abbeverate i cavalli

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C’è un’ossessione incontrollabile che attraversa una parte di questo paese, come una crepa che lentamente sta raggiungendo il cervello di una parte dei miei coetanei (quelli a qualche anno dai quaranta), spappolandolo come un pompelmo finito sotto un camion.

E’ un’ansia incomprensibile che li ha assaliti, e che li conduce a forme compulsive di affermazione di modernità, ovunque pensino di riconoscerla.

Ma non è un sincero desiderio di rinnovamento, non è voglia di cambiare davvero, sembra più una malinconica disperazione, come quella di certi uomini che a sessant’anni li guardi, abbronzati, con i pantaloni di un colore pastello e la camicia aperta, che storpiano il nome di qualche gruppo musicale, nel disperato tentativo di nascondere quello che gli sta capitando.

Perché capita all’improvviso, un giorno ti alzi dal letto e il mondo non è più quello che conoscevi. Si parla una lingua diversa, si mangiano cose che non sai pronunciare, i significati dei gesti sono cambiati, e devi ripetere almeno due volte il nome dei tuoi punti di riferimento.

Ma c’è qualcosa di profondamente morboso in queste persone terrorizzate dal non essere in grado di saper riconoscere il nuovo, la modernità, e che quindi si aggrappano senza il minimo movimento di neurone a qualunque cosa abbiano l’impressione che vada più veloce di loro. Come se si fossero accorti che in realtà non è l’immagine riflessa nello specchio a invecchiare, ma è la capacità di capirne il significato e catturarne il senso che sta svanendo.

Forse è l’illusione che si possa entrare nel palazzo d’inverno anche dieci minuti dopo, forse la speranza di non essere investiti dal treno della rivoluzione. Forse è una crisi di mezza età precoce, o forse è solo il desiderio di azzeccarne una, almeno una volta nella vità.

Ma io li vedo correre intorno a me, e fare uno, dieci, cento giri, e mi viene solo da pensare «Che cazzo c’avranno da correre questi…»

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