tu no

Non è una questione di persone migliori che muoiono prima di persone peggiori che invece restano ad ammorbarci. Enzo Jannacci aveva 77 anni, un’età in cui la morte è un’opzione da prendere in considerazione. La malinconia che mi ha preso in un pomeriggio di questo interminabile inverno nasce altrove. Il mio paesaggio lentamente si sta svuotando, e ai piedi degli alberi sotto cui mi sedevo per ritrovare le forze, e che stanno morendo uno dopo l’altro, crescono solo gli stronzi.

streaming di coscienza

Immaginate di entrare nella biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, una delle biblioteche più grandi del mondo. Quattro edifici, 32 milioni di libri catalogati, più di 61 milioni di manoscritti, la più grande collezione di libri rari del Nord America, oltre 1 milione di pubblicazioni governative e poi film, documentari, documenti originali.

Immaginate di avere un accesso libero e incondizionato, giorno e notte, per un tempo illimitato, a qualsiasi materiale archiviato in quelle stanze. Il guardiano notturno vi lascia le chiavi, vi raccomanda di spegnere sempre le luci e vi dà il suo numero di telefono.

«Mi chiami a questo numero quando ha finito», vi dice.

Immaginate adesso che quel patrimonio sterminato sia completamente privo di una qualsiasi catalogazione. Niente classificazioni bibliografiche, niente archivi, niente nomi degli autori, dimenticatevi Dewey. Milioni di volumi e documenti ordinatamente riposti in meravigliosi scaffali cesellati in legno di noce. Lo scibile umano si staglia intorno a voi con tutta la sua opprimente grandezza, ma senza un minimo filo logico. Vi guardate intorno e vi accorgete di essere appena precipitati nel paradosso di avere a completa disposizione tutta la conoscenza del mondo senza sapere da dove cominciare. Dovrete affidarvi al caso, vagando per i corridoi di marmo, cercando di trovare una logica nella disposizione dei libri, ma la biblioteca è troppo grande, ci sono troppe stanze perché possiate davvero cogliere la logica di quella sistemazione. Potrete cominciare a pescare libri casualmente dagli scaffali, riconoscendone l’autore o il titolo. Potrete andare avanti così per ore, giorni, mesi. Ma non potrete mai fare quello che in una biblioteca si dovrebbe fare: una ricerca. Perché vi mancano gli strumenti per orientarvi. Avete accesso libero e completo a una conoscenza sterminata, ma non siete in grado di sfruttarla. Perché senza un ordine, senza un metodo di classificazione che ti consenta di accedere a quel materiale, è come se quei libri fossero chiusi dentro a un sommergibile a due chilometri di profondità.

La trasparenza democratica via streaming è la stessa cosa.

Potrete avere un accesso illimitato e incondizionato a discussioni politiche a cui prima non avevate accesso, e potrete vedere come discutono leader politici chiamati ad affrontare temi centrali per il paese, ma vi sarete persi tutto quello che è successo prima, che è quello che conta davvero. Non avrete alcun accesso alla preparazione degli incontri, a quello che gli interlocutori si sono detti con i propri consiglieri prima di arrivare davanti alla webcam o quello che possono avere pensato cinque minuti prima di sedersi davanti a voi. Non è solo una questione politica. Le decisioni sono procedimenti complessi e una diretta streaming di un incontro politico vi consente di avere accesso alla fase due del processo decisionale, quella della scelta, mentre non vi dirà nulla sulla fase uno, in cui si prendono in considerazione le varie opzioni e si valutano i pro e i contro di ciascuna di esse. Sono fasi delicate, in cui si deve avere il diritto del dubbio, dell’indecisione e dell’errore. Basta leggersi le memorie di un qualsiasi statista politico del novecento per ritrovarvi il resoconto dettagliato di riunioni che hanno preceduto una decisione storica. Ci sono persone riunite in una stanza che contrappongo opinioni diverse, litigano, si tirano telefoni in testa, trovano compromessi rispetto alle proprie ortodossie. Si valutano i pro e i contro di ogni opzione e alla fine si sceglie. Il problema è che le idee migliori possono venire dentro a un cesso, e le discussioni più proficue mentre si beve un caffè durante una pausa. E le decisioni migliori possono reggersi su motivazioni abiette. Se non si trasmette integralmente lo streaming di questa parte del processo decisionale, la possibilità di mettersi davanti a un pc per guardare leader politici che si confrontano sulla base di scelte di linee già decise non è altro che un’illusione ottica.

Un po’ come restare chiusi per due settimane nella Congress Library leggendo solo Guerra e Pace e Via col Vento.

panni bianchi

La contesa in corso tra Pietro Grasso e Giancarlo Caselli, con il primo nella scomoda posizione dell’accusato per una legge approvata da altri, che avrebbe impedito al secondo di diventare procuratore nazionale antimafia, è diventata una battaglia per rivendicare la propria purezza. Non ci sono panni sporchi da lavare in pubblico, in questo caso, ma solo la rivendicazione del proprio bianco che è più bianco dell’altro: uno scontro tra magistrati impegnati nell’antimafia per affermare chi abbia lavorato meglio a Palermo, chi abbia fatto i processi migliori e chi quelli peggiori. Insomma, la questione Grasso – Caselli non mi pare altro che una lite tra due personalità che non si sopportano, due magistrati onesti e professionalmente notevoli, che hanno portato a Palermo due metodi di lavoro completamente diversi, e che si sono inevitabilmente scontrati sull’episodio che ha segnato le rispettive carriere: la nomina a procuratore nazionale antimafia.
Il fatto che l’agenda politica in questo paese debba essere impegnata dalle rivendicazioni di due magistrati che trasferiscono sull’altro responsabilità politiche che non gli appartengono, facendo emergere uno scontro professionale e umano nato anche a causa di scelte – diverse, ma tutte legittime – maturate magari nel corso di indagini delicatissime e coperte dal segreto istruttorio, è la prova definitiva che i magistrati dovrebbero avvicinarsi alla politica con grandissima cautela, e dovrebbero poterlo fare solo dopo un ragionevole tempo di decantazione al di fuori della funzione giurisdizionale.
Perché un magistrato in politica, o che si senta in dovere di esservi coinvolto, rischia di trovarsi nella condizione in cui si trovano adesso Grasso e Caselli: due giudici rispettabilissimi che finiscono per litigare a mezzo stampa, lanciandosi frecciate e allusioni, e trasformando in questioni politiche fatti e circostanze che sono stati oggetto di discussione e di scontro netto in un luogo – sacro e protetto – come una Procura della Repubblica.
Ecco, in questo momento in cui non possiamo più permetterci niente, non possiamo certamente permetterci una battaglia di principio di due galantuomini per affermare la propria purezza, a colpi di allusioni e sottintesi.