partita doppia

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Non mi stupisco del fatto che in un paese europeo possa chiudere una televisione pubblica come si chiuderebbe un negozio di alimentari. E non mi stupisco neppure del fatto che alle porte dell’Europa, in un paese come la Turchia, siano stati sospesi i diritti fondamentali dei cittadini, sia di quelli che protestano, sia di quelli che cercano di appoggiarli o di difenderli.
La Grecia non fa altro che mettere in pratica le istruzioni ricevute, smonta il proprio paese pezzo per pezzo, con la stessa meccanicità ottusa con cui si monta un mobile Ikea. In Turchia, invece, siamo al punto in cui si arrestano gli avvocati, colpevoli di avere difeso (o appoggiato) i manifestanti e i loro diritti.
Esistono le rivoluzioni organizzate, magari finanziate da paesi che le sostengono, ma esistono anche le sollevazioni popolari: la rabbia e la frustrazione trovano una valvola di sfogo nell’uscire di casa, nello scendere in piazza, nel camminare per le strade e ritrovarsi accanto altre decine di migliaia di persone, frustrate e incazzate come te. Non ci sono gruppi organizzati, almeno non all’inizio, ma in pochi giorni la protesta spontanea, il disordine rumoroso, danno vita ad un organismo più complesso, organizzato e consapevole, e così si arriva a un punto in cui si deve scegliere se è arrivato il momento di tornare a chiudersi in casa – e lasciare le cose come stanno – oppure continuare nella protesta, qualsiasi cosa accada.
In Turchia siamo arrivati a quel punto di svolta, la tolleranza zero, da cui si può solo scivolare lungo un piano inclinato che conduce a una repressione violenta e definitiva.
Sono quei momenti cruciali in cui la politica e la diplomazia di un continente come l’Europa dovrebbero entrare a gamba tesa, senza alcuno scrupolo politico, per non assecondare quell’idea populista di un’unione di burocrati ottusi che considera le libertà civili come una voce eventuale nascosta tra le pieghe di un bilancio, si chiamino libertà di espressione o diritto di manifestare liberamente il proprio dissenso.

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