La tecnica di caccia del drago di Komodo

Il drago di Komodo ha una tecnica di caccia eccezionale: morde la sua preda – cervi, cinghiali, bufali, una volta anche un barone svizzero – e aspetta che le tossine presenti nella sua saliva facciano effetto. Il problema è che, nelle prede molto grandi, il veleno può metterci anche due, tre settimane prima di essere letale. Il drago di Komodo lo sa, e si mette semplicemente ad aspettare per tutto il tempo che serve. Quando la preda, finalmente, inizia a indebolirsi, chiama a raccolta altri draghi di Komodo per sferrare l’attacco mortale e condividerne le carni. Insomma, per dire che nel mondo ci sono anche cose più bizzarre di questo sindaco di Roma.

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home is the mouth of a shark

Warsan Shire è una poetessa nata in Kenya nel 1988 da genitori somali; oggi vive a Londra. “Home” è una sua poesia, ed è lei a leggerla in questo video.

No one leaves home unless
home is the mouth of a shark
you only run for the border
when you see the whole city running as well

your neighbors running faster than you
breath bloody in their throats
the boy you went to school with
who kissed you dizzy behind the old tin factory
is holding a gun bigger than his body
you only leave home
when home won’t let you stay.

no one leaves home unless home chases you
fire under feet
hot blood in your belly
it’s not something you ever thought of doing
until the blade burnt threats into
your neck
and even then you carried the anthem under
your breath
only tearing up your passport in an airport toilets
sobbing as each mouthful of paper
made it clear that you wouldn’t be going back.

you have to understand,
that no one puts their children in a boat
unless the water is safer than the land
no one burns their palms
under trains
beneath carriages
no one spends days and nights in the stomach of a truck
feeding on newspaper unless the miles travelled
means something more than journey.
no one crawls under fences
no one wants to be beaten
pitied

no one chooses refugee camps
or strip searches where your
body is left aching
or prison,
because prison is safer
than a city of fire
and one prison guard
in the night
is better than a truckload
of men who look like your father
no one could take it
no one could stomach it
no one skin would be tough enough

the
go home blacks
refugees
dirty immigrants
asylum seekers
sucking our country dry
niggers with their hands out
they smell strange
savage
messed up their country and now they want
to mess ours up
how do the words
the dirty looks
roll off your backs
maybe because the blow is softer
than a limb torn off

or the words are more tender
than fourteen men between
your legs
or the insults are easier
to swallow
than rubble
than bone
than your child body
in pieces.
I want to go home,
but home is the mouth of a shark
home is the barrel of the gun
and no one would leave home
unless home chased you to the shore
unless home told you
to quicken your legs
leave your clothes behind
crawl through the desert
wade through the oceans
drown
save
be hungry
beg
forget pride
your survival is more important

no one leaves home until home is a sweaty voice in your ear
saying-
leave,
run away from me now
I dont know what i’ve become
but i know that anywhere
is safer than here.

[Warsan Shire, Home]

se tu fossi il corrotto

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Non lo sei, alla fine del processo verrai assolto. Ma è evidente che un sistema che prevede due soluzioni (condanna e assoluzione) è un sistema che considera la sua fallibilità come una tara genetica, un rischio inevitabile a cui si deve rimediare in qualche modo. È una richiesta di scuse preventiva: sai, la prevenzione, la repressione sono cose complicate, non siamo dei neurochirurghi e quindi, quando ci muoviamo, lo facciamo con una certa dose di irruenza; può capitare che ci sbagliamo, che tu non sia un corrotto, ma devi stare tranquillo: il sistema ha tutte le garanzie necessarie perché tu possa far valere la tua innocenza. E se ci riuscirai verrai assolto, e potrai tornare alla tua vita, come se niente fosse. Come dici? Sì, beh, quasi.
Ma per ora sei su tutti i giornali, con il nome e il cognome, da qualche parte probabilmente con l’indirizzo di casa, e la tua faccia ben visibile perché – diciamocelo – quelle pecette sono il vestito ipocrita del senso di colpa. Sei sul giornale, con il tuo nome e il tuo cognome, sotto un titolo in Times New Roman dozzinale che usa un aggettivo inequivocabile: corrotto. Nessuno spazio al dubbio. Sei un corrotto, hai preso del denaro per venire meno al tuo dovere verso l’amministrazione che ti paga lo stipendio con le nostre tasse. Il fatto che questo possa essere accertato solo dopo un processo e una condanna è una contraddizione logica che non ti deve interessare. Devi capire che “corrotto” significa anche “colui che è guasto, spiritualmente, moralmente”, e in questo momento stiamo separando il grano dalla zizzania, direbbe mio nonno. Per chi ha stampato quel cartellone, per chi ha attaccato una a una le fotografie, per chi ha scritto il tuo nome e il tuo cognome, tu sei già un corrotto. Perché hanno fatto delle indagini, le indagini sono una cosa seria, sono accurate e attente, tecnologicamente all’avanguardia, e poi ci sono le intercettazioni, e dalle indagini risulta inequivocabilmente che sei un corrotto.
Come? No, guarda, l’obiezione che se le indagini fossero sempre infallibili non esisterebbero i processi e le assoluzioni qui non la vogliamo sentire. E poi la tua parola quanto vale? Che diritto hai di dialogare alla pari con noi? Siamo sinceri, sei in una posizione imbarazzante, sei un corrotto, e come tutti i corrotti adesso ti lamenti perché sei finito sui giornali prima della sentenza. Forse avresti dovuto stare più attento. Più attento a te, al lavoro che facevi, ai colleghi che lavoravano con te. Per noi la tua storia finisce qui, sotto quel cartellone, con il tuo nome e il tuo cognome, e un aggettivo che ti sputtanerà per sempre. Ti ricordi quella pubblicità progresso sull’Aids, quella in cui per segnalare il rischio del contagio il malato veniva rappresentato con un contorno rosa? Ecco, quel cartellone è il tuo contorno rosa.
Sì, certo, avremmo potuto mantenere un minimo di riservatezza sui nomi, usare le iniziali, evitare le fotografie, ma poi cosa sarebbe rimasto? La gente legge solo i titoli, ormai.
Gogna? Ma per chi ci hai presi? Siamo un paese civile, uno Stato democratico, non siamo la Francia – quelli hanno usato la ghigliottina fino al ’77, lo sai? Siamo nel ventunesimo secolo e certe cose noi non le facciamo più. La gogna, ma senti questo. E poi cosa? La tortura, magari?

titoli impazziti

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Ci dev’essere qualcosa che mi sfugge, qualcosa che non comprendo nella lettura e nel racconto della cronaca, qualcosa che impedisce al Corriere.it (e pure al Messaggero) non tanto di usare un linguaggio pietoso nei confronti di bambine che vengono usate come bombe umane, ma di raccontare la cronaca dei fatti. Qualcosa mi sfugge perché, altrimenti, non si spiega per quale ragione Repubblica.it, nei titoli su un nuovo attentato di Boko Haram in Nigeria, parli di “attentati con bambine imbottite di esplosivo”; La Stampa di “kamikaze”, scritto tra virgolette, sottolineando poi l’orrore di tutto questo, mentre il Corriere, imperterrito, scrive “5 bimbe-kamikaze si fanno esplodere”.
Non è questione di linguaggio impietoso e crudo, si stanno semplicemente stravolgendo i fatti.
La risposta è no, non è questione di sintesi, e sì, esistono decine di modi per raccontare quello che è successo dando un’informazione corretta – le bambine sono state evidentemente costrette – e, soprattutto, senza trasformare le vittime di un attentato nei carnefici.

[edit: persino Salvini lo ha capito]