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L’esattezza delle parole è importante, e diventa necessaria quando, a quelle parole, non corrisponde solo un significato, ma anche uno status giuridico da cui discendono diritti e il loro corredo di garanzie. E così parlare di “clandestini che sbarcano sulle nostre coste” non è solo sciatteria o la ricerca di una posizione di vantaggio attraverso un campo semantico, ma è la prova di un pregiudizio. Nel mondo molto concreto delle idee e della teoria giuridica, ogni singolo individuo morto nel Mediterraneo avrebbe potuto rivendicare il suo status di rifugiato o il suo diritto a una richiesta di asilo politico e finché un’autorità italiana non ne avesse sancito il respingimento o l’ingresso illegittimo, nessuno lo avrebbe potuto chiamare “clandestino”. La complessità è nemica della strumentalizzazione, e così diventa comodo sovrapporre e confondere concetti che hanno significati profondamente diversi.
La condizione di migrante accomuna i vostri figli che vanno a studiare a Londra – di voi che auspicate l’affondamento dei barconi o una fantascientifica operazione militare per bloccare le navi nei porti di Stati sovrani – o a schiumare cappuccini in qualche pub e uomini e donne su quei barconi, di cui non sapremo mai con precisione nomi, nazionalità, provenienza e destinazione. L’unica differenza è il mezzo con cui si muovono e, mentre i vostri figli  migrano per cercare un lavoro o per incontrare una società più aperta, i morti del Mediterraneo migrano per fuggire da guerre, distruzioni, persecuzioni, guidati da un istinto di sopravvivenza che non riconosciamo più come un patrimonio comune delle nostre esistenze.
Non fa sorridere che l’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, secondo cui “Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese” garantisce allo stesso modo il diritto di migrare di chi annega nel Mediterraneo e il diritto di espatriare dei figli di chi festeggia quelle morti, o chiede una stretta sui flussi migratori. I primi sono potenziali terroristi e vanno fermati, i secondi sono cervelli in fuga e vanno rimpianti.
Gli Stati sovrani – Italia compresa – hanno il diritto di stabilire le condizioni di ingresso e di soggiorno nel proprio territorio, ma hanno anche un obbligo: quello di rispettare, proteggere e soddisfare i diritti umani di tutti gli individui sotto la loro giurisdizione, senza distinzione di nazionalità, origine, e indipendentemente dal loro status migratorio.
Esiste un diritto di fuggire, ma non quello di essere accolti. Posso bussare alla tua porta e tu non sei tenuto ad aprirmi, ma devi assicurarti che mentre busso alla tua porta non mi accada nulla, e che io possa tornare da dove sono venuto, o andare a bussare da un’altra parte, sano e salvo.
Ma c’è una parola che viene brandita come uno sfollagente per far disperdere ogni briciolo di umanità e la rivendicazione del rispetto dei diritti, e quella parola è “buonismo”. Basta con questo buonismo, che se li prendano in casa se davvero vogliono piangere quelle morti, dicono (come se tutti i singoli morti del Mediterraneo fossero destinati a piantare la tenda negli ordinati rettangoli d’erba con vialetto delle villette a schiera di qualche quartiere residenziale della provincia lombarda, tra il vaso di gardenie e un roseto sgualcito).
Siamo stati una civiltà che ha prosperato grazie alle migrazioni, e non c’è da stupirsi se oggi l’ombra malata di quella stessa civiltà rifiuta ogni forma di movimento che non sia quello del proprio baricentro.
Ma non c’è tolleranza eccessiva, non c’è semplificazione e nemmeno ostentazione di buoni sentimenti, solo la pretesa del rispetto di diritti riconosciuti da dichiarazioni universali, trattati, convenzioni internazionali. E se anche fosse solo quello, non ci sarebbe niente di cui vergognarsi di fronte alla brutalità di chi non sa più nemmeno distinguere la propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua salata.