decalogo di comportamento provvisorio per elettori/ex del pd

  1. Non uscite di casa.

  2. Se proprio dovete farlo, camminate rasente ai muri, evitando le ore di punta e i primi assolati giorni primaverili. In ogni caso portate sottobraccio un paio di numeri di Svegliatevi! e una cartelletta nera.

  3. Non riunitevi se non in casi strettamente necessari. Evitate comunque di frequentare luoghi affollati, raduni di massa, celebrazioni e anniversari, luoghi in cui possa nascere con naturalezza una discussione politica.

  4. Cercate di evitare i naturali luoghi di aggregazione di giovani e meno giovani (bar, circoli Arci/Acli, parchi, piazze, lavori stradali).

  5. In caso di contatto con gruppi di persone conosciute, o con quel vecchio amico ora militante del Movimento 5 stelle, mostratevi tristi e incupiti. Esordite parlando della primavera che tarda ad arrivare, della pessima situazione in cui si trovano le strade a causa delle basse temperature invernali e di quel vostro cugino condannato e imprigionato in Thailandia per pochi grammi di sostanza stupefacente.

  6. Se l’interlocutore/gli interlocutori insistono nel volere da voi un parere sulla situazione politica attuale, invitatelo alla veglia della vostra nonna appena defunta (c.d. Metodo Pomata)

  7. Nel caso nascessero discussioni a sfondo politico con altri avventori di locali pubblici simulate disinteresse assoluto per la politica, rimarcando la vostra passione per uno sport nobile che, purtroppo, va scomparendo come l’ippica. Aneddoti divertenti su Ascot e i cappelli.

  8. Nel caso vi sia impossibile astenervi dal commentare siate generici: cercate di simulare moderata soddisfazione per il risultato elettorale, come un elettore medio di un altro partito, oppure esprimete tutto il vostro disappunto verso l’attuale sistema politico (nota: nel manifestare disappunto sembra essere molto efficace roteare i pugni chiusi, e concludere la vostra perorazione con l’espressione “sveglia!”). In ogni caso alle primarie avete votato Matteo Renzi.

  9. Aprite sempre la porta ai venditori di Lotta Comunista, compratene almeno una decina di copie e portatele sempre con voi. Vi scambieranno per un venditore di Lotta Comunista. E vi eviteranno.

  10. Nel caso tutte le nove regole precedenti non dovessero funzionare, fingetevi morti.

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esercizi di 25 aprile

Alle elezioni politiche del 6 aprile 1924 il “Listone Mussolini”, una grande coalizione di forze politiche chiamate a raccolta da Benito Mussolini, “al di fuori, al di sopra, e contro i partiti”, prese 4.305.936 voti (pari al 60,09%) e 355 seggi in Parlamento.
Pochi giorni dopo, a risultati acquisiti, i giornali titolarono così:

Immagine

suicidi di massa

Prima di questa elezione presidenziale associavo i fenomeni di isteria collettiva principalmente al calcio, alla musica e alle sette religiose. Da qualche giorno invece ho dovuto aggiungere a queste categorie dell’intrattenimento umano anche la politica.
L’elezione del Presidente della Repubblica, e il disastro politico cui il Partito Democratico sta andando incontro, vengono affrontati sui vari social network – e di riflesso sui giornali – con la lucidità di un hooligan inglese ubriaco della fine degli anni ottanta.
Il panico si diffonde istantaneamente, rimbalzando di tweet in tweet, e bastano pochi minuti per ritrovarsi davanti a un muro di grida terrorizzate. Le reazioni sono sempre scomposte, ed è un aggiustamento continuo, minuto dopo minuto, del proprio stato d’animo. I giornalisti si lanciano in analisi politiche da 140 caratteri che dopo dieci minuti sono costretti a cambiare, in un susseguirsi di ipotesi che alla fine coprono tutte le combinazioni consentite dalla teoria dei giochi, oppure dissimulano il loro non capire più niente di quello che sta succedendo rifugiandosi nel confortevole
duplex del sarcasmo. Tanto alla fine qualcuno che si fa male ci sarà comunque.

La fine della democrazia, la fine della Repubblica e, ovviamente, la fine del Partito Democratico. Non che una di queste ipotesi non sia fondata ma, come sempre, nelle cose della vita le doti che si richiedono in circostanze drammatiche sono essenzialmente due: la capacità di analisi e un minimo di autocontrollo. Evidentemente la prima non può esistere in assenza del secondo.
E invece si ha l’impressione che tutta questa trasparenza, tutte queste informazioni in tempo reale siano insostenibili e provochino una reazione scomposta e incontrollabile, un desiderio insopprimibile di mettere al corrente tutto il proprio universo di amici/follower che il mondo sta finendo e l’ombra dello scorpione incombe. Le nostre home page di Facebook sono invase da plotoni di punti esclamativi, morte e disperazione.

Con questo non voglio dire che la situazione non sia effettivamente inedita e grave – un’intera era politica si sta dissolvendo – ma mi chiedo come reagiremmo oggi davanti agli eventi drammatici che portarono all’elezione di Scalfaro.
 Forse era un altro mondo, sicuramente era un’altra epoca, ma si sono eletti presidenti della Repubblica dopo ventitré scrutini e hanno tranquillamente retto sia il sistema democratico che quello nervoso di chi apprendeva dell’esito della votazione solo grazie al telegiornale delle otto di sera. E poi continuava a vivere la propria vita abbastanza serenamente, in attesa che gli Einaudi, i Saragat, i Leone gli Scalfaro prendessero possesso delle scrivanie in noce del Quirinale. Adesso sembra che di quelle vite non sia rimasta traccia, schiacciate dal peso insostenibile delle notizie in tempo reale, dai commenti in tempo reale, del panico e della fine del mondo. 
L’immediatezza delle informazioni ci ammazza, e forse non abbiamo il fisico e gli strumenti per reggere il peso della politica della verità, ma non abbiamo ancora trovato il nostro Nathan R. Jessup che venga a gridarcelo in faccia.

Intanto, nel paradiso del pentapartito, vecchi uomini in grisaglia osservano la scena dietro le lenti spesse di un paio di occhiali e pensano: “Ma guarda ‘sti pezzenti”.

maggie, what have we done?

“Tell me true tell me why was Jesus crucified.
Is it for this that daddy died?
Was it for you? Was it me?
Did I watch too much t.v.?
Is that a hint of accusation in your eyes?
If it wasn’t for the nips
being so good at building ships
the yards would still be open on the clyde
and it can’t be much fun for them
beneath the rising sun
with all their kids committing suicide.
What have we done, Maggie what have we done?
What have we done to England?
Should we shout, should we scream
“What happened to the post war dream?”

Oh Maggie, Maggie what have we done?

(Pink Floyd, The Post War Dream, 1983)

fascisti su brescia

Bigio_Piazza_Vittoria_Brescia

Se vi chiedessi qual è l’argomento su cui ci si sta scontrando a Brescia in questi giorni non credo che indovinereste facilmente. Non che la cosa sia rilevante per i nostri destini prossimi, ma è sicuramente interessante per capire quali sono le scorie di cui ci dovremo liberare nei prossimi vent’anni.
Pcb? L’inquinamento? L’emergenza sociale per la casa? Gli sfratti? Un nuovo piano regolatore? Il ruolo del Comune e le società partecipate?  
No, niente di tutto questo. A Brescia si parla di una statua.
La statua in questione si chiama “Bigio”, o meglio, Bigio è il soprannome rassicurante con cui è passata alla storia, insieme ad altri nomi come Camillo o Lello (dalla forma dialettale lèlo, sciocco, in senso ovviamente dispregiativo). Il Bigio è una statua in marmo di Carrara realizzata da Arturo Dazzi, e originariamente posizionata in piazza Vittoria nel 1932. La piazza, un emblema di architettura e organizzazione urbanistica di epoca razional-fascista, realizzata attraverso la demolizione di un intero quartiere popolare (il quartiere delle Pescherie), venne inaugurata ufficialmente alla presenza di Benito Mussolini che, proprio in quell’occasione, elogiò la statua come una perfetta raffigurazione dell’era fascista. E così “Era Fascista” divenne il suo nome.
La piazza, per intenderci, è adiacente a piazza della Loggia dove, nel 1974, scoppiò una bomba durante una manifestazione del comitato permanente antifascista che uccise otto persone e ne ferì un centinaio.
Negli anni del fascismo il Bigio non era particolarmente amato dal popolo, proprio in quanto simbolo del regime, ma divenne popolare anche per il suo “gigantesco schwanzstück”, tanto che nel 1932, sul bollettino della diocesi, comparve una raccomandazione solenne: «Raccomando, con tutta la forza dell’animo mio gravemente addolorato, ai miei buoni Parroci e Sacerdoti, che non si facciano vedere a gironzolare curiosi per la cosiddetta Piazza della Vittoria. […] Prego poi i Reverendi Parroci e Sacerdoti di persuadere i genitori a non condurre i loro figli e le loro figlie dove la loro innocenza e pudicizia possono avere nocumento.»
La statua venne rimossa nel 1945 con una delibera della giunta comunale in quanto “simbolo della tramontata era fascista”, e fu portata in un magazzino in periferia dove giacque indisturbata per oltre sessant’anni, senza che nessuno ne sentisse la mancanza.
Ma poiché siamo un paese eclettico, il nuovo corso politico di centrodestra in città sembra avere scelto di ergere a simbolo della propria modernità e del proprio anticonformismo cultuale la ricollocazione della statua nella sua posizione originale, scatenando così un dibattito surreale, di cui oggi si parla anche sul Guardian.
Con il paese sul baratro, la crisi sociale e politica, le scuole che non hanno la carta per fare le fotocopie, il governo della città vive come una questione di principio poter rimettere quella statua al suo posto.
Il valore artistico della statua è ovviamente irrilevante nella discussione, perché quello che conta è ciò che quella statua rappresenta.
Nel 1991 a Budapest è stato creato un parco aperto al pubblico, dove sono state raccolte tutte le statue e tutti i simboli del regime comunista, chiamato  Memento Park. L’architetto che lo ha progettato usò queste parole per spiegare il suo lavoro: “This park is about dictatorship. And at the same time, because it can be talked about, described, built, this park is about democracy. After all, only democracy is able to give the opportunity to let us think freely about dictatoriship”. Le statue di Lenin, Stalin, i fregi della dittatura, rimossi subito dopo la fine dell’impero sovietico, sono stati trasformati in un monumento alla riconquistata democrazia ungherese
Ecco perché sarebbe un’operazione assolutamente legittima se quella statua venisse messa in un museo, in un parco, se gli fosse trovata la giusta contestualizzazione che ne mutasse il significato, e rendesse evidente la sua natura celebrativa di un regime dittatoriale. Ma non sembra essere così.
L’operazione di riposizionamento, giustificata dalla volontà di una ricostruzione filologica della piazza, è solo una delle tante espressioni di quella nostalgia in cui si fondono il culto conservatore delle proprie radici e la normalizzazione del regime fascista, che solo in Italia siamo riusciti a portare così avanti, al punto in cui l’aspetto omicida, totalitario e antisemita di un regime è diventato un’eccezione criticabile alla regola sostanziale di un governo dittatoriale ma efficiente. I camerati che sbagliano.
C’è poi da dire che l’operazione Era Fascista costa un sacco di soldi (anche se non si capisce quanti di preciso, si leggono cifre diverse che vanno dai 150 ai 450 mila euro), che avrebbero sicuramente potuto trovare una destinazione migliore.
L’assessore alla cultura di Brescia ha parlato di “conformismo ideologico” di chi si oppone al ricollocamento della statua. Diciamo che la scelta di rimettere in una piazza fascista una statua che porta il nome di Era Fascista, scolpita per celebrare il regime fascista, in un paese in cui la ricostituzione del partito fascista e delle sue idee è stata vietata dalla costituzione, non è delle più felici. E forse il conformismo sta proprio nella testa di chi ha fatto di una statua fascista una questione culturale e di principio, senza capire che il problema non è che la statua ritorni fisicamente nella sua collocazione originaria, ma come ci ritornerà.
Non è accettabile che quella statua ritorni al suo posto così com’era, come se non fosse mai stata rimossa, senza un pezzo di carta, una lapide, una didascalia che raccontino la storia di quel blocco di marmo, le ragioni per cui fu scolpito, e le ragioni per cui fu rimosso. Non è accettabile che nel ventunesimo secolo ci sia ancora gente che non riesce a levarsi di dosso le incrostazioni della sconfitta, e non si arrende all’evidenza storica per cui il fascismo non è stato altro che una dittatura, oppressiva, violenta e omicida, governata da un regime mediocre e stupido. Il fascismo era una cosa brutta e cattiva. Punto. E questa non è una presa di posizione ideologica, è solo l’unica posizione razionale possibile e filologicamente corretta.
Le ragioni di questa difficoltà sono nel fatto che, nonostante tutte le manifestazioni di principio, noi il fascismo ce lo siamo comunque tenuto in casa, lo abbiamo nutrito, gli abbiamo dato il tempo di normalizzarsi, di fondare partiti, e di apparire come quello che, in fondo, faceva anche cose giuste, e i treni, e la riforma previdenziale, e le paludi pontine.
Ecco perché io sarei favorevole al ricollocamento di quella statua in quella piazza, ma a una condizione: che lo si faccia seguendo i consigli di una lettera pubblicata qualche tempo fa da un quotidiano locale.
Volete rimettere l’Era Fascista in quella piazza? Fatelo pure.
Ma mettetecela sdraiata, perché resti solo la rappresentazione plastica della sua fine e del suo abbattimento.