eravamo due scenari al bar

Se dovessimo prendere per buoni i sondaggi che girano in queste settimane, e dovessimo giocare a ipotizzare gli scenari politici post-elettorali, potremmo ragionevolmente ridurre la questione all’entità della vittoria del PD: maggioranza solida in entrambi i rami del Parlamento o vittoria azzoppata dai premi di maggioranza al Senato? 

[nota: il lettore democratico non è scaramantico, quindi non è autorizzato a toccare ferro/corni e altre proiezioni irrazionali della propria insicurezza]

Esiste la possibilità – molto concreta, visti anche i margini di errore – che tutti quei sondaggi siano semplicemente la rappresentazione di una tendenza, e che quel passaggio fastidioso e volgare, chiamato “elezioni”, li smentisca, spazzando in poche ore questi mesi di machiavelliche discussioni sul nulla, restituendo un risultato elettorale assolutamente indiscutibile. Come sempre in questi casi, il margine di errore sarà giustificato con il colore sbagliato della giacca, con una frase buttata lì a dieci minuti dal silenzio elettorale, o con l’aver scelto per inno una canzone della Nannini.

Ma se volessimo fare della teoria fondata sui sondaggi, teoria che trova nel bancone del bar un luogo ideale per il suo sviluppo, dovremmo dire che con questi numeri sono prevedibili due scenari.

Nel primo, la coalizione di centrosinistra, vincente, avrà numeri e forza per imporre il proprio progetto politico, economico, sociale e di riforme istituzionali, accettando magari di coinvolgere una parte delle forze moderate che entreranno nel nuovo Parlamento (e dovrebbero quotare sui siti di scommesse la durata dell’aggregato elettorale montiano a partire dal 25 febbraio). Si potrebbe quindi concretizzare quell’idea di legislatura costituente, in cui un centrosinistra vincente – e politicamente forte – sceglie di allargare la partecipazione al proprio progetto, sul presupposto che non si riforma profondamente un paese senza una disponibilità al dialogo.

Il secondo scenario è invece quello del pareggio al Senato, di un centrosinistra che vince alla Camera, con il Pd che è primo partito nel paese, ma a causa della legge elettorale si trova costretto a un accordo per coinvolgere i moderati per dare un governo stabile al paese, e non costringerlo a votare di nuovo. Le conseguenze di questo scenario sul potere contrattuale delle forze che appoggiano Monti sono evidenti.

La questione del voto utile/inutile, quindi, forse non esiste o è  mal posta.

Ma esiste il cortocircuito logico di chi non voterà la coalizione PD-SEL perché troppo spostata al centro, perché vuole accordarsi con Monti, e per i pericolosi avvicinamenti a Casini, e così facendo – non votando, o votando altro – toglierà alla coalizione la forza di poter essere autosufficiente e di dettare le condizioni agli altri.

Siamo quasi nel campo delle profezie che si autoavverano, in cui predizione ed evento sono in un rapporto circolare, secondo il quale la predizione genera l’evento e l’evento verifica la predizione. 

Il voto non è mai inutile, ma dire chiaramente che ogni voto ha delle conseguenze politiche, e quali sono queste conseguenze, non mi sembra un segno di debolezza. Mi sembra un’ovvietà che ogni individuo di maggiore età dovrebbe avere imparato a conoscere.

 

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