28 maggio

Sono passati quarant’anni, la strage è senza colpevoli e non conosciamo la verità.”

E’ una frase ricorrente che oggi, in occasione del quarantennale della strage di Piazza della Loggia, sentirete pronunciare un po’ dappertutto. Una litania stanca che ha attraversato questi decenni di ricerca di verità e giustizia prima con disperazione, poi con rabbia, oggi con rassegnazione.

Una constatazione inoppugnabile – nessuno è ancora stato condannato – ma che non rappresenta tutta la verità. Non è vero che non sappiamo niente sulla Strage. Sappiamo molte cose, molte più di quelle che ci siamo convinti di ignorare.

Se è vero che oggi non esistono condanne per gli ideatori e gli esecutori materiali, è altrettanto vero che in quarant’anni di indagini e processi è stata raccolta una mole impressionante di documenti, testimonianze, reperti, che rappresentano un patrimonio di conoscenza condivisa.

Si è diffusa nel nostro tempo la percezione del processo penale come strumento di superamento del passato, le sentenze sembrano essere diventate un passaggio necessario perché la storia diventi tale e il processo, con la sua carica pubblica e emotiva, è diventato un vettore di memoria, che riconsegna all’opinione pubblica una storia solida, concreta, apparentemente infrangibile.

Ma storia e processo hanno funzioni completamente diverse, che possono percorrere direttrici parallele, a volte incrociarsi, ma non devono mai sovrapporsi e confondersi.

Lo storico, lo abbiamo imparato, non deve pronunciare sentenze, mentre il giudice decide sulla responsabilità del singolo, e lo deve fare sulla base di prove e di regole processuali.

Il processo non può ricostruire la storia, ma in casi come quello della Strage è inevitabile che si trovi costretto a farlo, perché la ricostruzione del fatto (in questo caso tutto ciò che è avvenuto prima, durante e dopo il 28 maggio 1974) diventa strumentale all’accertamento delle responsabilità individuali.

Così non si può negare il ruolo fondamentale che i processi svolgono nella costruzione della storia e, quindi, della memoria, attraverso i documenti, le testimonianze, le sentenze, che si accumulano e si sedimentano, come rocce di diverse ere geologiche. Ma esiste il rischio costante che questa sedimentazione generi confusione, che le risultanze processuali si confondano, che ciò che è stato smentito diventi verità, e ciò che ormai è storicamente accertato venga messo in discussione.

Il ruolo dei processi nella costruzione della memoria è dunque un’arma a doppio taglio, e affidare esclusivamente a uno strumento inadatto la declinazione pubblica della storia è un errore. Ma ciò non significa che i processi, anche quando si concludono con un’assoluzione, non possano contribuire a squarciare finalmente il velo di opacità attraverso cui, ancora oggi, osserviamo le vicende di Piazza della Loggia.

I processi e le sentenze sulla Strage ci raccontano molto di quanto è accaduto, individuano addirittura il gruppo terroristico responsabile, l’appartenenza dell’esplosivo utilizzato e i nomi di alcuni dei partecipanti al nucleo organizzativo. Non è vero che non conosciamo la verità.

Il conformismo aggredisce la memoria come una ruggine, mutandone colori, forme, consistenza. Il ricordo non sbiadisce, ma viene eroso e la memoria rischia di perdere il suo significato e la sua forza critica.

La memoria della strage di Piazza della Loggia non è mai stata così viva e partecipata grazie al contributo costante dell’associazione dei familiari dei caduti, la Casa della memoria, delle istituzioni, delle scuole, di testimoni, storici, intellettuali, di persone che erano in piazza la mattina della manifestazione. Perché Brescia è una città pervasa dal 28 maggio, e in ogni famiglia esiste un ricordo della bomba, una sensazione, uno stridore di denti legato all’esplosione.

Il passaggio del testimone della memoria non è ancora un problema attuale, ma è fondamentale imparare a conoscere il lavoro che in questi anni è stato svolto da investigatori, giudici, avvocati, non solo nella prospettiva di una sentenza di condanna ma per affermare con forza ciò che oggi è riconosciuto come verità storica, politica, giudiziaria, e che non può più essere messo in discussione, a prescindere dall’esito dei gradi di giudizio che ancora devono essere celebrati.

Ignorare gli approdi processuali e storici raggiunti in questi anni, e magari gridare “non conosciamo la verità” può essere liberatorio, ma è una piccola macchia di ruggine che con il tempo potrebbe irrimediabilmente aggredire la memoria della Strage.

E’ come se l’Angelo della Storia descritto da Benjamin – ispirato da un bellissimo quadro di Paul Klee – si trovasse in Piazza della Loggia, esattamente davanti alla colonna di pietra bianca sbriciolata dall’esplosione.

“L’angelo che sembra prendere le distanze da ciò su cui fissa lo sguardo, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, le ali distese (…) L’angelo che, là dove a noi sembra di vedere una catena di avvenimenti, vede una singola catastrofe, che incessantemente ammucchia macerie su macerie che getta ai suoi piedi. L’angelo vorrebbe restare, svegliare i morti, ricomporre quel quadro infranto, ma viene investito da una tempesta che si impiglia nelle sue ali. Una tempesta così forte che l’angelo non riesce più a chiuderle, e così la tempesta lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo di rovine davanti a lui sale al cielo.”

Rinnovare la memoria significa strapparla al conformismo che rischia di soggiogarla, per darle nuova forza e per non essere travolti da quella tempesta. Per non essere costretti, un giorno, a volgere lo sguardo altrove, abbandonando quella colonna e la sua ferita alle nostre spalle, scivolando nell’oblio di una storia imperfetta che non sappiamo più ricordare.