nel centro di accoglienza per migranti Baobab. Uso il condizionale perché “operazione antiterrorismo” dovrebbe significare operazione coordinata tra forze dell’ordine e intelligence, finalizzata al controllo di elementi sospetti, recupero di armi ed esplosivi. E invece, dicono le cronache, sessanta agenti in tenuta antisommossa si sono presentati alle sei e mezza del mattino, davanti a questo centro – e qui potete leggere per capire di cosa sto parlando – bloccando la strada con due camionette. Come in Belgio. Se non fosse che questo spiegamento di asimmetrica potenza non è stato messo in campo per un’operazione guidata dall’intelligence, sulla base di informazioni circoscritte e precise all’interno di una strategia di contrasto alle infiltrazioni terroristiche, come dovrebbe augurarsi ogni cittadino che pretende sicurezza. Questa operazione – grottesca – si è rivelata una normale operazione di identificazione dei migranti presenti all’interno del centro. Lo spiegamento di forze ha prodotto ventitré accompagnamenti in Questura.

Se era un’operazione antiterrorismo in vista del Giubileo possiamo dire che è stata un fiasco clamoroso: niente sospetti, niente armi, niente esplosivi; se era un’operazione di identificazione, che avrebbero potuto fare dieci agenti della Questura, dico che dovrebbero rivolgersi alla Corte dei Conti, per l’uso delle risorse pubbliche. Se questa è la strategia per assicurare la nostra sicurezza, forse dovremmo trasferirci tutti in Belgio.

In un pezzo di Carlo Bonini, su Repubblica di domenica, si ricostruivano i movimenti di alcuni dei terroristi di Parigi nei mesi precedenti la strage. La cosa che mi ha colpito è che alcuni personaggi legati alla rete terroristica, e che si sono mossi in Europa tra luglio e agosto, sono stati fermati in hotel a cinque stelle. Ho pensato immediatamente a Salvini, e a quella corrente di pensiero a cui piace identificare migranti e terrorismo, e che è davvero convinta che in un’operazione costosa, complessa, militare si possa affidare solo a un barcone che attraversa il Mediterraneo la sorte dei suoi esecutori. Potrebbe essere una strumentalizzazione fine a se stessa, se non fosse che poi una mattina ti svegli e scopri che a Roma stanno facendo un’operazione antiterrorismo in un centro migranti. Avranno avuto una soffiata, mi sono detto, delle informazioni sulla presenza di qualche sospetto. Ma niente di tutto questo. E ora immagino operazioni antiterrorismo nelle mense della Caritas, nelle stazioni, sotto i ponti del Tevere. Ecco, io sono terrorizzato dall’idea che questa possa essere una strategia di difesa, in un mondo in cui i terroristi si muovono in un contesto di Stati militari, organizzazioni moderne e sofisticate e lautamente finanziate, mentre noi li cerchiamo tra i disperati della Terra (che, spesso, scappano proprio dagli stessi terroristi a cui diamo la caccia).

Il sospetto è che ci sia altro: un nuovo concetto di sicurezza alla prova del pubblico. E il pubblico non protesta, applaude e considera normale che questo accada perché “qualcosa si deve pur fare”.

Muoviamoci, facciamo vedere che stiamo facendo qualcosa, e chiamiamolo “sicurezza”, “antiterrorismo”, il nome dietro cui rischiamo di venire seppelliti, noi e il nostro canone occidentale, negli anni a venire.

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