Archivi del mese: dicembre 2012

il vento che devi saper prendere

Il vento è passato. E nessuno l’ha fermato.

Ci sono molte persone – tra cui alcuni sostenitori di Matteo Renzi, probabilmente i meno dotati – che davanti a queste primarie parlamentari, che hanno rivoluzionato gli assetti dei gruppi parlamentari del Partito Democratico, si stanno comportando come gli ultimi combattenti giapponesi di una guerra già finita. Sono quelli che hanno fatto di Rosi Bindi l’ultimo totem da abbattere come profeti della rottamazione sconfitta dalle primarie, e che si scandalizzano perché siederà nuovamente in Parlamento dopo essersi regolarmente sottoposta, a differenza di altri, a primarie dall’esito tutt’altro che scontato, visto come sono andate altrove. E invece le ha superate, ha preso i voti necessari per tornare in Parlamento, così come probabilmente avrebbero fatto Veltroni e D’Alema.

Sono gli stessi che adesso, dopo avere chiesto agli elettori delle primarie di coalizione di avere fiducia in una proposta che prevedeva, tra le altre cose, l’esclusione di qualsiasi accordo con Casini, sono disposti ad allearsi con lui sotto la copertura di un’agenda, perché comunque è meglio di quel comunista di Vendola. La giustificazione è quella di preservare una presunta biodiversità, che spesso si chiama speranza di non doversene restare a casa, visto che là dove si è presentata gente capace i voti sono arrivati. Sono quelli che si lamentano dell’apparato, perché davvero non gli entra in testa che quello che loro si ostinano a chiamare “apparato”, non è altro che il sistema di relazioni e partecipazione su cui si deve necessariamente fondare ogni partito politico che aspiri a essere grande abbastanza da governare un paese.
Sono quelli che non hanno capito che quando Bersani, e altri giovani nel partito, sostenevano che il Pd fosse perfettamente in grado di rinnovarsi, senza bisogno di una rottamazione indiscriminata, non mentivano, e soprattutto sapevano perfettamente quello che dicevano. Sono quelli che non hanno capito che Bersani aveva tutto l’interesse a sfruttare il motore della proposta di Renzi per dare una scossa al Pd dall’interno.
Sono quelli che non hanno capito che sulla rottamazione, in un certo senso, avevano già vinto, e che al momento di prendere finalmente il largo, con quel vento che non si poteva fermare con le mani, si sono scoperti senza nemmeno una vela.

ciao

20121230-155951.jpg

angeli e demon(t)i

«La lista dei possibili eletti venne perfezionata durante una riunione segreta, alla presenza di un autorevole consulente di Goldman Sachs, di alcuni boiardi di Stato, di un politico in rappresentanza della gerarchia vaticana, e di un imprenditore legato a una delle famiglie più potenti della storia italiana. L’incontro si era tenuto in un luogo isolato e riservatissimo, lontano da giornalisti indiscreti e microfoni: il convento delle sorelle di Sion, messo a disposizione da un ex ministro del governo tecnico, a capo di un movimento laicale, così potente da essere soprannominato “l’Onu di Trastevere”.»

Dan Brown

piccola favoletta allegorica democratica

Mio figlio ha un compagno di scuola di nome Pietro.

Pietro è un bambino piccoletto, simpatico ma un po’ saccente, con gli occhiali sempre inforcati sulla punta del naso, una vocina stridula e una erre moscia arrotata. Sono compagni di banco, passano molti pomeriggi insieme a fare compiti e a giocare. Si può dire che siano amici, se non fosse per un problema di tipo competitivo che si è venuto a creare negli ultimi tempi.

Una di queste forme competitive, che sembrano ossessionare il piccolo Pietro, è la gara a chi arriva primo a scuola. Il bambino abita esattamente di fronte all’ingresso della scuola, quindi è praticamente matematico che riesca sempre a vincere.

Così, ogni mattina, lo si trova davanti ai cancelli, con le mani strette alle cinghie dello zaino, le guance rosse per il freddo, che si guarda intorno cercando di capire se anche questa volta ce l’ha fatta. E quando finalmente vede mio figlio sbucare dalla portiera della macchina, o scendere dalla bicicletta, tira un sospiro di sollievo, gli si avvicina, e con un tono vagamente canzonatorio lo rimprovera: «Sei in ritardo, sei in ritardo!». Mio figlio abbozza, e finita questa pantomima in cui l’amico ha potuto per l’ennesima volta rivendicare una forma di rassicurante superiorità, i due entrano in classe.

La cosa ormai si ripete regolarmente, e mio figlio si è abituato: dopo un’insofferenza iniziale che sembrava avere minato questa piccola amicizia, ha deciso che Pietro è un bambino insicuro, che ha bisogno di sentirsi amato, e questa sua necessità di rivendicare quotidianamente una certa superiorità potrebbe nascondere in realtà una forma d’affetto. Io non condivido tutto questo suo ottimismo, credo invece che Pietro sia semplicemente un bambino viziato e antipatico, ma non voglio insistere.

Una mattina è capitato di arrivare con un certo anticipo, quando i cancelli della scuola erano ancora chiusi. Mio figlio si è guardato intorno, e in quel momento ho visto balenare nei suoi occhi la consapevolezza della vittoria. Così, per farlo contento, gli ho detto che avremmo aspettato insieme l’arrivo di Pietro.

Dopo un quarto d’ora vediamo finalmente Pietro arrivare, e venire verso di noi. Non appena si accorge della nostra presenza sul cancello, il bambino cambia espressione. E’ smarrito, il viso è sbiancato, e se non fosse per i suoi sei anni direi che è in preda al panico.

Si avvicina incredulo e, senza fiatare, si mette a osservare mio figlio dalla testa ai piedi per qualche secondo, sempre con quell’espressione assente. Non riesce a credere che sia arrivato prima di lui, che questa volta gli debba riconoscere di essere stato più bravo.

Mio figlio lo guarda perplesso, ma percepisco la sua soddisfazione nel non avergli dato un pretesto per rimproverarlo. Ma improvvisamente il volto di Pietro si infiamma e si rianima, distendendo su quel viso da piccolo secchione un sorriso perfido, il sorriso perfido di chi ha deciso che, comunque vada, ci dovrà sempre essere qualcosa che non va. E puntando il dito contro gli dice:

«Ah, ah, hai dimenticato gli occhiali, hai dimenticato gli occhiali!»

Mio figlio cambia espressione, adesso lo guarda con un misto di rassegnazione e pietà, e gli risponde: «Guarda che io gli occhiali non li ho mai portati».

Sorride, si gira, e se ne va verso la classe. Da solo.

come nasce una costituzione

Immagine

Immagine

Ecco, pensate che ne hanno fatti 139.

http://www.nascitacostituzione.it

ormai

Il Partito Democratico è diventato il battito d’ali di farfalla nella teoria del caos applicata a questo paese.

abbeverate i cavalli

96106-004-41CCE366

C’è un’ossessione incontrollabile che attraversa una parte di questo paese, come una crepa che lentamente sta raggiungendo il cervello di una parte dei miei coetanei (quelli a qualche anno dai quaranta), spappolandolo come un pompelmo finito sotto un camion.

E’ un’ansia incomprensibile che li ha assaliti, e che li conduce a forme compulsive di affermazione di modernità, ovunque pensino di riconoscerla.

Ma non è un sincero desiderio di rinnovamento, non è voglia di cambiare davvero, sembra più una malinconica disperazione, come quella di certi uomini che a sessant’anni li guardi, abbronzati, con i pantaloni di un colore pastello e la camicia aperta, che storpiano il nome di qualche gruppo musicale, nel disperato tentativo di nascondere quello che gli sta capitando.

Perché capita all’improvviso, un giorno ti alzi dal letto e il mondo non è più quello che conoscevi. Si parla una lingua diversa, si mangiano cose che non sai pronunciare, i significati dei gesti sono cambiati, e devi ripetere almeno due volte il nome dei tuoi punti di riferimento.

Ma c’è qualcosa di profondamente morboso in queste persone terrorizzate dal non essere in grado di saper riconoscere il nuovo, la modernità, e che quindi si aggrappano senza il minimo movimento di neurone a qualunque cosa abbiano l’impressione che vada più veloce di loro. Come se si fossero accorti che in realtà non è l’immagine riflessa nello specchio a invecchiare, ma è la capacità di capirne il significato e catturarne il senso che sta svanendo.

Forse è l’illusione che si possa entrare nel palazzo d’inverno anche dieci minuti dopo, forse la speranza di non essere investiti dal treno della rivoluzione. Forse è una crisi di mezza età precoce, o forse è solo il desiderio di azzeccarne una, almeno una volta nella vità.

Ma io li vedo correre intorno a me, e fare uno, dieci, cento giri, e mi viene solo da pensare «Che cazzo c’avranno da correre questi…»