fascisti su brescia

Bigio_Piazza_Vittoria_Brescia

Se vi chiedessi qual è l’argomento su cui ci si sta scontrando a Brescia in questi giorni non credo che indovinereste facilmente. Non che la cosa sia rilevante per i nostri destini prossimi, ma è sicuramente interessante per capire quali sono le scorie di cui ci dovremo liberare nei prossimi vent’anni.
Pcb? L’inquinamento? L’emergenza sociale per la casa? Gli sfratti? Un nuovo piano regolatore? Il ruolo del Comune e le società partecipate?  
No, niente di tutto questo. A quasi un mese dalle elezioni comunali a Brescia si parla di una statua.
La statua in questione si chiama “Bigio”, o meglio, Bigio è il soprannome rassicurante con cui è passata alla storia, insieme ad altri nomi come Camillo o Lello (dalla forma dialettale lèlo, sciocco, in senso ovviamente dispregiativo). Il Bigio è una statua in marmo di Carrara realizzata da Arturo Dazzi, e originariamente posizionata in piazza Vittoria nel 1932. La piazza, un emblema di architettura e organizzazione urbanistica di epoca razional-fascista, realizzata attraverso la demolizione di un intero quartiere popolare (il quartiere delle Pescherie), venne inaugurata ufficialmente alla presenza di Benito Mussolini che, proprio in quell’occasione, elogiò la statua come una perfetta raffigurazione dell’era fascista. E così “Era Fascista” divenne il suo nome.
La piazza, per intenderci, è adiacente a piazza della Loggia dove, nel 1974, scoppiò una bomba durante una manifestazione del comitato permanente antifascista che uccise otto persone e ne ferì un centinaio.
Negli anni del fascismo il Bigio non era particolarmente amato dal popolo, proprio in quanto simbolo del regime, ma divenne popolare anche per il suo “gigantesco schwanzstück”, tanto che nel 1932, sul bollettino della diocesi, comparve una raccomandazione solenne: «Raccomando, con tutta la forza dell’animo mio gravemente addolorato, ai miei buoni Parroci e Sacerdoti, che non si facciano vedere a gironzolare curiosi per la cosiddetta Piazza della Vittoria. […] Prego poi i Reverendi Parroci e Sacerdoti di persuadere i genitori a non condurre i loro figli e le loro figlie dove la loro innocenza e pudicizia possono avere nocumento.»
La statua venne rimossa nel 1945 con una delibera della giunta comunale in quanto “simbolo della tramontata era fascista”, e fu portata in un magazzino in periferia dove giacque indisturbata per oltre sessant’anni, senza che nessuno ne sentisse la mancanza.
Ma poiché siamo un paese particolarmente eclettico, il nuovo corso politico di centrodestra in città sembra avere scelto di ergere a simbolo della propria modernità e del proprio anticonformismo cultuale la ricollocazione della statua nella sua posizione originale, scatenando così un dibattito surreale, di cui oggi si parla anche sul Guardian.
Con il paese sul baratro, la crisi sociale e politica, le scuole che non hanno la carta per fare le fotocopie, il governo della città vive come una questione di principio poter rimettere quella statua al suo posto.
Il valore artistico della statua è ovviamente irrilevante nella discussione, perché quello che conta è ciò che quella statua rappresenta.
Nel 1991 a Budapest è stato creato un parco aperto al pubblico, dove sono state raccolte tutte le statue e tutti i simboli del regime comunista, chiamato  Memento Park. L’architetto che lo ha progettato usò queste parole per spiegare il suo lavoro: “This park is about dictatorship. And at the same time, because it can be talked about, described, built, this park is about democracy. After all, only democracy is able to give the opportunity to let us think freely about dictatoriship”. Le statue di Lenin, Stalin, i fregi della dittatura, rimossi subito dopo la fine dell’impero sovietico, sono stati trasformati in un monumento alla riconquistata democrazia ungherese
Ecco perché sarebbe un’operazione assolutamente legittima se quella statua venisse messa in un museo, in un parco, se gli fosse trovata la giusta contestualizzazione che ne mutasse il significato, e rendesse evidente la sua natura celebrativa di un regime dittatoriale. Ma non sembra essere così.
L’operazione di riposizionamento, giustificata dalla volontà di una ricostruzione filologica della piazza, è solo una delle tante espressioni di quella nostalgia in cui si fondono il culto conservatore delle proprie radici e la normalizzazione del regime fascista, che solo in Italia siamo riusciti a portare così avanti, al punto in cui l’aspetto omicida, totalitario e antisemita di un regime è diventato un’eccezione criticabile alla regola sostanziale di un governo dittatoriale ma efficiente. I camerati che sbagliano.
C’è poi da dire che l’operazione Era Fascista costa un sacco di soldi (anche se non si capisce quanti di preciso, si leggono cifre diverse che vanno dai 150 ai 450 mila euro), che avrebbero sicuramente potuto trovare una destinazione migliore.
L’assessore alla cultura di Brescia ha parlato di “conformismo ideologico” di chi si oppone al ricollocamento della statua. Diciamo che la scelta di rimettere in una piazza fascista una statua che porta il nome di Era Fascista, scolpita per celebrare il regime fascista, in un paese in cui la ricostituzione del partito fascista e delle sue idee è stata vietata dalla costituzione, non è delle più felici. E forse il conformismo sta proprio nella testa di chi ha fatto di una statua fascista una questione culturale e di principio, senza capire che il problema non è che la statua ritorni fisicamente nella sua collocazione originaria, ma come ci ritornerà.
Non è accettabile che quella statua ritorni al suo posto così com’era, come se non fosse mai stata rimossa, senza un pezzo di carta, una lapide, una didascalia che raccontino la storia di quel blocco di marmo, le ragioni per cui fu scolpito, e le ragioni per cui fu rimosso. Non è accettabile che nel ventunesimo secolo ci sia ancora gente che non riesce a levarsi di dosso le incrostazioni della sconfitta, e non si arrende all’evidenza storica per cui il fascismo non è stato altro che una dittatura, oppressiva, violenta e omicida, governata da un regime mediocre e stupido. Il fascismo era una cosa brutta e cattiva. Punto. E questa non è una presa di posizione ideologica, è solo l’unica posizione razionale possibile e filologicamente corretta.
Le ragioni di questa difficoltà sono nel fatto che, nonostante tutte le manifestazioni di principio, noi il fascismo ce lo siamo comunque tenuto in casa, lo abbiamo nutrito, gli abbiamo dato il tempo di normalizzarsi, di fondare partiti, e di apparire come quello che, in fondo, faceva anche cose giuste, e i treni, e la riforma previdenziale, e le paludi pontine.
Ecco perché io sarei favorevole al ricollocamento di quella statua in quella piazza, ma a una condizione: che lo si faccia seguendo i consigli di una lettera pubblicata qualche tempo fa da un quotidiano locale.
Volete rimettere l’Era Fascista in quella piazza? Fatelo pure.
Ma mettetecela sdraiata, perché resti solo la rappresentazione plastica della sua fine e del suo abbattimento. 

7 risposte a “fascisti su brescia

  1. Filologicamente sarebbe forse più corretto metterla a testa in giù.

  2. oppure limitarsi al “gigantesco schwanzstück”

  3. Pingback: alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 07.04.13 | alcuni aneddoti dal mio futuro

  4. “il fascismo è una cosa brutta””è stata una dittatura”….ditemi che state scherzando vi prego…altrimenti ragazzi voi avete dei seri problemi con la storia,o avete preso seriamente i libri di testo delle scuole medie…!che brutto vivere nell’ignoranza…

  5. Quando non si vuol far pensare si distrae con delle fesserie
    norarizzi

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