“puro esercizio di violenza”

La sentenza della Corte di Cassazione, che mette la parola fine nel processo ai vertici della Polizia per i fatti della Diaz, è di una semplicità disarmante, e conferma in pieno il ragionamento della Corte d’Appello di Genova: la Polizia doveva riabilitare la propria immagine dopo le violenze dei giorni precedenti, quindi erano necessari degli arresti (ovviamente  se ce ne fossero stati i presupposti). L’operazione si svolgerà con il contributo di uomini e mezzi inviati da Roma, e dei massimi livelli nella catena di comando.

L’operazione (legittima, secondo la Corte) in grado di riabilitare l’immagine della polizia è l’irruzione alla scuola Diaz per perquisire e “mettere in sicurezza” la scuola, dove si sospetta la presenza di armi.

Ma le cose non vanno come previsto: l’operazione – scrive la Corte – è incoerente, mancano direttive precise e viene “militarizzata”; non si trovano armi, non ci sono provocazioni, non ci sono resistenze, e l’irruzione si trasforma nella “macelleria messicana”.

Scrive la Corte che “(…) L’assoluta gravità sta nel fatto che le violenze, generalizzate, in tutti gli ambienti della scuola, si sono scatenate contro persone all’evidenza inermi (…), in manifesta attesa di disposizioni, così da potersi dire che s’era trattato di violenza non giustificata e, come correttamente rilevato dal Procuratore Generale ricorrente, punitiva, vendicativa e diretta all’umiliazione e alla sofferenza fisica e mentale delle vittime (…)” (pag.118 della sentenza della Corte di Cassazione)

Per la Corte quei fatti potrebbero essere qualificati come “tortura”, secondo la definizione della Convenzione dell’O.N.U. del 1984, o in ogni caso come trattamenti inumani e degradanti come previsti e vietati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Ma nel nostro codice penale non esiste il reato di tortura, e non è possibile introdurre con una sentenza ciò che non esiste nel nostro sistema penale – il disegno di legge è stato recentemente rinviato in Commissione Giustizia – quindi agli imputati possono essere contestate le lesioni personali, nelle diverse forme di aggravamento previste dal codice, reati per la maggior parte caduti in prescrizione.

Una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano, che nelle sue motivazioni individua nettamente le violenze e le responsabilità, e lo fa in modo così evidente che viene da chiedersi perché, dal giorno della sua pubblicazione non si parli d’altro, e soprattutto perché, dal 2 ottobre, non si pretendano spiegazioni pubbliche da chi aveva la responsabilità politica e operativa di quelle azioni, e da chi ha passato gli ultimi dieci anni a negare un’evidenza così enorme.

La sentenza è un susseguirsi di parole, che si ripetono per tutte le 186 pagine della motivazione. Violenze, gravità inusitata, violenze generalizzate, persone inermi, violenza non giustificata, umiliazione, sofferenza fisica, mentale, insulti, minacce, pestaggio, indiscriminato, gratuito, aggressione gratuita, condotta cinica e sadica, sconsiderata violenza, sistematico e ingiustificato uso della forza, falso, inveritieri, falsi.

Parole che sembrano tentativi per approssimazione di definire quello che è avvenuto alla Diaz, perché nel nostro codice penale non esiste ancora un’autonoma fattispecie di reato, ma che non lasciano più spazio a strumentalizzazioni o a interpretazioni diverse, a ricostruzioni alternative. Non c’erano armi, non c’erano black bloc, nessuno ha reagito.

“Puro esercizio di violenza, quindi”

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