e adesso twittateci tutti

L’era dei social network è connotata da una certa ebbrezza della libertà di parola, dall’illusione di un rapporto diretto con chiunque possieda un account e dalla certezza di non lasciare tracce del proprio passaggio.
L’azione combinata di queste tre convinzioni infondate è quella che ti porta a twittare a uno scrittore quanto poco ti sia piaciuto il suo ultimo libro, generando un’aspettativa di risposta che presupporrebbe un rapporto paritario che, nella realtà, non esiste. Un’aspettativa frustrante che conosce solo due possibili progressioni: la mitomania o Misery non deve morire.
Il punto di partenza di ogni discussione seria sull’uso che oggi viene fatto di internet non può dunque che essere uno: nessuno si è mai sognato di limitare l’uso del telefono a causa di quelli che ci ansimavano dentro.
 Ci sono certamente decine di libri, e centinaia di articoli, in grado di spiegarci la rivoluzione radicale introdotta dai social network nella comunicazione con i politici. Se ai tempi del pentapartito sentivi il bisogno di insultare un politico, dovevi assumertene la responsabilità e farlo di persona, oppure ripiegare sul lancio di oggetti contro un televisore.
Oggi lo puoi insultare con un reply.
Tutti i tuoi follower sapranno che l’hai insultato, o che gli hai fatto una domanda. E se non ti risponde (lui personalmente, o il suo stagista precario e sottopagato) gli potrai twittare tutto il tuo sdegno. La cosa più vicina a un “Hey, stai parlando con me?” che la nuova era ci abbia saputo regalare. La rivoluzione dei social network ci è servita per sostituire lo specchio con Twitter e le monetine con i retweet.
 Questa ebbrezza di libertà di espressione, unita a un certo spirito rivoluzionario che si manifesta nella sua ruggente sfrontatezza solo quando si è convinti di agire in forma anonima, genera mostri, mostri che nel nostro ordinamento giuridico si chiamano reati.
Ma la quantità di persone che non se ne rende conto è inquietante ed è disarmante la disinvoltura con cui si confonde una discussione su Twitter – uno spazio aperto al pubblico – con una qualsiasi discussione tra amici in un bar.
Il social network azzera le distanze, inducendo una confidenza tale da convincere individui meno equilibrati che un insulto via web sia un legittimo esercizio della libertà di espressione, e non un esercizio della libertà di violare il codice penale.
E così si confondono la libertà di violare la legge con la libertà di espressione, e l’abuso della libertà di espressione con il mezzo attraverso cui l’abuso viene perpetrato.

 E questo discorso non vale solo per gli insulti, ma anche per tutti gli altri reati che si commettono usando internet, come le minacce, lo stalking, le molestie.
Il presidente della Camera si è giustamente risentito a causa di minacce e insulti ricevuti via Facebook e attraverso internet, auspicando interventi per regolamentare la materia.
Già, ma quale?

 Molti dei messaggi e delle minacce ricevute provengono da autori che hanno indicato il proprio nome e cognome sulla pagina Facebook, altri potranno essere facilmente identificati attraverso banali attività di indagine e di tracciamento degli indirizzi IP.
Le impostazioni privacy di Facebook non sono Finnegan’s Wake, e ho l’impressione che la gente ci metta del proprio per fare così fatica a considerare la propria bacheca come uno spazio pubblico, libero e aperto a tutti, e a cui chiunque può accedere più o meno direttamente.
 Si passano le giornate a condividere status per denunciare la violazione di una privacy che non esiste, se non nel mondo fatato in cui, se scrivo uno status allusivo e insultante nei confronti di un collega ai miei duemilacinquecento amici, penso di avere inviato un messaggio sigillato con la ceralacca a un monaco trappista.
E lo stesso vale per l’uso di Twitter.
Il punto è che gli strumenti per intervenire in casi come quelli denunciati dalla Boldrini esistono già, e il codice penale è abbastanza flessibile da considerare la possibilità che certi reati vengano commessi in forme diverse. E una minaccia via Facebook vale quanto una minaccia su un pezzo di carta.
La “cultura della violenza e della sopraffazione” che viene denunciata non è provocata da internet e dai social network, così come i maniaci sessuali non lo sono diventati a causa del telefono. Sono semplicemente mezzi che trasmettono la realtà in modi diversi. La amplificano, portandocela dritta sotto il naso in quantità tale da farci venire il dubbio di avere fortemente sottostimato il numero di idioti pericolosi che popolano il pianeta. 
Ma non ha senso aprire una discussione per introdurre nuove forme di controllo o di regolamentazione, nuove fattispecie di reato, lasciando intendere che non ci siano rimedi a queste aggressioni. I rimedi ci sono, e non è certo con un’agenzia per il controllo di internet che si potrà impedire a una cultura sessista, violenta, e di sopraffazione di manifestarsi.
La sottocultura dell’impunità, mascherata da libertà di espressione, scomparirà quando le persone avranno acquisito la consapevolezza della completa pubblicità di quello che fanno, e che recuperare un indirizzo Ip è facile almeno quanto trovare un numero di telefono.
Non scompariranno gli idioti a mezzo stampa, via cavo, via internet, che non possono ancora essere aboliti per legge. Ma potranno essere identificati.

p.s.

E comunque dubito che Nanni Moretti, anche se l’avesse avuto, avrebbe twittato a D’Alema di dire qualcosa di sinistra.

 

Una risposta a “e adesso twittateci tutti

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