suicidi di massa

Prima di questa elezione presidenziale associavo i fenomeni di isteria collettiva principalmente al calcio, alla musica e alle sette religiose. Da qualche giorno invece ho dovuto aggiungere a queste categorie dell’intrattenimento umano anche la politica.
L’elezione del Presidente della Repubblica, e il disastro politico cui il Partito Democratico sta andando incontro, vengono affrontati sui vari social network – e di riflesso sui giornali – con la lucidità di un hooligan inglese ubriaco della fine degli anni ottanta.
Il panico si diffonde istantaneamente, rimbalzando di tweet in tweet, e bastano pochi minuti per ritrovarsi davanti a un muro di grida terrorizzate. Le reazioni sono sempre scomposte, ed è un aggiustamento continuo, minuto dopo minuto, del proprio stato d’animo. I giornalisti si lanciano in analisi politiche da 140 caratteri che dopo dieci minuti sono costretti a cambiare, in un susseguirsi di ipotesi che alla fine coprono tutte le combinazioni consentite dalla teoria dei giochi, oppure dissimulano il loro non capire più niente di quello che sta succedendo rifugiandosi nel confortevole
duplex del sarcasmo. Tanto alla fine qualcuno che si fa male ci sarà comunque.

La fine della democrazia, la fine della Repubblica e, ovviamente, la fine del Partito Democratico. Non che una di queste ipotesi non sia fondata ma, come sempre, nelle cose della vita le doti che si richiedono in circostanze drammatiche sono essenzialmente due: la capacità di analisi e un minimo di autocontrollo. Evidentemente la prima non può esistere in assenza del secondo.
E invece si ha l’impressione che tutta questa trasparenza, tutte queste informazioni in tempo reale siano insostenibili e provochino una reazione scomposta e incontrollabile, un desiderio insopprimibile di mettere al corrente tutto il proprio universo di amici/follower che il mondo sta finendo e l’ombra dello scorpione incombe. Le nostre home page di Facebook sono invase da plotoni di punti esclamativi, morte e disperazione.

Con questo non voglio dire che la situazione non sia effettivamente inedita e grave – un’intera era politica si sta dissolvendo – ma mi chiedo come reagiremmo oggi davanti agli eventi drammatici che portarono all’elezione di Scalfaro.
 Forse era un altro mondo, sicuramente era un’altra epoca, ma si sono eletti presidenti della Repubblica dopo ventitré scrutini e hanno tranquillamente retto sia il sistema democratico che quello nervoso di chi apprendeva dell’esito della votazione solo grazie al telegiornale delle otto di sera. E poi continuava a vivere la propria vita abbastanza serenamente, in attesa che gli Einaudi, i Saragat, i Leone gli Scalfaro prendessero possesso delle scrivanie in noce del Quirinale. Adesso sembra che di quelle vite non sia rimasta traccia, schiacciate dal peso insostenibile delle notizie in tempo reale, dai commenti in tempo reale, del panico e della fine del mondo. 
L’immediatezza delle informazioni ci ammazza, e forse non abbiamo il fisico e gli strumenti per reggere il peso della politica della verità, ma non abbiamo ancora trovato il nostro Nathan R. Jessup che venga a gridarcelo in faccia.

Intanto, nel paradiso del pentapartito, vecchi uomini in grisaglia osservano la scena dietro le lenti spesse di un paio di occhiali e pensano: “Ma guarda ‘sti pezzenti”.

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