il vitto delle mondine

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Sandro Pertini, 26 marzo 1953 – Discorsi parlamentari

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pillole di renzi

1. Le regole sono state fatte per impedire la partecipazione, perché hanno paura di perdere —>  3.100.000 votanti in un periodo in cui l’astensionismo sembra in continua e irreversibile crescita.

2. Ho dei sondaggi segreti da cui risulta che con un’affluenza alta (sopra i due milioni) ce la giochiamo. Ma ho anche dei sondaggi che dicono che forse pure con l’affluenza bassa, a certe condizioni, me la gioco. Facciamo che avevi dei sondaggi sbagliati, e chiudiamola qui.

3. Il ballottaggio non esiste: non è che si gioca la finale di andata e quella di ritorno.

4. Sulla coda di due ore e mezza al seggio per votare lasciamo perdere, qualcuno gli spieghi che i leader politici non vanno a votare la mattina per farsi vedere tonici, ma perché sanno che poi ci sarà casino. Comunque ottima scelta: titoli per lui.

5. Usciti i primi dati che davano Renzi al 36,4%, il comitato ha indetto un embargo perché “abbiamo dati diversi”. Come nella migliore tradizione delle questure italiane. Da quel momento un susseguirsi di “i nostri dati sono moooolto migliori”, e addirittura la pubblicazione di un risultato parziale con Renzi al 40,3% (che non si è ancora capito da dove sia uscito, forse un aggregato di Dubai e Castelrotondo) da parte di quello stesso comitato che, con una certa accuratezza, accreditava almeno un milione di votanti in più.

6. Alle 23,00, ora toscana, Matteo Renzi fa il suo discorso sulla base dei cinque punti di distacco che sostiene di avere da Bersani. Che nei dati ufficiali in realtà sono già otto, e poi diventeranno quasi dieci. Non essendoci dati ufficiali,  e sostenendo di averne di propri e molto diversi, nessun titolo di quotidiano sui quasi dieci punti distacco.

7. Il dato dei votanti si attesta poi, nella notte, intorno ai 3.100.000 secondo il comitato primarie, ma secondo il comitato di Renzi erano  4.000.000 (e aveva già diffuso il dato in serata, lasciando poi al povero Nico Stumpo la rottura di palle di cercare di spiegare che fine avesse fatto quel milione perduto, in realtà mai esistito, se non nei dati diffusi dal comitato di Renzi).

8. Per tutta la giornata di oggi si è lasciato intendere che potesse esserci qualche problema di regolarità (ricorsi preparati, poi smentiti, ambiguità sull’assenza di risultati  al sud), con una bella ventata di “dagli al terrone” che sta percorrendo alcuni sostenitori delusi di Renzi (che avrebbe perso perché il paese  – il Sud in particolare – non vuole davvero il cambiamento, non è pronto per lui, come tutta una generazione che non ottiene quello che merita perché nessuno ne riconosce il talento, e non perché esistono limiti umani contingenti di cui prendere coscienza, superabili solo con la mitomania).

9. Molti sostenitori di Renzi, sui vari social network, criticano l’organizzazione delle primarie, e spesso si tratta di gente che al massimo organizza la propria agenda sull’Ipad o qualche cartella su giornali on line.

10 C’è poi questa cosa strana, per me che sono antico. Se seguite le discussioni su twitter, troverete molti giornalisti che hanno dichiarato di sostenere pubblicamente Renzi,  ma soprattutto alcuni lo chiamano per nome, dandogli del tu,  grazie a quella orizzontalità insensata tipica di twitter; addirittura ieri sera, un premuroso giornalista di un quotidiano apparentemente di nicchia (nel senso di poco venduto), sapendolo in coda al seggio, chiedeva affettuosamente a Matteo se sarebbe riuscito a votare. Forse sono io a essere troppo rigido e romantico, ma se Matteo diventa presidente del consiglio poi questo si mette a scrivere di sport, giusto?

ombrelli aperti/ombrelli chiusi

Questo forse è un racconto di fantascienza, non un ragionamento vero e proprio, ma nasce da una considerazione molto banale sul movimento 5 stelle: una cosa  è Grillo, un’altra i militanti del movimento. Beppe Grillo è il pazzo, l’incendiario, quello che prende a testate i muri di cinta del castello per farlo crollare, e a sentirlo sbraitare le linee del suo programma ci sarebbe da spaventarsi. Ma una volta crollate le mura, lui dovrà fermarsi alla porta, e quelli che entreranno davvero saranno i grillini. E i grillini sembrano diversi, non hanno la foga sterminatrice del capo, e assomigliano invece a un gruppo di militanti, forniti di una certa passione,  che da anni ormai si è organizzato capillarmente sul territorio, e lavora concretamente in diverse realtà locali. Grillo è la cassa di risonanza, l’amplificatore di un movimento che si sta radicando profondamente. La gente andrà a votare Beppe Grillo lo sterminatore dei partiti, ma nei consigli comunali, regionali, in parlamento, ci finiranno i geometri, i funzionari comunali, gli insegnanti, che da anni ormai partecipano alla vita del movimento. Saranno dilettanti allo sbaraglio, in molti casi, con una visione naif della politica, ma sembrano avere un profilo completamente diverso rispetto al luminoso leader, meno distruttivo, e più ordinario. Soffrono della sindrome di scientology, ma inizia ad affermarsi una certa indipendenza da Grillo/Casaleggio (per ora in pochi casi circoscritti) che trova consenso persino tra i militanti (si veda il caso di Favia, cui i militanti hanno riconfermato la fiducia nonostante il fuori onda di Piazzapulita).

Sembra insomma che lo sviluppo di questa rete capillare, questa attività politica orizzontale, abbia intuito che potrà muoversi anche da sola. Non ora, certo, adesso che il M5S deve cominciare a fare sul serio ha bisogno del Grillo amplificatore, gli serve la testa di ponte per radere al suolo la percezione che la gente aveva dei partiti tradizionali. Beppe Grillo, in questo momento, serve a mantenere un vantaggio di posizione dettato dal solo fatto di essere il movimento di Grillo, il distruttore..

Ma cosa succederà una volta sfondate le mura del Parlamento? Cosa succederà una volta arrivati a Roma, magari con un centinaio di parlamentrari? Grillo a Roma non ci sarà, e a quel punto – e qui parte l’ucronia –  è probabile che quell’organizzazione capillare, quei contatti, l’uso della rete, siano diventati patrimonio autonomo del movimento. Sarà finita la stagione dei vaffanculo e dello spacchiamo tutto, e forse l’insofferenza dei militanti verso Grillo e Casaleggio potrebbe diventare meno controllabile, potrebbero cominciare a pensare di poter fare anche da soli, come Movimento e non come militari di Beppe Grillo. Potrebbero insomma capire di non avere più bisogno di lui, e a quel punto gli basterebbe trovare un’altra forma di amplificazione, un altro megafono che li diffonda, una cosa tipo Travaglio e Santoro, magari pronti a fare da ombrello, proteggendoli nella fase delicata dell’assassinio del padre.

#soleamezzanotte

Rilevanza e autorevolezza sono due concetti che spesso si fatica ad accostare a internet, soprattutto in Italia. E mi domando sempre il perché.

Si sta diffondendo sulla rete la delusione per una scoperta clamorosa, una piccola truffa commessa dallo staff di Obama a milioni di elettori con quel tweet, “four more years”, accompagnato da una bellissima fotografia di Obama e Michelle abbracciati.

Alcuni segugi della rete, sempre attenti e spietati verso le bufale che si diffondono sul web, hanno voluto vederci chiaro, e hanno fatto una scoperta: quella fotografia non è stata scattata al momento dell’annuncio della rielezione di Obama alla Presidenza degli Stati Uniti d’America.

L’inganno è stato svelato quando in rete ha cominciato a girare la foto da cui è tratto quell’abbraccio, scattata in Iowa durante il tour elettorale.

Il fatto che la foto ritraesse Obama e Michelle sotto un cielo nuvoloso in pieno giorno, mentre la notizia della rielezione è arrivata dopo la mezzanotte, e che fossero in maniche di camicia, nonostante a Chicago sia praticamente inverno, non aveva insospettito nessuno.

In diritto penale il falso “grossolano” (il falso che è talmente falso da non poter ingannare nessuno) non è mai punito, mentre il reato di truffa prevede espressamente che un soggetto ponga in essere “artifici e raggiri” per indurla in errore. Ma se questi sono così “grossolani” o “incredibili”, da non poter ingannare una persona di media attenzione, la truffa non si considera commessa.

Come dire che,  nel dubbio, preferisco non punire nessuno se  la vittima si è dimostrata così sprovveduta e inadeguata.

Magari al punto di credere che gli Usa si trovino alla stessa latitudine del Circolo Polare Artico e che anche lì, oltre a quello dell’avvenire, splenda il sole amezzanotte.

il caffè di Sindona

«Dottore, la colazione»

Era la mattina del 20 marzo 1986 quando Michele Sindona uscì dalla sua cella di massima sicurezza nel carcere di Voghera, dove era controllato a vista, e si preparò la colazione. Il tempo di rientrare e andare in bagno a zuccherare il caffè, e Sindona era un uomo morto.

Michele Sindona era un uomo che passava attraverso i muri. Non c’era parete che potesse resistergli, non c’era stanza in questo paese a cui non avesse accesso. Potevano essere le cucine di una masseria siciliana, il piano nobile di un palazzo della finanza milanese, un ministero, il consiglio di amministrazione di una banca svizzera o la segreteria del Papa. Non era un fantasma, ma si muoveva come se lo fosse.

E ogni parete che attraversava, quello spettro si portava addosso informazioni che accrescevano il suo potere, finanziario e ricattatorio.

Sindona era un uomo cerniera, la cinghia di trasmissione di un potere oscuro e aggressivo, la “metastasi” che negli anni settanta ruotava attorno a un centro gravitazionale chiamato Loggia P2, e che aveva la duplice funzione di dare una casa sicura a chi stava cercando di spezzare il meccanismo democratico, e di irradiare di riflesso le linee guida del luminoso piano di rinascita democratica.

Michele Sindona nasce in Sicilia, dove comincia guidando camion. Emigra poi a Milano dove, laureato in legge, apre uno studio legale, e diventa anche consulente tributario.

Il suo talento eccezionale per le trame oscure e i paradisi fiscali lo conduce in poco tempo a governare banche, società finanziarie e una buona fetta dei titoli quotati in Piazza Affari. Relazioni pazienti con politici, finanzieri, preti, presidenti americani, cardinali e pontefici, uomini dei servizi diventano la sua principale occupazione, fino a condurlo alle operazioni finanziarie per conto del Vaticano, Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano.

In quella che riuscì a far passare per una favola meritocratica da “uomo che si è fatto da solo”, e con le proprie forze si è riscattato dalla Sicilia povera grazie alle opportunità di un Nord colto e accogliente, l’acquisto della Banca Privata Finanziaria di Milano sarà la prima lastra di marmo sulla sua tomba.

Il 27 settembre del 1974 viene disposta la liquidazione coatta amministrativa della Banca Privata Italiana e Giorgio Ambrosoli ne viene nominato commissario liquidatore. Sindona da quel momento usa ogni mezzo per impedire il crollo definitivo, potendo contare sull’appoggio di tutti quelli che sarebbero crollati insieme a lui. In meno di un mese la Banca Privata Finanziaria verrà dichiarata insolvente dal Tribunale di Milano, e nei confronti di Sindona, che si trova a New York, verrà emesso un mandato di cattura. La procedura per l’estradizione sarà un bagno di sangue: Sindona viene protetto da ogni livello delle istituzioni, viene dipinto come una vittima del comunismo, e nessuno vuole che sia estradato. La mafia italo-americana, i banchieri, politici, il Vaticano. Nessuno vuole Sindona in Italia, perché non c’era muro che potesse resistergli. Ma non solo.

Sindona era un istrione diabolico, un “simulatore smodato, narcisista e un po’ infantile” che nel 1979 inscenò il suo finto rapimento, fuggendo da New York e rifugiandosi a Palermo, grazie all’aiuto del boss John Gambino. Arrivò addirittura a farsi sparare a una gamba per rendere la messinscena più credibile.

Incarcerato negli Stati Uniti, nonostante protezioni e resistenze verrà estradato in Italia nel 1984.

Sindona verrà poi condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio dell’uomo che aveva scoperchiato il suo sistema perfetto, Giorgio Ambrosoli.

Due giorni dopo la condanna, Michele Sindona prenderà un caffè.

Il caffè di Sindona è diventato un archetipo della storia italiana, uno di quei misteri che sono tali perché ci piace perpetrare un’idea oscura dell’Italia di quegli anni. Misteri che spesso non lo sono davvero, o lo sono da un angolo prospettico diverso rispetto a quello che consideriamo.

La storia di quel caffè è stata indagata, e l’indagine per omicidio si è chiusa con un’archiviazione.

Sindona si è suicidato, il caffè se l’è avvelenato da solo.

Se ci fermiamo a questa frase, qualche dubbio può venire, ma Sindona era un uomo che aveva inscenato il proprio rapimento e che si era fatto sparare perché sembrasse vero. Era un uomo che aveva perso un potere e una fortuna incalcolabili, e che probabilmente iniziava a capire di essere stato abbandonato.

Era così incredibile che un uomo come Sindona avesse messo in scena il proprio omicidio?

La mattina del 20 marzo 1986, come tutte le mattine, gli agenti di custodia portano la colazione a Sindona, con la solita, complicatissima procedura.

“Il caffè viene preparato dalla macchina espresso dello spaccio del carcere, viene messo in un termos pulito con il getto a vapore e chiuso a chiave in un contenitore di metallo insieme al thè, al latte e allo zucchero. Due agenti ritirano il contenitore e si dirigono al quinto reparto insieme ad altri due agenti e al brigadiere che comanda quel turno di guardia. Il contenitore viene aperto e la colazione consegnata a Sindona, è lui stesso che la prepara: versa il té, il caffé e il latte e se li porta nella cella. Qui, con in mano il bicchierino di plastica che contiene il caffè, Sindona entra nel bagno… passa un minuto, l’ordine è quello di non perderlo di vista un momento così un agente si avvicina allo spioncino che dà sul bagno, ma è troppo tardi. Sindona torna nella cella, barcolla, evidentemente sta male, poi crolla sul letto e dice una frase. “Mi hanno avvelenato”.

E così effettivamente fu. Nel bicchiere di plastica fu trovato del cianuro di potassio.

L’ipotesi più plausibile era davvero che quel caffè Sindona se lo fosse avvelenato da solo. Le ragioni? Per suicidarsi, oppure per fingere un tentativo di avvelenamento, sperare di uscire dal carcere o che l’estradizione fosse annullata, visto che era condizionata alla sua sicurezza e alla sua incolumità.

Il cianuro in quelle dosi era un veleno troppo forte perché potesse assumerlo per sbaglio, dirà l’istruttoria. Ne avrebbe dovuto certamente sentire l’odore.

Se un dubbio può restare è solo quello legato a chi gli fece avere quella bustina di cianuro nel carcere.

E se vogliamo proprio cercare il mistero, possiamo continuare a chiederci se Sindona non sia stato ingannato, magari da chi gli ha assicurato che con quella dose non sarebbe morto, si sarebbe solo sentito male. Così l’avrebbero trasferito in qualche ospedale malamente controllato, con i muri così sottili da poterli attraversare.