un post dimenticato sulle olimpiadi

Ci sono due olimpiadi, una per gli sport che esistono ogni quattro anni (il tiro con l’arco, lo skeet, il judo) e una per gli sport popolari (atletica, nuoto, alcuni sport di squadra), che potremmo definire “gli sport veri”.
La prima olimpiade è un avvincente racconto di sacrifici, sofferenza, eroismo, di uno sport veramente dilettante, e senza troppi soldi. La seconda olimpiade è l’olimpiade dei campioni, di quelli che riescono a riempire gli stadi con l’atletica, o di quelli che all’olimpiade vanno solo per turismo, tanto vincono comunque.
La seconda è bellissima, ma quella che resta nel cuore della popolazione di adagiati sul divano è sempre la prima, l’olimpiade in cui puoi immaginarti al posto di uno degli arcieri che hanno vinto la medaglia d’oro, completi di cappellini e pancette, senza dover fare uno sforzo immaginativo estremo, e senza dover essere troppo indulgente con il senso della realtà. Devi solo fingere di non sapere che quegli atleti, per quanto ti possano sembrare stupidi e insignificanti gli sport che praticano, hanno dedicato almeno gli ultimi quattro anni della loro vita a una preparazione ossessiva e determinata, per raggiungere un unico obiettivo: la finale delle olimpiadi.
Il principio di immedesimazione degli sport inutili è semplice: guardateli, guardateli bene, sembrate voi, avreste potuto essere voi, ma non lo siete perché, a differenza vostra, questi si sono impegnati, hanno lavorato duramente, si sono fatti il mazzo per quattro anni pensando solo ed esclusivamente a diventare i migliori in quello che fanno. Certo, tanta passione per lo sport, ma un lavoro inesorabile di costruzione di se stessi, una disciplina rigorosa del sacrificio, un orizzonte che è un infinito, perché infinita dev’essere l’ambizione di perfezionamento. anche se si tratta solo di spostare in là di un millimetro una freccia.

Ma voi avete una famiglia, un lavoro, gli amici, cose più urgenti a cui pensare, non potete perdere il poco tempo libero con gli allenamenti dello skeet. Quelli saranno sicuramente dei disadattati asociali, senza una famiglia, senza amici, ossessionati da uno sport inutile.

In quella prima olimpiade è rassicurante pensare che quegli arcieri abbiano vinto l’oro allenandosi tra uno spiedo, una grigliata di pesce, e un briscolone con il morto al mercoledì sera. Sicuramente è meno mitomaniaco immaginarsi a vincere un argento sparando con una pistola da dieci metri, come fosse qualcosa di raggiungibile, piuttosto che sulla pista di atletica a fare 6,02 nel salto con l’asta, o a torcere il collo in avanti nello sforzo disumano di battere Usain Bolt.
L’olimpiade come metafora di una serie infinita di “potrei farlo anch’io, se solo avessi voglia e tempo di impegnarmi” sprigionati da un milione di divani.
In fondo è quello che abbiamo pensato tutti quando abbiamo visto per la prima volta il curling: che ci vuole? Chi non ha mai giocato a bocce?

Ma la prima olimpiade finisce presto, e allora arrivano gli sportivi veri, i robot, quelli con gli sponsor, i fenomeni, i mostri, quelli che ti rimettono in pace con te stesso, con i tuoi limiti di essere umano, con il divano, con il televisore hd davanti a te e il secchio di patatine dentro di te.

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