Pietro, 25 anni, serio e posato sul lavoro

Hanno ragione. Non sta scritto da nessuna parte che Pietro da Udine, che di mestiere fa il sommelier, debba essere per forza più incompetente di Domenico Scilipoti che di mestiere  fa il medico.
Siamo appena usciti da un disastro, con una legislatura che in certi momenti sembrava un film di Tod Browning, quindi non si può trasformare proprio adesso la competenza in un valore assoluto, necessario per fare bene il parlamentare.
Hanno ragione, quindi, i neoeletti del Movimento 5 stelle a rivendicare a loro verginità, e hanno ragione a dichiarare con orgoglio il mestiere che fanno, cosa hanno studiato, le esperienze locali, anche circoscritte, da cui provengono. La presentazione del candidato “uomo qualunque” mi sembra perfettamente in linea con le aspettative di chi li ha votati, che li ha scelti proprio per quella ragione. Io non voglio più Giovanardi in Parlamento, ma ci voglio il mio giardiniere, che almeno è onesto e si impegna. Il Movimento 5 stelle ha preso voti perché accadesse questo, perché una classe politica incapace di autoriformarsi e di governare venisse infettata da cittadini comuni che, armati della propria onestà e delle proprie attitudini, si infilassero in Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno. E adesso che ci sono arrivati non resta che osservare la pratica, dopo anni di teoria. Perché un conto è Parma, un conto le piccole amministrazioni comunali, un altro il Parlamento e la legislazione.
La presentazione degli onorevoli si è quindi consumata in un’atmosfera sospesa tra i provini di X Factor e un’assemblea studentesca (e anche questo per l’elettore stellato sarà stato un bene), scatenando una doverosa presa per i fondelli, che è poi il segno che si è finiti dall’altra parte del potere. Ma la parte più interessante della presentazione dei nuovi onorevoli del movimento non è stata la declinazione delle proprie generalità, ma quella in cui dovevano esprimere le proprie aspirazioni: mi chiamo Pietro, faccio il sommelier *e quindi* vorrei occuparmi di agricoltura. Mi chiamo Giulia, parlo tre lingue, *e quindi* vorrei occuparmi di commercio con l’estero. Una serie di esposizioni concise del proprio curriculum vitae, delle proprie attitudini e di “cosa vorrei fare da grande”. Ma quella che può sembrare la parte più ingenua e divertente di quella riunione è invece la chiave politica del programma elettorale del movimento.
Il punto di forza del Movimento 5 Stelle non è il programma, che hanno letto in pochi. Anzi, conosco persone che dopo averlo letto hanno deciso di non votare Grillo perché è un programma generico, superficiale e velleitario, come deve essere ogni programma elettorale che si rispetti. La forza del movimento cinque stelle è un’altra.
“Siamo nuovi, siamo onesti, siamo diversi”.
La rivendicazione di diversità del Movimento 5 stelle è il nuovo milione di posti di lavoro. Una promessa elettorale efficace, visto il risultato, in grado di intercettare i voti dei delusi e degli incazzati, che però va presa per quello che é: una promessa elettorale. L’affermazione della propria diversità rispetto al bordello informe che li ha preceduti, come rappresentato dall’ortodossia grillina, non è altro che una dichiarazione di intenti, un proposito per il futuro, uno slogan. Un’autocertificazione di onestà e competenza che deve essere messa alla prova, e che dovrà tradursi in qualcosa di concreto.
L’onestà è un valore assoluto, ma essere onesti non significa essere meno cialtroni o incompetenti, ecco perché non basta essere Pietro che faceva il sommelier. Una volta che hai chiesto di essere votato, ti sei guadagnato un terzo dei voti e sei entrato in Parlamento, devi dimostrare di poter mettere in pratica il tuo programma elettorale. Il fatto che chi ti ha preceduto non sia stato in grado di farlo non significa necessariamente che tu lo sia.
Giustamente, i neoeletti chiedono che li si lasci lavorare, e che possano mettere in pratica la loro biodiversità prima di essere giudicati, ed è giusto che sia così.
 Ma così come chiedono che al “metodo cinque stelle” venga lasciato il tempo per essere messo in atto, così devono rassegnarsi a essere al centro dell’attenzione proprio in forza della diversità che rivendicano per sé e che intendono imporre. Sono un partito che ha preso il 30% dei voti e che ha ambizioni di governo. Il minimo è che vengano rivoltati come dei calzini, tutti, come è stato per fatto per chi li ha preceduti. E il minimo è che si cerchi di capire se applicano davvero al loro interno il metodo che vorrebbero imporre alla democrazia italiana. Il vittimismo è fuori luogo se sei un parlamentare che vuole fare la rivoluzione democratica.
Ci sarebbe poi la questioncella di Casapound, del fascismo buono e delle parole in libertà. E’ passato poco più di un mese da quando abbiamo giustamente appeso al muro un Berlusconi imbolsito per una frase sul fascismo buono. Le stesse persone che lo crocifiggevano allora, che si indignavano per l’aggressione alle radici antifasciste della repubblica, adesso concedono serenamente l’alibi dell’inesperienza, della decontestualizzazione, del paradosso, della distanza tra forma e sostanza, raccontandoci di un distacco tra il fine ultimo del movimento e gli eletti, che altro non sarebbero che lo strumento attraverso cui si concretizza l’Idea.
La verità è che ci sono elettori delusi del centrosinistra che stanno concedendo a Grillo cose che, le avesse dette o fatte Berlusconi, li avrebbero già spinti a chiedere l’intervento dei caschi blu. Sono gli stessi che per vent’anni hanno gridato al golpe e alla mancanza di democrazia, ma che davanti a Grillo si convincono che un conto sono le parole, un conto sono i fatti. Un po’ come si è fatto per vent’anni con Bossi e la Lega Nord, salvo poi trovarci con la stessa mentalità dell’Alabama meridionale in fatto di immigrazione.
C’è poi un proliferare di relativisti e di gente si stupisce che qualcuno si stupisca del fatto che sia Grillo a comandare, visto che è grazie a lui che i nuovi onorevoli sono stati eletti. Ma le cose non possono funzionare così: un movimento che fa una campagna elettorale chiedendo voti per imporre un metodo nuovo e rivoluzionario nella partecipazione democratica deve necessariamente applicarlo anche al suo interno, altrimenti non è poi così diverso da quelli che c’erano prima. Le alternative possibili, quindi, si riducono a essere due: possono dimostrare che quel metodo virtuoso di democrazia partecipata esiste davvero, consente di fare scelte autonome e può essere imposto a tutti; oppure possono provare il contrario, che quello che conta e che detta la linea sono solo i “calci in culo”. Come un milione di posti di lavoro qualsiasi.

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