minimimondiali/7 – La Colombia (anche senza Valderrama)

Il fratello del bisnonno un giorno prese e partì, non proprio con una valigia di cartone, e si stabilì in Colombia. Fondò un’azienda che con il tempo è diventata piuttosto famosa e una famiglia che ha messo radici. La famiglia si è allargata, i figli si sono sposati con donne colombiane – un cugino addirittura con una indio – e ora sono alla terza generazione di italiani trapiantati in Colombia, miei coetanei, che sarebbe ingiusto non chiamare colombiani. I due rami della famiglia sono rimasti in contatto nonostante l’oceano, chi è venuto in Italia a studiare, chi è venuto a viverci, chi è passato solo in vacanza. Nessuno di noi è andato a studiare in Colombia, ma era usanza in famiglia che, a un certo punto, si andasse a “fare visita” ai cugini.
A me capitò nell’anno tra la prima e la seconda media. Avevo dodici anni. Come tutti i miei predecessori andai da solo, trasportato come bagaglio in cabina dalle hostess dell’Air France – la circostanza mi attribuì uno status sull’aereo pari solo a quello dell’ambasciatore inglese che viaggiava con noi – che mi accudirono per tutto il viaggio, accomodandomi in uno stanzino del Charles De Gaulle durante lo scalo a Parigi e facendomi pranzare con loro. La cosa che ricordo di quel viaggio è di essere rimasto a bordo durante uno scalo tecnico a Fort de France, in Martinica, mentre pulivano la cabina, passavano gli aspirapolvere, malinconico a guardare dal finestrino gli altri passeggeri allontanarsi dall’aereo. Volevo scendere, volevo toccare l’estero con le suole delle scarpe. Così mi affacciai alla scaletta, e venni investito da un treno, dall’aria calda e dal Sud America.
Mi fermai un mese, circondato dall’affetto di cugini e parenti che non mi avevano mai visto, che mi trasformarono nel loro portafortuna un po’ nostalgico. Non posso, in così poco spazio, raccontare tutto quello che ho visto, tutto quello che ho fatto in quei trenta giorni. Racconto solo di essermi sentito a casa, in Colombia. Al punto da avere passato un intero pomeriggio a vagare – da solo, a dodici anni, pensa se lo sapesse mia madre, i miei genitori erano completamente pazzi, per fortuna che non mi hanno rapito – per il centro storico di Cartagena, senza avere ancora letto García Márquez, e avendo come unica conseguenza una fastidiosa indigestione di certi bicchieri pieni di ostriche che ti vendevano a una miseria sul lungomare. Da allora la Colombia è una seconda casa, anche se non ci sono mai tornato.

Ecco perché in questo mondiale non possiamo non tifare Colombia (anche senza Higuita e Valderrama).

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minimimondiali/4 – Ghana e Nigeria

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La rivalità sportiva tra la nazionale ghanese e la nazionale nigeriana affonda le sue radici nella stagione dell’indipendenza africana dalla colonizzazione inglese e in un trofeo oscuro, la Jalco Cup, che prese il nome da un rivenditore locale di automobili, Joe Allen & Co.

La coppa nasce quando Ghana e Nigeria non hanno ancora aderito alla Fifa, e mancano le occasioni per provare sul campo la propria superiorità sportiva. Le uniche due nazionali partecipanti sono quella nigeriana e quella della Gold Coast (nel 1957 diventerà lo stato indipendente del Ghana), che si scontrano in una partita secca, alternandosi di anno in anno nell’ospitare l’incontro.

La prima Jalco Cup si gioca a Lagos nel 1951 e la Nigeria, che allora indossava divise completamente rosse, si impone sui favoriti ghanesi con un umiliante cinque a zero.

La finale più combattuta si gioca il 25 ottobre del 1958: dopo un primo tempo terminato con il Ghana in vantaggio per due a uno, i diavoli rossi (così erano soprannominati i giocatori nigeriani) ribaltano il risultato nel finale, vincendo tre a due, con una doppietta del grande Buraimoh. Ad Accra, invece, ricordano ancora il vivido e devastante sette a zero con cui il Ghana, nel 1955, detronizza i nigeriani.

La finale più drammatica nella storia della coppa Jalco è però quella del 1957, in cui accade l’incredibile. Non era previsto che qualcuno dovesse prevalere per forza: non erano previsti tempi supplementari né i calci di rigore. La partita finisce tre a tre (anche se le fonti sono discordanti, alcuni annotano un due a due finale) e la vittoria viene condivisa tra le due nazionali.

L’ultima Jalco Cup è giocata nel 1959 e la vince il Ghana, che si porta definitivamente a casa il trofeo, nonostante il maggior numero di coppe conquistate dalla Nigeria (quattro, una in più dei ghanesi).

Le due nazionali hanno poi trovato altre occasioni in cui coltivare questa insaziabile rivalità sportiva e continentale, come la Nkrumah Cup, che prese il nome da Kwake Nkrumah, leader dell’indipendenza ghanese del 1957. Nel frattempo, i diavoli nigeriani abbandonano il rosso delle magliette e lo sostituiscono con i colori della lotta di indipendenza dal dominio britannico, da cui la Nigeria inizia ad affrancarsi nel 1960. Nascono le aquile verdi.

La Nigeria e il Ghana esordiscono oggi ai mondiali in Brasile. Siamo certi che, nonostante le intromissioni di altre nazionali in questa speciale relazione esclusiva, si terranno d’occhio, come i duellanti di Ridley Scott, e i risultati di oggi finiranno certamente in qualche complicata statistica che possa attestare definitivamente il predominio sportivo di una delle due nazionali sul golfo di Guinea.

[Consigli di lettura: African Soccerscapes: How a Continent Changed the World’s Game di Peter Alegi]

 

minimimondiali/3 – Il Portogallo

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Alla mezzanotte in punto del 25 aprile 1974, nella programmazione di “Limite”, popolarissimo programma musicale notturno di una radio cattolica di Lisbona, viene trasmessa “Grândola, Villa Morena”, malinconica ballata di Josè Zeca Alfonso. Una canzone popolare composta in ricordo della Sociedade Musicale Fraternidade Operària di Grândola – piccola città a sud del Portogallo – una delle prime associazioni operaie duramente represse dal regime di Salazar.

È il segnale d’inizio della Rivoluzione dei Garofani.

Un gruppo di militari progressisti occupa la capitale con un’azione militare incruenta e senza spargimenti di sangue. Il colpo di stato più pacifico che la storia ricordi.

Quel giorno una venditrice ambulante cominciò a donare garofani rossi ai militari che si riversavano nelle strade della capitale. I garofani divennero il simbolo della rivoluzione e le fotografie dei fiori nelle canne dei fucili fecero il giro del mondo, un invito per tutti gli oppressori a deporre le armi e liberare i popoli oppressi.

L’estate del 1974 fu la prima estate di libertà per il Portogallo, dopo quasi mezzo secolo di dittatura.

Sono passati quarant’anni da quella rivoluzione, che a suo modo fu anche una poesia, e oggi non possiamo che tifare Portogallo, magari cantando malinconici,

Em cada esquina um amigo, em cada rosto igualdade, Grândola, villa morena, Terra de fraternidade…

 

minimimondiali/2

L’assedio di Sarajevo è stato il più lungo assedio nella storia bellica moderna, iniziato il 5 aprile del 1992 e finito il 29 febbraio del 1996.  I giocatori della nazionale della Bosnia Erzegovina sono gli ultimi bambini cresciuti in guerra sul territorio europeo.
Ecco perché stasera si dovrebbe tifare per loro (anche se sarà difficile).