il caffè di Sindona

«Dottore, la colazione»

Era la mattina del 20 marzo 1986 quando Michele Sindona uscì dalla sua cella di massima sicurezza nel carcere di Voghera, dove era controllato a vista, e si preparò la colazione. Il tempo di rientrare e andare in bagno a zuccherare il caffè, e Sindona era un uomo morto.

Michele Sindona era un uomo che passava attraverso i muri. Non c’era parete che potesse resistergli, non c’era stanza in questo paese a cui non avesse accesso. Potevano essere le cucine di una masseria siciliana, il piano nobile di un palazzo della finanza milanese, un ministero, il consiglio di amministrazione di una banca svizzera o la segreteria del Papa. Non era un fantasma, ma si muoveva come se lo fosse.

E ogni parete che attraversava, quello spettro si portava addosso informazioni che accrescevano il suo potere, finanziario e ricattatorio.

Sindona era un uomo cerniera, la cinghia di trasmissione di un potere oscuro e aggressivo, la “metastasi” che negli anni settanta ruotava attorno a un centro gravitazionale chiamato Loggia P2, e che aveva la duplice funzione di dare una casa sicura a chi stava cercando di spezzare il meccanismo democratico, e di irradiare di riflesso le linee guida del luminoso piano di rinascita democratica.

Michele Sindona nasce in Sicilia, dove comincia guidando camion. Emigra poi a Milano dove, laureato in legge, apre uno studio legale, e diventa anche consulente tributario.

Il suo talento eccezionale per le trame oscure e i paradisi fiscali lo conduce in poco tempo a governare banche, società finanziarie e una buona fetta dei titoli quotati in Piazza Affari. Relazioni pazienti con politici, finanzieri, preti, presidenti americani, cardinali e pontefici, uomini dei servizi diventano la sua principale occupazione, fino a condurlo alle operazioni finanziarie per conto del Vaticano, Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano.

In quella che riuscì a far passare per una favola meritocratica da “uomo che si è fatto da solo”, e con le proprie forze si è riscattato dalla Sicilia povera grazie alle opportunità di un Nord colto e accogliente, l’acquisto della Banca Privata Finanziaria di Milano sarà la prima lastra di marmo sulla sua tomba.

Il 27 settembre del 1974 viene disposta la liquidazione coatta amministrativa della Banca Privata Italiana e Giorgio Ambrosoli ne viene nominato commissario liquidatore. Sindona da quel momento usa ogni mezzo per impedire il crollo definitivo, potendo contare sull’appoggio di tutti quelli che sarebbero crollati insieme a lui. In meno di un mese la Banca Privata Finanziaria verrà dichiarata insolvente dal Tribunale di Milano, e nei confronti di Sindona, che si trova a New York, verrà emesso un mandato di cattura. La procedura per l’estradizione sarà un bagno di sangue: Sindona viene protetto da ogni livello delle istituzioni, viene dipinto come una vittima del comunismo, e nessuno vuole che sia estradato. La mafia italo-americana, i banchieri, politici, il Vaticano. Nessuno vuole Sindona in Italia, perché non c’era muro che potesse resistergli. Ma non solo.

Sindona era un istrione diabolico, un “simulatore smodato, narcisista e un po’ infantile” che nel 1979 inscenò il suo finto rapimento, fuggendo da New York e rifugiandosi a Palermo, grazie all’aiuto del boss John Gambino. Arrivò addirittura a farsi sparare a una gamba per rendere la messinscena più credibile.

Incarcerato negli Stati Uniti, nonostante protezioni e resistenze verrà estradato in Italia nel 1984.

Sindona verrà poi condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio dell’uomo che aveva scoperchiato il suo sistema perfetto, Giorgio Ambrosoli.

Due giorni dopo la condanna, Michele Sindona prenderà un caffè.

Il caffè di Sindona è diventato un archetipo della storia italiana, uno di quei misteri che sono tali perché ci piace perpetrare un’idea oscura dell’Italia di quegli anni. Misteri che spesso non lo sono davvero, o lo sono da un angolo prospettico diverso rispetto a quello che consideriamo.

La storia di quel caffè è stata indagata, e l’indagine per omicidio si è chiusa con un’archiviazione.

Sindona si è suicidato, il caffè se l’è avvelenato da solo.

Se ci fermiamo a questa frase, qualche dubbio può venire, ma Sindona era un uomo che aveva inscenato il proprio rapimento e che si era fatto sparare perché sembrasse vero. Era un uomo che aveva perso un potere e una fortuna incalcolabili, e che probabilmente iniziava a capire di essere stato abbandonato.

Era così incredibile che un uomo come Sindona avesse messo in scena il proprio omicidio?

La mattina del 20 marzo 1986, come tutte le mattine, gli agenti di custodia portano la colazione a Sindona, con la solita, complicatissima procedura.

“Il caffè viene preparato dalla macchina espresso dello spaccio del carcere, viene messo in un termos pulito con il getto a vapore e chiuso a chiave in un contenitore di metallo insieme al thè, al latte e allo zucchero. Due agenti ritirano il contenitore e si dirigono al quinto reparto insieme ad altri due agenti e al brigadiere che comanda quel turno di guardia. Il contenitore viene aperto e la colazione consegnata a Sindona, è lui stesso che la prepara: versa il té, il caffé e il latte e se li porta nella cella. Qui, con in mano il bicchierino di plastica che contiene il caffè, Sindona entra nel bagno… passa un minuto, l’ordine è quello di non perderlo di vista un momento così un agente si avvicina allo spioncino che dà sul bagno, ma è troppo tardi. Sindona torna nella cella, barcolla, evidentemente sta male, poi crolla sul letto e dice una frase. “Mi hanno avvelenato”.

E così effettivamente fu. Nel bicchiere di plastica fu trovato del cianuro di potassio.

L’ipotesi più plausibile era davvero che quel caffè Sindona se lo fosse avvelenato da solo. Le ragioni? Per suicidarsi, oppure per fingere un tentativo di avvelenamento, sperare di uscire dal carcere o che l’estradizione fosse annullata, visto che era condizionata alla sua sicurezza e alla sua incolumità.

Il cianuro in quelle dosi era un veleno troppo forte perché potesse assumerlo per sbaglio, dirà l’istruttoria. Ne avrebbe dovuto certamente sentire l’odore.

Se un dubbio può restare è solo quello legato a chi gli fece avere quella bustina di cianuro nel carcere.

E se vogliamo proprio cercare il mistero, possiamo continuare a chiederci se Sindona non sia stato ingannato, magari da chi gli ha assicurato che con quella dose non sarebbe morto, si sarebbe solo sentito male. Così l’avrebbero trasferito in qualche ospedale malamente controllato, con i muri così sottili da poterli attraversare.

2 risposte a “il caffè di Sindona

  1. Info Molto utile. Spero di vedere presto altri post!

  2. Pingback: Coincidenze | GiulioCavalli.net

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