uno di meno

Giovanni Scattone ha rinunciato al posto di insegnante che aveva vinto con un regolare concorso.

Condannato per omicidio colposo, ha scontato la pena che gli era stata inflitta e, per lo Stato italiano e la sua costituzione – la Costituzione più bella del mondo, quella per cui si scende in piazza, per cui si fanno girotondi, manifestazioni e programmi televisivi – era da considerarsi rieducato, secondo l’articolo 27. Rieducato e idoneo a fare l’insegnante.

Qualcuno, però, ha detto che la legge deve essere uguale per tutti, e che Giovanni Scattone – così moralmente indegno – non può avere diritto a un posto che viene negato a tanti altri suoi colleghi, che non hanno commesso reati.

Lasciamo stare un attimo il paese che stiamo diventando, in cui l’unica pena moralmente accettabile è la vendetta, e l’unica alternativa alla rieducazione è l’ostracismo, lo stigma, e soffermiamoci invece su questa frase.

La legge è uguale per tutti, sì, o almeno così dovrebbe essere, perché per qualcuno è sempre più uguale. E le leve che si possono muovere per superare la democratica rigidità della legge, e trarne un vantaggio personale che non sarebbe dovuto, sono sempre le stesse: il potere e il ricatto morale.

Giovanni Scattone ha scontato cinque anni per un omicidio colposo – non doloso, non sto qui a spiegarvi la distinzione tra dolo e colpa, che è abbastanza intuitiva – e se la legge è uguale per tutti, per l’insegnante che otterrà quel posto la legge lo sarà stata un po’ di più. Perché secondo la legge quel posto spettava a Giovanni Scattone.

Una risposta a “uno di meno

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