piccola favoletta allegorica democratica

Mio figlio ha un compagno di scuola di nome Pietro.

Pietro è un bambino piccoletto, simpatico ma un po’ saccente, con gli occhiali sempre inforcati sulla punta del naso, una vocina stridula e una erre moscia arrotata. Sono compagni di banco, passano molti pomeriggi insieme a fare compiti e a giocare. Si può dire che siano amici, se non fosse per un problema di tipo competitivo che si è venuto a creare negli ultimi tempi.

Una di queste forme competitive, che sembrano ossessionare il piccolo Pietro, è la gara a chi arriva primo a scuola. Il bambino abita esattamente di fronte all’ingresso della scuola, quindi è praticamente matematico che riesca sempre a vincere.

Così, ogni mattina, lo si trova davanti ai cancelli, con le mani strette alle cinghie dello zaino, le guance rosse per il freddo, che si guarda intorno cercando di capire se anche questa volta ce l’ha fatta. E quando finalmente vede mio figlio sbucare dalla portiera della macchina, o scendere dalla bicicletta, tira un sospiro di sollievo, gli si avvicina, e con un tono vagamente canzonatorio lo rimprovera: «Sei in ritardo, sei in ritardo!». Mio figlio abbozza, e finita questa pantomima in cui l’amico ha potuto per l’ennesima volta rivendicare una forma di rassicurante superiorità, i due entrano in classe.

La cosa ormai si ripete regolarmente, e mio figlio si è abituato: dopo un’insofferenza iniziale che sembrava avere minato questa piccola amicizia, ha deciso che Pietro è un bambino insicuro, che ha bisogno di sentirsi amato, e questa sua necessità di rivendicare quotidianamente una certa superiorità potrebbe nascondere in realtà una forma d’affetto. Io non condivido tutto questo suo ottimismo, credo invece che Pietro sia semplicemente un bambino viziato e antipatico, ma non voglio insistere.

Una mattina è capitato di arrivare con un certo anticipo, quando i cancelli della scuola erano ancora chiusi. Mio figlio si è guardato intorno, e in quel momento ho visto balenare nei suoi occhi la consapevolezza della vittoria. Così, per farlo contento, gli ho detto che avremmo aspettato insieme l’arrivo di Pietro.

Dopo un quarto d’ora vediamo finalmente Pietro arrivare, e venire verso di noi. Non appena si accorge della nostra presenza sul cancello, il bambino cambia espressione. E’ smarrito, il viso è sbiancato, e se non fosse per i suoi sei anni direi che è in preda al panico.

Si avvicina incredulo e, senza fiatare, si mette a osservare mio figlio dalla testa ai piedi per qualche secondo, sempre con quell’espressione assente. Non riesce a credere che sia arrivato prima di lui, che questa volta gli debba riconoscere di essere stato più bravo.

Mio figlio lo guarda perplesso, ma percepisco la sua soddisfazione nel non avergli dato un pretesto per rimproverarlo. Ma improvvisamente il volto di Pietro si infiamma e si rianima, distendendo su quel viso da piccolo secchione un sorriso perfido, il sorriso perfido di chi ha deciso che, comunque vada, ci dovrà sempre essere qualcosa che non va. E puntando il dito contro gli dice:

«Ah, ah, hai dimenticato gli occhiali, hai dimenticato gli occhiali!»

Mio figlio cambia espressione, adesso lo guarda con un misto di rassegnazione e pietà, e gli risponde: «Guarda che io gli occhiali non li ho mai portati».

Sorride, si gira, e se ne va verso la classe. Da solo.

Annunci

Un pensiero riguardo “piccola favoletta allegorica democratica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...